domenica 6 marzo 2011

Piange il telefono (e anch'io non rido)


Vorrei dire qualcosa di sinistra: le intercettazioni telefoniche non si dovrebbero pubblicare, prima che sia finito il processo. Mi domando per quale oscuro mistero Berlusconi possa talmente condizionare migliaia di persone e i buoni principi che in secoli di convivenza civile abbiamo conquistato. Chi sbaglia? Lui a dire una cosa giusta, anche se lo fa per tornaconto personale e interesse privato, oppure chi rinuncia alla parte della ragione, soltanto per fargli un dispetto? Non sono mai stato un uomo di sinistra, nonostante sia finito come "comunista", peggio, come "cattocomunista", nel tritacarne di chi applica alla politica il tifo da stadio. Anche in questo, cerco di non farmi condizionate, perché questa sì sarebbe una tragedia: costringerci alle regole di chi non la pensa come noi, abbassarci al livello che altri hanno creato. Io mi ritengo un moderato, sforzandomi di giudicare gli atti e in second'ordine le parole, in virtù del contenuto e non perché chi le ha proferite mi è simpatico o antipatico. Della sinistra apprezzo l'attenzione verso i più deboli, l'idea di pari opportunità per tutti, un certo rigore morale; della destra il rispetto per la legge e per l'ordine, il riguardo per i valori della tradizione, dei padri. Oggi non vedo che confusione, ripicche, negazioni dei principi, nel tentativo di far lo sgambetto all'avversario. Da parte mia, cerco di badare più a ciò che è giusto e meno a ciò che è conveniente. Dicevo delle intercettazioni. Da giornalista mi ingolosiscono, poiché la loro pubblicazione fa vendere migliaia di copie e con le copie vendute noi campiamo. Ma da cittadino non posso far finta di nulla e negare ch'è ingiusto rendere pubblico un colloquio telefonico, in cui non traspare nulla di illegale, ma giudizi grevi o volgari, come credo siano buona parte delle conversazioni al telefono, comprese le mie, che nell'intimità del dialogo assomiglio più a un camallo del porto di Genova che ai probiviri di Oxford. Una legge in questo senso è necessaria, oltre che auspicabile. Qui non è questione di Berlusconi o non Berlusconi, bensì di civiltà, e non sono disposto a fare sconti a nessuno, neppure a chi cerca di fare (inutilmente) lo scalpo di un politico che non stimo, né ammiro e che giudico responsabile di buona parte del dissesto morale e sociale per cui "tutto è niente" e non si sa più dove stia di casa la serietà. Ma proprio per questo non posso permettermi di essere poco serio anch'io. Io voglio tornare a vivere in un paese diverso da quello in cui se voto questo sono bravo, se voto quell'altro sono colluso, mafioso o comunista, statalista o effemminato. Voglio continuare ad avere fiducia nei giudici, continuando a dire che è uno scandalo se i tribunali chiudono - come di fatto avviene - due mesi all'anno, con quel carico di arretrati che pende al collo di migliaia d'imputati in attesa di processo. Voglio continuare ad avere fiducia nella democrazia, sostenendo però che chi ha avuto più voti non può essere immune da leggi che valgono per tutti, compreso chi è eletto, fosse pure con un plebiscito. Voglio - più di ogni cosa - chiudere gli occhi e svegliarmi già domani, ma senza trovarmi io stesso cambiato, diverso, in qualche modo contaminato da questo tempo per troppi aspetti livoroso e perverso.


Foto by Leonora

sabato 5 marzo 2011

Francesco Somaini, scultore "in grande"

Timido e riservato nei rapporti umani, amava confrontarsi con l'immensità dell'arte che aveva dentro. Incontrammo Francesco Somaini il 29 gennaio del 1998, in una giornata tersa e gelida. Ricordiamo le sue mani, bianche come il marmo che scolpiva, e lo sguardo da miope, che tuttavia non perdeva un dettaglio di ciò che lo circondava. Lo apprezziamo più adesso del momento in cui l'incontrammo: il vino necessita di tempo, di decantazione, per diventare buono.

