giovedì 2 marzo 2023

Bene dire (Le strade chiuse)

Sono grato agli scogli, senza i quali l'acqua del mare non salirebbe tanto in alto, e ai trampolini, che mi hanno spinto dove neppure avrei immaginato arrivare. 
Sono grato alle scale mobili percorse al contrario, che mi hanno allenato alle difficoltà, a volte invidiando, altre replicando l'entusiasmo dei bambini, che lo fanno per gioco e si divertono, riducendo la fatica a batticuore.
Sono grato alle persone incontrate, quelle che si sono rivelate un dono e ancor più quelle che si sono dimostrate una prova, da accogliere prima ancora che superare.
Sono grato ai giorni di pioggia, che mi hanno fatto anelare il tempo sereno, e agli inverni di siccità, grazie ai quali ho atteso il maltempo, come benedizione.
Sono grato, soprattutto, ai molti no ricevuti, ai vicoli ciechi, alle strade chiuse, alle delusioni, ai fallimenti e persino al male ricevuto, pur se non giustificherò mai chi lo commette.
Senza essi, infatti, non avrei imparato a percorrere vie alternative, praticare l'umiltà, risolvere problemi, rafforzare volontà e gambe, contare su me stesso prima che sugli altri, desiderare differenti condizioni, ribellarmi di fronte a silenzi, vuoti, ingiustizie, scoprire nuovi mondi.

P.S. Torti, delusioni, sfortune, inciampi non sono, non possono essere mai, delle scusanti. Il cambiamento ha ogni volta per primi noi come protagonisti, le condizioni esterne sono soltanto accessorie, una percentuale minima dei problemi. Me ne sono accorto anche ieri, entrando in banca. Non facendolo mai, sono rimasto sorpreso dal caos della filiale, dal via vai di gente, dalla confusione che mi pareva regnasse, con gente in attesa, impiegati super impegnati, come fossero loro stessi naufraghi d'un vascello ingovernabile. Poi, proprio al centro del salone, ho notato una di loro che senza quasi curarsi di ciò che la circondava si rivolgeva alla signora che aveva di fronte e le parlava tranquilla, rassicurante, non mostrando alcuna fretta o fastidio, trattandola come persona prima ancora che cliente. Lo ammetto, ho provato ammirazione e altresì profonda gratitudine, anche se con me non c'entrava niente, ripromettendomi di imparare ad essere così, di ricordarmi che la differenza, in meglio, può essere fatta sempre, ovunque.

giovedì 16 febbraio 2023

Lembo di Rosa (Adelrosa)

Direi il sorriso. Lo direbbero tutti coloro che la conoscevano, credo. Specie negli ultimi anni di vita, quelli in cui come un velo s'è disteso sulla mente, cancellando molto, tranne una dolcezza disarmante, quale negli anni della pienezza aveva mostrato di striscio.
Adelrosa ha chiuso gli occhi, non s'è spento il sorriso. Resta impresso come una sindone in chi le è stato accanto non soltanto all'ultimo, anche prima, nell'impegno del prendersi cura, nella sofferenza della malattia accompagnata da un dono: il chiudersi esatto di un cerchio, il tornare in qualche modo bambino, una parabola di vita in cui inizio e fine si somigliano tantissimo.
E poi, oltre al sorriso, se devo scegliere un dettaglio che nei figli, nei nipoti, sono sicuro rimarrà indelebile, indicherei un punto esatto del corpo: il dorso delle mani. Quel lembo di pelle morbido e diafano che comunica tutta l'essenza della donna e dell'uomo, quand'è anziano. Quei pochi centimetri quadrati che pallidamente celano vene e tendini, racchiudendo e trasmettendo fragilità e resistenza, accoglienza e affidamento, ispirando carezze senza invadenza e un'affinità del cuore, una simpatia naturale per ciò che in noi c'è di più tenero, umano, e che muta con il tempo, in meglio.

