mercoledì 3 agosto 2011

Non voglio diventare un pallone gonfiato


Tengo alta l'asticella, in giorni in cui mi sono richiesti precisione e impegno. Probabilmente ha ragione Mauro: ci viene chiesto dieci per ottenere sei. Ma non conosco mezze misure: dieci è dieci, sempre. Tengo l'asticella alta e bassa la testa, come colui che gli ostacoli non li vuole evitare. Mi alzo presto, vado a letto tardi, trascuro anche le piccole pause di mente e di gambe. Nulla accade per caso, continuo a ripetere. So che devo migliorare. L'unico cruccio è rincorrere il contingente, la paura di confondermi, scambiando il necessario con ciò che importa meno. Devo trovare equilibrio, lo so, bilanciarmi, sfruttare questi giorni che sono soltanto tre, da quando sono finite le vacanze, e mi sembrano già venti. Rido spesso, di gusto, specialmente di me stesso. Altre volte sono teso, nervoso con chi mi sta vicino. Come ogni fase di cambiamento, di passaggio, so che terminerà. Ho vissuto momenti peggiori, tanto peggiori che al confronto questo è il paradiso. Lo pensavo oggi, mentre mi sedevo per il pranzo: "Giorgio, l'unica cosa che devi evitare - riflettevo - è lasciare che ciò che ti sta attorno cambi te stesso, in peggio".

Foto by Leonora

D'Avanzo e un ritratto fuori dal coro

L'altro lato della medaglia. Ieri, dopo aver scritto il post sulle regole di D'Avanzo, m'è venuto in mente di scrivere a una persona che conosco e di cui mi fido come di me stesso, per avere un parere del giornalista appena scomparso lontano dall'elogio immancabile al momento del commiato. Stamattina m'è arrivata la mail di risposta, che riporto qui, poiché pur essendo graffiante non la ritengo priva di rispetto.

Ottimo cacciatore di notizie con agganci solidi al Viminale. Problemi insormontabili di scrittura, tanto che fu costretto a farsi affiancare da Bonini. Così Bonini e D'Avanzo erano nel giro come Gianni e Pinotto. Schivo, non simpatico, paraculo il giusto, molto fazioso, tendeva a mostrare coraggio contro Berlusconi e a vivere le guerre nelle hall degli alberghi (incrociato a Durazzo, a Kukes, a Valona, rivolte albanesi). Buon inventore, ogni raffica di kalashnikov che avvertiva in lontananza era una pagina. Degno compare di Franco di Mare. Se non avessero fatto i giornalisti sarebbero diventati ricchi fregando i turisti al gioco delle tre carte negli autogrill. Però era vicedirettore di Rep, quindi si addobbi per lui un funerale di prima classe. Amen.

Adoro la sincerità. Specialmente quand'è fuori dal coro. Vorrei che qualcuno, quando sarà il mio turno, senza esser mosso da invidia o da rancore, potesse scrivere di me con la medesima lucida e graffiante arguzia di questo brevissimo ritratto di D'Avanzo. Lo applaudirei io stesso. E a quel paese tutto il resto...
P.S. Comunque le regole di D'Avanzo sono fantastiche. Vorrei esser capace di applicarle ogni giorno senza sgarrare, io stesso

martedì 2 agosto 2011

Giuseppe D'Avanzo e le regole di buon giornalismo

Ho pudore nello scrivere della mia professione anche qui, perché mi piace troppo e so che esagererei, come tutti gli innamorati che non parlerebbero d'altro che della proprio amata. Oggi però è tardi, a casa sono arrivato da poco, mi hanno già fatto una testa tanto con mille incombenze di cui mi importa poco a nulla, sono mutato d'umore, non vedo l'ora di andare a letto e l'unica cosa che mi viene in mente di lasciare d'appunto qui è uno stralcio d'articolo di Marco Imarisio, del Corriere della Sera, in ricordo di un suo collega e amico, Giuseppe D'Avanzo, che con lui ha lavorato per tre anni, prima di tornarsene a casa, a Repubblica. D'Avanzo è morto una settimana fa, all'improvviso, d'infarto. Aveva cinquantuno anni e non sono mai stato un suo lettore accanito, ma le sue regole di lavoro, riportate da Imarisio, non meritano l'oblio, specie per chi vuole fare il mestiere in modo serio e non si accontenta dai frutti che cascano dal fico.