Come acqua di fonte. Gli occhi chiari. La naturalezza con cui spiega le cose. La limpidezza dei pensieri. Francesco Somaini, scultore, è come acqua di fonte.
Per descrivere e commentarne vita e opere i critici hanno scritto pagine su pagine. Arduo è aggiungere qualcosa al molto che è già stato detto, inventandoci per di più competenze che non abbiamo. Del resto, neppure lui pare abbia interesse a parlarsi addosso.
Pur avvezzo ad usare la parola, Somaini le preferisce il gesto. Il primato delle mani sulla voce si manifesta anche al momento delle presentazioni. Dopo lo scambio di saluti e nomi, lo scultore non ci dice chi è, ma ci mostra dove lavora e cosa fa. Quasi che il luogo del modellare e dello scolpire fosse chiamato a dare testimonianza dell’essenza piena e vera dell’autore. Il suo è un biglietto da visita che misura svariati metri quadri ed è composto da pietre, disegni, bozzetti, argani, ponteggi, paranchi, pompe, utensili. Il laboratorio non somiglia ad una vecchia bottega. Ricorda piuttosto una piccola azienda. Non è un caso. Francesco Somaini è un artista, ma soprattutto un professionista dell’arte. La differenza sta nel fatto che il primo con l’arte è in amore, il secondo con essa lavora e riesce pure a campare.
Essere professionista è per Somaini una necessità ("chi fa grandi sculture non può creare un’opera di quindici tonnellate e sperare di venderla. Bisogna esserne certi. Per farlo occorre predisporre preventivi, pianificare costi e ricavi, stipulare contratti, stabilire prefinanziamenti") e anche una virtù. Lo scultore discende da una famiglia di imprenditori e le origini di una persona significano sempre qualcosa. Il sole può cambiare il colore delle fronde, ma l’albero non dimentica la terra in cui affonda le radici.
"Mio padre possedeva un cotonificio e osteggiava la vocazione che avevo. Non giudicava l’arte una cosa seria. Per accontentare la famiglia frequentai il Liceo Classico a Como e mi laureai in giurisprudenza a Pavia, facendo nel contempo l’accademia di Brera. Realizzai le prime opere. Nel 1959 vinsi il Primo Premio Internazionale alla V Biennale di San Paolo del Brasile. Un riconoscimento inatteso, poiché vinto in precedenza solo da grandissimi, come Giorgio Morandi, mentre io ero il più giovane dei giovani in una delegazione che contava fior di maestri, come Burri, Consagra, Fontana, Minghuzzi, Pomodoro. Cambiò la mia vita. Feci mostre a New York, esposi nei maggiori musei americani e aggiunsi anche uno zero al valore delle mie opere. Ebbene, quando raccontai a mio padre del premio, mi rispose: “che gran venditore. Dai, vieni in ditta”.
Quando comprese di avere del talento?
"Da bambino. Avevo otto o nove anni e mio nonno mi portò in visita al museo Vela. Il custode ci mostrò una piccola acquasantiera con scolpita una testa di angioletto. Posso farla anch’io, pensai. E così feci".
Qualcuno oggi comincia dai muri o dai treni.
"Un gesto pseudo artistico, che è solo danneggiamento. Ogni volta guardo i dipinti sui treni con la speranza di vederne uno bello. Non mi è mai capitato. Sono volgari ripetizioni dei grafitisti americani di venticinque anni fa. Non c’è inventiva. L’arte non ha nulla a che spartire con il vandalismo che non rispetta persone e luoghi".
Ci stupiscono alcune immagini realizzate dal figlio Cesare (che fotografo d’arte è per mestiere, mentre la figlia Luisa insegna a Brera). Il padre è immortalato al lavoro. Somaini dalle fotografie non si riconosce. E’ celato da uno scafandro che lo fa sembrare un palombaro. Sbaglia chi lo pensa alle prese con martello e scalpelli. Per scolpire usa un getto di sabbia che esce da un piccolo ugello con la forza di dieci atmosfere, sollevando un polverone denso. Non lo vediamo all’opera, ma ce lo immaginiamo avvolto da una bianca nube, simile a quella che deve aver circondato il Dio creatore. E’ il destino di chi non si accontenta delle piccole cose e ha il gusto dei monumenti imponenti.
"Ho voluto sempre far cose grandi. Ho un’idea antica della scultura. Per me l’artista che fa delle cose minute ed intime, che parlano di sé, non segue la grande tradizione italiana, che di fatto si è immiserita dopo il Canova, nell’ottocento. Un segno dell’impotenza del nostro secolo, che ha paura di fare grandi opere. Ma cosa lasceremo noi? Le autostrade, le gallerie e poi? Ho sempre pensato che il destino della scultura è quello di arricchire le piazze, oggi come ieri".
Il contesto è però cambiato. Un tempo si abbelliva l’agorà, poi la cattedrale, oggi i supermercati. Paragone irriverente?
"Perché mai? L’ho sempre sostenuto e anche realizzato".
Con “La porta d’Europa”, davanti al Bennet di Montano Lucino, ad esempio.
"Venne Enzo Ratti e mi disse: “voglio l’opera tua migliore, la più importante che puoi fare”. Realizzai un bozzetto. Piacque tanto al committente da indurlo persino a cambiar nome al centro commerciale. L’idea che avevo era quella di rappresentare l’abbondanza e la carestia".
Non ne abbia a male, ma da lontano “La porta d’Europa” sembra un dolmen, quei massi che si vedono anche nei fumetti di Asterix.
"Perché dovrei prendermela? Sono soddisfatto quando un comune visitatore si pone delle domande su ciò che vede. I nemici della scultura sono coloro che dei monumenti non si accorgono neppure, troppo impegnati a correre, a fare e disfare. La mia idea è quella di realizzare opere che interroghino le persone e che la gente di buona volontà possa tentare di capire. Ecco perché ritengo necessario che l’opera contenga in sé un aggancio, un’indicazione, una traccia che rimandi al suo significato. La forma del triglite prende spunto proprio dai dolmen. Il motivo è semplice. La cultura delle grandi pietre, di cui si conserva la memoria nelle più svariate zone del continente, dall’atlantico al baltico, dall’Inghilterra fino alla Sardegna e a Malta, fu elemento unitario europeo più ancora dello stile gotico o romanico".
Come giudica la Como artistica?
"Una città abbastanza gretta, fatta eccezione per alcuni mecenati. E’ sempre stata provinciale, soffocata dalla vicina Milano. Como vivacchia. Negli anni ’50, quando aprii un piccolo studio, preferii il niente di Lomazzo al provincialismo di Como. Se si pensa che i disegni del Sant’Elia non sono ancora esposti".
Se le dicessero, scegli un angolo della città di Como dove mettere una tua scultura, quale sceglierebbe?
"L’ho già detto – sorride quasi con malizia, come un bimbo di cui è stato rivelato il luogo dove nasconde i dolci – Piazza Roma. Perché in fondo a questa piazza c’è un punto dove si vede il monumento di Piazza Volta. Questi due luoghi segnano la memoria della vecchia Como".
Che tipo di opera metterebbe?
"Un monumento ai nostri Maestri Cumacini, che per secoli hanno esportato arte e importato arte".
Si sente un po’ loro figlio?
"Certamente. Io mi ritengo mitteleuropeo, è tale è la mia scultura. Anche Como lo è, ma non si rende conto di esserlo, mentre sarebbe importante risvegliare in noi una cultura mitteleuropea".
Giorgio Bardaglio