P.S. Quando si termina la propria vita in abbondanza di anni, a contrappeso della tristezza dei famigliari c'è sempre un sollievo. A volte si ha pudore ad ammetterlo, anzi, quando si è diretti interessati, si è talmente immersi nel lutto che anche se si prova è raro darvi nome o contorno. Tuttavia se ritorno alla mia  di esperienza, con il senno del poi, riconosco che l'ultimo passo finalmente compiuto, la cessazione dell'incertezza e la consapevolezza che la sofferenza della persona amata fosse conclusa, sono state impareggiabile conforto. C'è invece qualcuno a cui questo ristoro non giunge o, se lo fa, è talmente flebile da essere ricacciata in gola, come un rigurgito. Penso a Bruno, il "signor Bruno", il marito, compagna di Adelrosa per decenni, tanto da diventare con lei, con il passare degli anni, un tutt'uno.
È a lui, sono onesto, che va il mio pensiero, poiché a dispetto di tutte le parole e frasi di circostanza, se il dramma della morte è un "restare soli", lui solo lo è rimasto davvero.

domenica 5 febbraio 2023

Ora e sempre (Ricordalo)

Tutto tende a maturazione, soltanto due parti di noi non invecchiano: gli occhi e lo spirito.
Lo scrivo senza punto interrogativo, tu leggilo lo stesso (il “dubbio” - lo sai - è incudine su cui deve battere di ogni conoscenza il martello).
Degli occhi dico poco, poiché ciascuno sa cosa siano. Mi limito a due dettagli:
- il cruccio di averti trasmesso un colore banalmente castano, a differenza di quelli verdi di tua madre e azzurri di quasi tutti gli altri Bardaglio
- la capacità, guardandoci dentro, di collegarsi direttamente all’essenza dell’altro, di chiunque si ha di fronte, scrutandone il centro, la pupilla, il punto mirabile che rivela l’umano.
Sullo spirito invece ci sarebbero da scrivere pagine, un libro, un trattato, come in realtà molti filosofi - sai bene pure questo - hanno fatto.
Scaccio la tentazione di annoiare ed eccedere dalle venti righe, più o meno, che mi impegnano, facendola breve, spiegando cosa per spirito intendo io: un moto dell'animo, tutto ciò che è immateriale, che costituisce chi siamo, oltre l’aspetto fisico, qualcosa di talmente vago e vasto da essere paragonato esso stesso a un mondo, un universo.
Non aggiungo altro, che già il regalo più grande che puoi farti, ogni giorno, è essere consapevole che esiste, nutrirlo, allevarlo, educarlo. E che se lo fai, se lo farai, crescerà sempre, non conoscerà curve al ribasso né anzianità, a dispetto del tempo.

P.S. Ho rotto un lungo silenzio, qui, perché so che ci tieni, hai a cuore che alimenti questa sorta di diario di bordo, incalzandomi spesso, inducendomi a superare pigrizie e scrupoli.
In questo sei tu che sproni me a coltivare lo spirito, voglio riconoscertelo, facendomi constatare che non due, bensì tre sono i dettagli che non invecchiano: gli occhi, lo spirito e... il ricordo.
Il ricordo di te, ad esempio, che nonostante i ventitré anni oggi e il quasi metro ottanta continuo a “vedere” bambina, con le trecce e il viso furbo e il corpo snodato, mentre fai la verticale e la ruota nel salone della casa di via Varesina e poi mi salti al collo e ci abbracciamo, fortissimo.
Quell’abbraccio, fortissimo, è il mio legame con te, ora e sempre. Ricordalo.

lunedì 16 gennaio 2023

Il disegno (Una matassa di fili senza bandolo)

Ci giro in giro a lungo, sperando di passarci attraverso semplicemente lasciando scorrere il tempo, spostando ogni giorno la pietra d’inciampo più in là, tendendo i fili delle relazioni umane lo stretto necessario, rispondendo a chi bussa alla porta senza cercare per primo nessuno.
È una bolla, una risacca, un mulinello di sentimenti quello in cui sono finito, senza che i più lontani se ne accorgano, perché per notare certi stati d’animo occorre tenere il palmo della mano sulla guancia dell’altro, con in più la fortuna di cogliere il momento esatto del fremito, quell’istante in cui il disagio emerge, nitido, a dispetto della copertura di normalità spalmata sul resto.
È trascorso un anno esatto da quando te ne sei andato e - vengo al punto - non riesco ancora a guardare dritto nel vuoto che hai lasciato, allo sgomento che provo tuttora, quel misto di indifferenza e cinismo necessario per andare oltre, avanti almeno un passo. Quella forra di senso la sfioro, la accarezzo, la sondo, la assaggio, ma dentro non ci butto gli occhi mai, tenendo al riparo pure il cuore, come dietro un recinto.
È trascorso un anno esatto e proprio in corrispondenza di questo anniversario mi trovo aggrovigliato in una matassa di fili senza bandolo, conscio di essere così poco lucido da girare spesso a vuoto, incapace di comprendere ciò che io per primo voglio.
Aveva ragione la Deledda: siamo “canne al vento”. Chi più, chi meno, ci passiamo tutti, così come ciascuno di noi prima o poi deve affrontare il dilemma di Primo Levi: perché lui, perché lei e non io? Cosa ho fatto per meritarmi la fortuna di sopravvivere e cosa faccio per esser degno di essere sopravvissuto, per non sprecare o sciupare il dono ricevuto?
Domande a cui non trovo risposta, limitandomi a mettere un piede dopo l’altro, avanzando, confidando che alla fine, a distanza di mesi o di anni, guardando indietro, unendo i puntini, il cammino appaia tanto chiaro da prendere la forma di un contorno, l’immagine di qualcosa di buono, forse pure di bello.