"Le regole di Peppe le ho chiamate per anni: al mattino fai cinque telefonate a cinque fonti diverse, a persone che ti possono dare notizie, non importa quali, basta che ti spieghino come stanno le cose; studia, non smettere mai di studiare, appassionati ai problemi, falli tuoi; rispondi, devi rispondere sempre quando il giornale ti chiama; ricordati che questo lavoro lo devi vivere con passione, ogni benedetto giorno, e metti passione in quello che scrivi, coinvolgi il lettore, butta sempre il cuore in quel che fai. Altrimenti, disse, non ne vale la pena, non è giornalismo".

Non c'è altro d'aggiungere. E' bastato rileggerle e m'è tornato il buonumore, insieme all'idea di poter (e dover) fare sempre meglio.

lunedì 1 agosto 2011

Povero Silvio sì, ma il canarino


Avevo finito di scrivere della morte nel post precedente da nemmeno una mezz'ora e una (piccola) disgrazia è piombata in casa mia: se n'è andato il canarino.
Non è volato via, defunto proprio. Silvio, si chiamava, il perché di questo nome mi pare di averlo già spiegato tempo fa: avendo mio padre scarsa simpatia per Berlusconi, sovente partivano moccoli indirizzati al di lui medesimo, il presidente del consiglio; volendo insegnare ai miei figli che bisogna sdrammatizzare e che Silvio non è sinonimo di brutte bestie, avevo dato quel nome al canarino. Tutto cio' sette anni fa, mese più, mese meno. Non era dunque vecchio, infatti è dipartito per un incidente domestico, di cui qui non faccio cenno poiché a causarlo è stata Isabella, che più di chiunque altro in questa casa gli ha voluto bene e lo ha accudito. Purtroppo proprio il prendersene cura è stato fatale. Silvio se n'è andato in un lampo, senza accorgersene (diciamo che non avrebbe potuto aspirare a una morte migliore, e ho detto tutto), mentre accorti ce ne siamo noi, dalle urla di Isabella, che si sentivano a distanza di un isolato. Mi spiace per lei e per lui, il canarino, il quale ha trovato sepoltura dignitosa, senza fronzoli, sotto le ampie fronde del faggio, in giardino. Ora la gabbia è vuota e al mattino tra le stanze non si ode più il suo cinguettio. Ho voluto ricordarlo qui per fare memoria che c'è stato. Presto ne adotteremo un altro, ma non chiedetemi di chiamarlo Angelino, come Alfano.

Foto by Leonora

domenica 31 luglio 2011

Steve Jobs, Tolkien e la morte come dono


Ultimo giorno delle due settimane di ferie, da domani si ricomincia al giornale, il lavoro.
Sono stati quindici giorni di riposo, incontri, viaggi e buone letture. Computer e tv satelittare sono tornati intrattenimenti sporadici, a fronte del predominio di contatti personali e libri. Caso ha voluto che in due di essi, pur differenti per epoca, autore e genere, abbia trovato un comune denominatore.
John Ronald Reuel Tolkien, ne "Il Silmarillion", narra che la morte è un dono esclusivo riservato agli Uomini dal creatore stesso, Ilùvatar. Solo l'ombra del maligno, Melkior, confonde la mente debole dei figli di Iluvatàr, rendendoli prima dubbiosi, poi timorosi, infine inorriditi dalla morte, al punto da ritenerla una sciagura e non più un dono (per di più un dono esclusivo, poiché narra Tolkien che le altre creature di Ilùvatar, cioè Valar ed Elfi, non l'hanno ricevuto e gli Elfi, in particolare, provano invidia di questo, essendo sconosciuto a tutti, tranne allo stesso Ilùvatar, ciò che il creatore ha riservato dopo la morte per i suoi figli secondogeniti, gli Uomini appunto).
Qualcosa di simile, pur se meno poetico e più concreto, l'ho trovato in un ottimo saggio di Luca De Biase ("Cambiare pagina", edizioni Bur), che riporta una frase di Steve Jobs, l'anima di Apple, il quale agli studenti di Stanford, nella famosa lezione tenuta in un giorno di sole del 2005, tra molti pensieri disse anche questo: "La morte è probabilmente la migliore invenzione della vita". Intendeva dire, come sintetizza De Biase, che la morte "prima o poi arriva a generare il cambiamento".
Un cambio di prospettiva affascinante, che mi trova d'accordo, pur se la morte è un ombra sul mio cammino, come su quello di ogni uomo e donna, credo. Tuttavia, pur se è un calice che nessuno beve volentieri (neppure Gesù di Nazareth, il Dio dei cristiani fatto uomo) se dovessi scegliere se mantenerla o abolirla, opterei per la prima soluzione. E pur sapendo che quando verrà il mio momento, se avrò la lucidità di rendermene conto, cercherò di restare aggrappato con le unghie a questa vita, vorrei averla spesa tutta nella convinzione e nella serenità che essa è un dono e come tale va accolta, pur se non ne comprendo completamente il senso.