E altre domande e risposte, mai pubblicate prima.

"Ogni scultura parla di sé. Per sé. E’ la pietra che, modellata dall’uomo, riesce a comunicare. Ogni parola che si aggiunge non è però vana. Non è facile realizzare una scultura per il pubblico. Quel che nel contesto urbano è un cumulo di sabbia scaricata da un camion, in una galleria d’arte diventa una scultura".
Como è una città bella?
"Lo è, ma sbaglia a pensarsi per questo turistica. Turistica è Lugano che, tanto per cominciare è rivolta a sud mentre Como guarda a nord. Poi non basta un pista da ghiaccio o un babbo natale che scende dal campanile".
Piazza Cavour?
"E' pericolosa per un artista. Da manuale è una piazza morta. Dove si instaurano le banche e le assicurazioni muore il tessuto urbano. La loro è una clientela frettolosa, di passaggio. Le amministrazioni precedenti avrebbero dovuto imporre le banche dal primo piano in su, lasciando il sotto per i parrucchieri, i bar, i ristoranti per tutte le tasche, anche i fast-food e le pizzerie. Piazza Cavour non ha niente perché la gente ci stia lì. Neanche la fontana del Bernini risolverebbe qualcosa. Dopo qualche mese si sarebbero già annoiati di vederla. Bisogna ricostruirne, magari rimpicciolendola, il tessuto urbano. Guardiamo piazza San Marco, a Venezia. Quanti bar ci sono? Non ho però certezze a riguardo".
Qual è il committente migliore?
"Quello che ha pazienza. In vita mia non ho mai chiesto una lira in più del pattuito. A volte ho avuto però bisogno di più tempo. Qualche volta sono stato anche accontentato".
E gli intermediari?
"Se posso ne faccio a meno. Si prendono almeno il 50% del ricavo, all’estero anche il 60".