P.S. Annoto qui una sensazione - poiché di ciò si tratta: un sentire, un sentore, un intuire, non un sapere, non un averne piena certezza, che è come il sogno, che sfugge quando nel dormiveglia si pensa di averlo acciuffato del tutto - che traspare con maggior lucidità proprio nel tempo più opaco. È la percezione esatta, lucida, che esista proprio un “disegno”, che capitino eventi, occasioni (qualcuno li chiama Provvidenza, altri destino, altri ancora semplicemente colpi di c… fortuna), come la sceneggiatura di un romanzo, come se qualcuno stesse tramando per noi, tessendo fili a prima vista invisibili ma che uniti danno sostanza a un tessuto, a qualcosa che ci comprende, quasi che tutto l’universo si pieghi per scrivere una storia in cui noi, ciascuno di noi, è al centro, protagonista in assolo di un’orchestra in cui siamo contemporaneamente musica e spartito, uditore e strumento.

sabato 31 dicembre 2022

Parole senza spine (Felice viaggio)

Con una mano stringo l’asola che chiude il sacco dei mesi passati, con il palmo dell’altra stendo la sabbia sulla quale disegnerò i giorni che verranno, solerte raccoglitore di note a margine senza data di scadenza.
Niente conti oggi, nessuna somma algebrica, zero riassunti, soltanto propositi buoni per tutti, in prossimità dell’anno che inizia.
  • Parlarci con riguardo.
  • Evitare sdegno, indignazione, sarcasmo, scherno, rabbia.
  • Mettere un freno alla lingua.
  • Contare fino a dieci prima di aprire la bocca o scrivere sui social.
  • Non replicare a tono se il tono altrui è quello dell’aggressività, dell’irritazione, del sospetto, della supponenza.
  • Pensare che l’altro o l’altra, qualsiasi altra o altro, hanno una fragilità, una debolezza, un punto di rottura.
Non teoria, bensì buone pratiche prese a spunto da un libro: “Le parole sono finestre (oppure muri)” ovvero l’utilizzo di "un linguaggio che permetta a noi stessi di esprimerci con onestà e chiarezza, prestando verso gli altri un’attenzione rispettosa ed empatica".

P.S. All’anno nuovo non è arrivato, Felice di nome e per parecchi anni di fatto, nonostante la fatica del lavoro, i sacrifici, il morso della malattia. Delle malattie anzi, poiché molte sono state le sofferenze patite, alle quali ha reagito ogni volta con una compostezza e con una dignità che viene da togliersi il cappello pure se un cappello non lo si indossa.
Felice Luraschi, collega e amico di mio padre, ha compiuto l’ultimo dei suoi molti viaggi stamattina. Non guidando un camion o manovrando una gru, come ha fatto per una vita, circondato dalle persone a cui ha voluto bene, a cominciare dalla moglie, dai figli, la sua famiglia.
Di lui non scorderò mai il garbo, l’esser gentile, una finezza soltanto in apparente contrasto con il mestiere di raccoglitore di metalli che si era scelto e che lo ha visto fondare un’azienda.
Ecco, ora che ci penso, nessuno più di lui ha interpretato ai miei occhi una “comunicazione non violenta”.
Proprio per questo che riposi in pace sono certo, avendo egli sempre seminato pace quando era in vita.

giovedì 8 dicembre 2022

Non è mai (Troppo tardi)