Foto by Leonora


sabato 30 luglio 2011

Destra e sinistra: l'ora del catechismo


Mio padre è morto con due crucci. La Juventus in B, travolta dallo scandalo di Calciopoli, e - assai più grave - esser chiamato comunista dopo che per quarant'anni il comunismo lui l'aveva avversato. Non perdonava a Berlusconi l'arroganza, il fare di ogni erba un fascio, catapultando tra i nemici ("comunisti") chi non lo votava. Negli ultimi anni della sua vita in casa nostra "Repubblica" aveva affiancato "La Provincia" e il Tg3 era il notiziario di riferimento. Mio padre non è mai stato un uomo di sinistra, era un democristiano convinto, di quella parte della Dc che aveva senso dello Stato ma pure attenzione verso i deboli. Egli era convinto che la libertà fosse il valore più grande, ma soltanto se accompagnato da una tensione concreta, fattiva, verso l'uguaglianza, affinché ciascuno potesse contare su pari opportunità di successo, benessere e realizzazione nella vita.
Era questa la sua idea di sinistra, pur se per molti aspetti era un uomo di destra, intendendo la destra (per citare Montanelli) "non un'ideologia e tanto meno un partito, ma una civiltà. Più che un'idea, una morale, un catechismo di comportamenti: disinteresse, correttezza, discrezione, orrore dello spettacolo e della demagogia".
In un tempo in cui, nel clangore delle urla e nel sotto vuoto spinto della politica attuale, si faticano a distinguere idee e intendimenti, credo sia giusto rimettere al centro "un catechismo dei comportamenti" e giudicare i politici da quello che fanno e non da quello che dicono.

Foto by Leonora

venerdì 29 luglio 2011

Dove mangiar bene (ristoranti Melendugno, Galatone, Torre dell'Orso e Lurate)