venerdì 4 marzo 2011

La biblioteca di Lurate Caccivio sarà femmina


Speriamo che sia femmina. E infatti lo sarà, la nuova "biblioteca / centro civico" di Lurate Caccivio, appena il sindaco si deciderà ad aprirla, comprendendo non solo ch'è giusto averla lì, dov'è stata progettata. E sono certo che sarà così. Non solo perché lo stesso sindaco Palamara prima o poi capirà che ha solo da guadagnarci a tagliare il nastro e fare bella figura ad inaugurare un'opera che praticamente s'è trovato già bella e pronta, piuttosto che tenerla bloccata per anni, con la vaga promessa che "forse, magari, può darsi, probabilmente" fra tre anni ci rimetterà una parte della scuola elementare. Tanto più che, se fosse lungimirante, potrebbe lo stesso perseguire il suo disegno, aprendo la "biblioteca / centro civico" e impegnandosi ugualmente a ristrutturare tutto il resto, secondo ciò che lui pensa giusto, rimettendo poi ordine ai vari edifici una volta che potrà farlo per davvero e non promettendo promettendo senza garanzia alcuna che riuscirà a fare questo e quello.

In ogni caso, non è del sindaco che volevo parlare, ma di tutti quegli uomini e quelle donne che si stanno impegnando non per soldi, non per gloria, non per potere, bensì per una semplice idea che reputano giusta. Soprattutto le donne. L'ho capito ieri sera, tornando a casa tardi, notando sulla rampa delle scale tre enormi cartelloni e un cesto di volantini che Isabella, insieme ad altre amiche, ha distribuito stamane al mercato. L'ho capito perché bisogna avere fede in un principio e sapere di essere nel giusto se ci si alza presto e si dedica l'unica mattinata libera della settimana per restare al freddo, sotto la pioggia, a parlare con la gente, accettando di discutere e sostenendo le proprie ragioni senza timore di giudizio alcuno. L'ho capito perché so quanto sanno essere generose ma soprattutto ostinate le donne, che a differenza di noi uomini sanno cos'è il puntiglio e una volta stabilito l'obiettivo, raramente mollano la presa prima di raggiungerlo. E sono proprio le donne l'anima vera di una battaglia che non ha alcun colore politico ed è trasversale, va da destra e sinistra, andata e ritorno, affrontando una semplice questione amministrativa, che però riguarda il nostro paese, la comunità in cui viviamo, il presente e soprattutto il futuro. Ecco perché non invidio il sindaco, professor Rocco Palamara, che potrà pure essere cocciuto, ma su questo tema si gioca non soltanto la poltrona, ma anche il ricordo che lascerà della sua amministrazione, per generazioni e generazioni. Con qualcuno potrà pure fingere ch'è una questione di fazioni, con altri continuerà a sventolare la bandiera della nostalgia, ma alla lunga la questione rimarrà nella sua nuda semplicità: tagliare un nastro e prendersi un applauso, ripromettendosi di fare ancora meglio in futuro, oppure lasciare tutto com'è, mantenendo un edificio nuovo vuoto e cominciando una serie di battaglie con chi ha già l'elmetto in testa: i genitori delle attuali elementari, gli insegnanti, gli anziani del circolo delle bocce, che faranno le barricate quando capiranno che a breve saranno sfrattati, per allargare un plesso che ad oggi è perfetto per la biblioteca, ma troppo piccolo per la scuola. Senza contare il bilancio comunale in rosso, dove sarà difficile persino trovare i soldi per pagare gli stipendi ai dipendenti, figuriamoci reperire milioni e milioni di euro, lasciando nel mentre tutto paralizzato, sospeso. Ecco perché so che alla fine avranno ragione loro, le donne. Adesso o fra tre anni, quando si andrà a votare di nuovo. In ogni caso, per quando sarà inaugurata, propongo che l'aula magna della futura "biblioteca / centro civico" sia intitolata a tutte "Le donne di Lurate Caccivio". Se lo meritano, più di chiunque altro.


Foto by Leonora

giovedì 3 marzo 2011

Guttemberg, Scilipoti e la nostra povera Italia


Le parole che leggete qui sotto non sono mie. L'articolo, un editoriale, è di Giorgio Gandola, che non casualmente è anche il direttore del giornale dove lavoro. Le riporto per il semplice fatto che esprimono bene ciò che penso sul momento che vive questa nostra Italia e lo riportano meglio di quanto avrei fatto io. Diciamo che è un consiglio alla lettura, agli amici che passano di qui e a cui sono legato.