Se ne sono andati in molti, con alcuni sono stato anni fianco a fianco, per lavoro.
Antonio Marino, Marcello Dubini, gli ultimi in ordine di tempo, uno a La Provincia, l’altro al Corriere di Como.
Due persone diverse, unite dallo stesso mestiere, il mio.
Se non ne ho scritto prima non è per distrazione o indifferenza, bensì per evitare il rischio che parlando di loro mi mettessi al centro della scena io.
Un pericolo che - non conoscendolo - non corro con il terzo degli “strappati da casa”, Roberto Pelucchi, cinquantenne, bergamasco.
Di lui parecchi hanno raccontato, in troppi con un punto comune: il rimpianto.
Un rammarico di volta in volta e da persona a persona diverso, ciascuno però egualmente intenso: il dispiacere di essersi negli anni allontanati, l’aver lasciato che una sciocchezza dividesse, il rimandare troppo a lungo una telefonata, un messaggio, un degno congedo.
A loro, a tutti loro, il peso d’una sentenza.
Per noi, per tutti noi, la possibilità di essere ancora in tempo, sfruttando magari le feste imminenti per l’occasione che sono, che offrono, che rappresentano, di riannodare i fili, archiviare i malintesi, scrivere, parlarsi, riaprire una porta, chiudere un cerchio.

P.S. Sul rischio dei memoriali ho già detto.
Esistono però le eccezioni, chi - pur parlando inevitabilmente di sé - riesce a trasmettere qualcosa di universale, di buono, di vero. Come ha fatto Mattia (Feltri), scrivendo a Cesare (Zapperi), ricordando Roberto.
Caro Cesare,
vengo qui per ringraziarti dei tuoi ricordi di Roberto, Pelù, come lo chiamavano alla Gazzetta, o Pel, come lo chiamavamo noi a Bergamo Oggi, e per ringraziare Paolo Marabini e gli altri che ne hanno scritto, magari pubblicando quella magnifica foto di gruppo in bianco e nero che credo stia sulle scrivanie di ognuno di noi, e che denuncia gli anni dalle facce di quelli che non ci sono più, il nostro caro Ennio Arengi, e ora Roberto, che era il più piccolo di tutti noi, e quel volto bambino che ha conservato nei decenni, quel sorriso esplosivo sono ormai una coltellata.
Ti vorrei consegnare, caro Cesare, la mia piccola testimonianza di quegli anni con Roberto, che arrivò da noi non ricordo più come, ma tutti lo adottammo – noi lì dentro fummo tutti adottati e tutti adottammo – e per la nostra parte lo prendemmo in cura Alessandro Dell’Orto e io. Come sai, Alessandro e io facevamo coppia fissa, ci eravamo conosciuti al ginnasio nel 1982 e ci eravamo ritrovati nella stessa redazione. Quel faccino di ragazzo transitato dal liceo al giornalismo – allora succedeva ancora – ci aveva, noi poco più che ventenni, come consegnato una dimensione di maturità, ce l’eravamo consegnata da soli, e prendemmo Pelucchi e ce lo portammo con noi nelle nostre lunghe serate fra pizzerie, birrerie, discoteche. 
Sempre in giro in tre, con Roberto che si prende la prima sbronza, fuma la prima (e credo ultima) sigaretta, una specie di esordio nel mondo degli adulti, e oggi qui potrei impilarti una serie di aneddoti strepitosi, come la volta in cui, era la festa della donna, e noi non lo sapevamo, ci ritrovammo in un ristorante, in un tavolo di centro di una sala occupata soltanto da compagnie di donne, e tutte si alzarono e ci portarono rametti di mimosa, una celebrazione al contrario, e Roberto nel tagliare la pizza fece pressione sul piatto malriposto, e la pizza gli si rovesciò sulla camicia, procurandogli un tondo di pomodoro che si portò addosso per tutta la sera.
Potrei, ripeto, raccontartene mille: partivamo alla sera dopo il lavoro, e giravamo in lungo e in largo, in quei percorsi di provincia dove incontri sempre qualcuno che conosci, e rincasavamo non prima delle tre o delle quattro, ogni notte, per poi tornare al lavoro alle otto di mattina, perlomeno io che facevo la giudiziaria. Nel 1992, Roberto, Alessandro e io andammo a Londra. Treno a Bergamo, Tgv a Milano, una notte a Parigi (scendemmo alla Gare de Lyon e prendemmo un taxi per Place de la Bastille, ignorando che distasse cinquecento metri, e il tassista impazzì, cominciò a ripetere a raffica “Dieummerde, dieummerde”, e andò a rifarsi un parafango su una barriera di cemento), la mattina dopo treno per Calais, traghetto per Dover, treno per Londra, metropolitana per Highbury and Islington, dove eravamo ospiti di un amico che aveva affittato casa da un ex fidanzato di Holly Johnson, il grande frontman dei Frankie Goes to Hollywood. 
Una volta si viaggiava così. Non so se fosse meglio o peggio, ma per noi fu una irripetibile e fantastica festa mobile, e sarei un farabutto se negassi che Alessandro e io facemmo a Roberto scherzi di ogni tipo. Sul Tgv lo convincemmo a dire “cochon” alla hostess, spiegandogli che significava tramezzino al prosciutto, e quella si trattenne a stento dallo schiaffeggiarlo. O quando a Londra prendemmo degli hamburger, credo a Covent Garden, e siccome lui lo voleva senza cipolle gli dicemmo che doveva dire “with onions”, e più quella gli metteva cipolle più lui gridava “with onions”, e infine si arrese e arrivò al tavolo con mezzo chilo di cipolle nel suo panino. 
Se devo pensare ai dieci giorni della mia giovinezza, sono quei dieci giorni londinesi, che sacralizzarono la nostra amicizia. 
Andò avanti così per qualche anno, in una frenesia, in un’ansia assurda di vita, finché Roberto non decise che era tutto finito. Scrisse una lettera ad Alessandro e a me, una lettera magnifica che mi maledico di non trovare più. Scrisse che quella fra noi tre era stata un’avventura straordinaria, ed era felice d’averla attraversata, ma per lui era chiusa lì. Troppo piena, troppo tambureggiante, e con noi due, con Alessandro e me, che eravamo e continuiamo a essere fratelli, si sentiva sempre un po’ troppo ai nostri margini o sempre un po’ troppo nel nostro fuoco. Doveva riprendere fiato.
Ormai ci si vedeva solo al lavoro, e si rideva e si cazzeggiava come sempre, ma una stagione era scivolata via. Il giornale chiuse. Io sono andato prima a Milano, poi a Roma, e non ho mai più rivisto Roberto. Mai più. Ho pensato a lui tante volte, e ogni volta ho rinviato. 
Una settimana fa, proprio mercoledì scorso, sono venuto a Milano per lavoro e a una cena sono stato avvicinato da una collega di Roberto alla Gazzetta. Mi ha spiegato tutto, mi ha detto che era ricoverato, che l’operazione era andata bene, che se gli avessi mandato un messaggio ne sarebbe stato felice. Ho aspettato qualche giorno, ma qualche giorno di troppo. Un’altra volta.
C’è un’espressione banale che adesso mi sembra avere una forza dirompente: con Roberto se ne va un pezzetto di me. Ma sono stati anni grandiosi, Robertino. E queste poche righe sono quanto resta di noi.