In attesa di pensieri più profondi, due consigli per gli acquisti. Per i pasti, meglio.
Regola numero uno di casa Bardaglio: quando si è in vacanza, al mare, evitare i posti turistici, prendere la macchina, andare nel primo o ancor meglio nel secondo paese dell'entroterra, trovare una piazza e chiedere: "Scusate, dove possiamo andare per mangiare bene in questo paese?". Nove volte su dieci funziona.
Due esempi recenti. Noi quest'anno alloggiavamo a Torre dell'Orso, in provincia di Lecce. Una sera siamo stati a Melendugno, al ristorante Il Bracere (senza la i). Caratteristico cortile interno, pizza squisitissima (la migliore mai assaggiata in vita mia), buon pesce (nulla di eccezionale, però, un po' duretto anzi, sia il fritto misto sia le seppie alla brace), antipasti fritti da urlo, vino bianco fresco e vivace, della casa, bibite, acqua, caffé e dessert. In tutto, in sei, abbiamo speso 84 euro. Simpatico il proprietario, Danilo: con una bellissima moglie, pare uscito direttamente da "I Sopranos", ma sa fare il suo mestiere: suggerisce e tiene tutto sotto controllo. Consigliato, senza se e senza ma
Due giorni dopo, sempre di sera, in trasferta a Gallipoli, applichiamo la regola di cui parlavo prima e ci fermiamo a Galatone. Tre vecchietti ci indicano un ristorante e pizzeria, dal curioso nome: Sascianne. Proprietaria cordialissima e solare. Ci conduce in un terrazzo spettacolare, tra i tetti del centro paese, che al tramonto sono incantevoli. Noi siamo sempre in sei, prendiamo bruschette per antipasto, le solite tre pizze (non eccezionali, com'erano al Bracere, ma buone), i tre secondi di pesce (ottimo lo spada; fantastico, morbido, saporitissimo il fritto di pesce, seppur in porzione misurata), vino bianco fresco e vivace, bibite, acqua e caffè e un paio di dessert. Conto totale: 66 euro. Undici euro a testa, tanto per intenderci, senza far fare sforzi anche a chi non è lesto a sommare e dividere.
La terza sera, per pigrizia trasgrediamo la regola aurea e ci ritroviamo alla Trattoria del Pesce, a Torre dell'Orso. Menù fisso di pesce (24 euro a testa), ottimo solo il tonno alla brace, il resto mediocre, pure nelle porzioni. Il punto più basso viene al dessert, quando ci portano il sorbetto ipercongelato della Bindi e al caffè in un bicchierino di plastica, che se me lo avessero portato dove abbiamo pagato 11 euro a testa l'avrei pure apprezzato, ma qui, a quasi trenta euro cadauno complessivi mi fa cascare le braccia, se non proprio rovinare la digestione.
Riflessioni conclusive e generali.
Primo: ci sono posti in cui si mangia da dio e si paga senza dover piangere: basta cercarli.
Secondo: se in alcuni locali si pagano da undici a quindici euro a testa, mangiando abbondante e bene, ed essi non chiudono, significa che tutti gli altri ci fanno un gran crestone.
Terzo: se tutti noi tenessimo una relazione dettagliata di come siamo stati trattati, di ciò che abbiamo mangiato e se siamo stati contenti oppure affranti, i ristoratori furbi farebbero pochi affari e i virtuosi sarebbero premiati.
Quarto: stasera mia mamma è andata con alcune amiche in una pizzeria ristorante in una frazione del paese dove abito (non ne cito il nome, ma chi è di queste parti può capire). Su un bel cartello era offerto un assaggio di pesce a scelta della casa, per 15 euro totali. Alla fine l'assaggio costava 18 euro ("Avete ragione, mi dispiace, ma questa settimana è aumentato il costo del pesce e non abbiamo ancora cambiato il cartello" hanno risposto a chi chiedeva spiegazione) mentre a testa il conto totale, comprensivo di acqua a due euro e cinquanta a bottiglia, dessert e caffè, è stato di 24 euro (giudizio di mia madre: "Antipasto buono ma normale, ottima davvero la pasta con le vongole, per secondo ci hanno dato... un gambero a testa. Era proprio un assaggio"). E' lo stesso locale, tra l'altro, dove alla fine dell'anno scolastico mettevano un cartello con pizzata per 12 euro e poi, alla fine, gli euro a ragazzo erano sempre 14 o 15. Tutto lecito, per carità, però pure un poco scocciante. Non volevo scriverlo, perché comunque lì non si mangia male e tra i gestori ci sono persone che conosco bene e che stimo anche, ma - giunto a metà di questo post - mi pareva che non farlo fosse da codardo. Mi sono convinto pensando che davvero sarei un vigliacco se non dicessi, anche a loro, ai proprietari, ciò che penso: piuttosto che sparlare in privato, meglio essere schietti, perché sapere come la pensa il cliente dovrebbe essere la prima preoccupazione di chi offre un servizio e bada alla gallina domani e non soltanto all'uovo oggi.
Le piccole furbizie possono attirare molte persone per una volta, mai due. In più la voce si comincia a diffondere e per un locale potrebbe essere l'inizio della fine.
Ristorante avvisato, mezzo salvato.

Foto by Leonora