giovedì 1 dicembre 2022

Cosa conta davvero (Scriviamoci)

Lo spunto me l’ha dato una lettera di Giorgia, qualche giorno fa, in cui mi elencava ciò che ha imparato stando là, dall'altra parte del mondo, in particolare da amici e parenti che la ospitano.
“Sii gentile con tutti quelli che incontri; interessati e prenditi cura delle persone, di tutti; dialoga con gli estranei, essendo la prima persona ad avviare il dialogo; chiama le persone se ci pensi, anche solo se vuoi condividere con loro la migliore pasticceria di cannoli di Boston; fai sentire importante chi ti è accanto, ad esempio comprandogli dei fiori, portandoli in stazione come benvenuto o condividendo con tutti ‘sono i miei cugini d'Italia’, essendone fieri”.
Quando l’ho letto, lo ammetto, mi sono commosso.
Fosse anche soltanto per ciò quell’essenziale dettaglio, è valsa la pena saperla così lontana, a lungo.

P.S. L’importante è il pensiero.
Sì? È vero? Vero vero vero?
Allora facciamolo, spremiamoci le meningi, mettiamolo per iscritto, come “presente” di Natale o in generale per i giorni che stanno arrivando: un biglietto.
Biglietti o lettere da recapitare con generosità, mettendoci il cuore, senza troppo calcolo, risparmiando soldi e ricambiando con un valore vero, assai più prezioso: il tempo dedicato per pensarci appunto, lo sforzo di mettere i propri sentimenti nero su bianco.
Mancano settimane, possiamo farlo.
Un - ampio - elenco di persone a cui scrivere, accompagnando gli auguri con qualcosa di personale, intimo, condiviso.
Non è un’idea originale, credo sia giusto rinnovarla, ogni anno, a prescindere che le feste piacciano o si provi l’irresistibile desiderio di saltarle a piè pari e ritrovarsi a gennaio.