Guttemberg ha copiato. Con quel cognome avrebbe potuto macchiarsi di qualunque altro delitto, e magari farla franca. Ma per un Guttemberg (anche con una t di troppo) la riproduzione truffaldina di testi altrui senza citare la fonte non è soltanto un reato, è una bestemmia. Il ministro della difesa del governo tedesco ha impiegato poco a capirlo e ha fatto l’unica cosa che un nobile discendente di Otto von Bismarck poteva fare: si è dimesso. Ha fatto le valigie. E’ andato a casa. Dissolto. Raus.
Lo ripetiamo in tutte le salse perché ci sembra un gesto incredibile. La storia è persino banale. Un giornale (Il Suddeutsche Zeitung, quotidiano liberal di Monaco) qualche settimana fa ha rivelato che ai tempi dell’università il rampollo. dell’aristocrazia bavarese aveva copiato la tesi di laurea. Lui si è dapprima scusato, poi ha tolto il titolo di dottore dai biglietti da visita. E infine, ieri, ha deciso di ritirarsi dalla politica accompagnato dalla frase: "Non ce la faccio più. Ho raggiunto i limiti della sopportazione e della vergogna".
Spesso gli economisti si domandano come la Germania sia riuscita ad assorbire in vent’anni i costi della riunificazione e in tre ad ammortizzare la crisi economica, a ripartire di slancio (pil + 3,6%), a salvare la Grecia, a trainare il resto d’Europa. Mentre noi giochiamo con le leggine e gli slip di chiffon, loro volano. Perché? Forse semplicemente perché sono più seri. E, quando è il momento, sono capaci di dimettersi. Anche i francesi non scherzano. Non più tardi di due giorni fa la ministra degli Esteri Michelle Alliot-Marie ha lasciato l’incarico, travolta dallo scandalo dei rapporti d’amicizia con il deposto leader tunisino Ben Alì. Era stata in vacanza da lui a Natale e gli aveva mandato esperti per sedare la ribellione della folla. "Non ho commesso nessun illecito, ma per difendermi faccio un passo indietro". Tutta la Francia, quell’istante, ha rivalutato madame.
Diciamocelo francamente: visto da Roma, il gesto di Guttemberg suona futile, ingenuo, il segno tangibile di una psicolabilità che riguarda solo i bambini ("Allora non gioco più") o qualche idealista presidente di circoscrizione. Del resto, chi da noi non ha copiato almeno un compito in classe? Veltroni ha scritto la biografia di Bob Kennedy senza sapere l’inglese, Casini discetta di valori della famiglia avendone due e Berlusconi ritiene nobile scambiare una prostituta minorenne per la nipote di Mubarak. Avrà anche una scopa nella schiena, ma Karl Theodore Guttemberg arriva da un altro pianeta. Il ministro del governo Merkel, 39 anni, politico più giovane e più in ascesa del Reichstag, nobile dal 12° secolo, con un nonno che partecipò alla cospirazione contro Hitler, per molto meno del livello minimo di vergogna pubblica italiana, ha deciso di togliere il disturbo.
Immaginiamo cosa sarebbe successo da noi. Prendete Domenico Scilipoti, ginecologo e agopuntore che nei giorni pari vota per Di Pietro e in quelli dispari per il Pdl. Colto in fallo, avrebbe querelato i giornali, chiesto il varo di una legge per parificare la laurea alla terza media e spiegato che, in fondo, una tesi vale l’altra. Per inciso, Scilipoti è stato condannato per debiti, indagato per calunnia e connessioni con la ’Ndrangheta. Ovviamente da noi è popolarissimo.
Giorgio Gandola
Foto by Leonora (la foto l'ho scelta per la didascalia che ad essa ha messo l'autrice: "C'è chi ha tutte le rotelle a posto e c'è chi è inchiodato a terra")

mercoledì 2 marzo 2011

La corte dei miracoli


Ci sono i cantanti, i cantautori e i poeti. Franco Battiato appartiene a quest'ultimi, come Fossati De Andrè, Guccini... Ascolto spesso musica mentre scrivo, anche se non mi dispiace l'assoluto silenzio, eco perfetta di ciò che sento nella testa quando le parole sono come scintille e si mettono in fila, una ad una, per imperscrutabile mistero.

Ieri sono andato al funerale di Ermelinda, che ho conosciuto tanti anni fa, in quella corte lombarda dei miracoli ch'era la casa di Isabella. Nell'ampia cucina, quasi ogni santa sera, si radunava una composita compagnia, composta dalle amiche di sua madre, Adele, una vera Anfitrione, capace di tenere in piedi mezzo paese, trasformando ogni serata in commedia. Io venivo da una famiglia assai più riservata e quella socialità frizzante, quel teatro a metà tra i Legnanesi e Moliere, mi piaceva. Anni dopo, leggendo i libri di Isaac B. Singer ho trovato qualcosa di simile, nei racconti alla corte di suo padre. In quella di Adele c'era però più leggerezza, più allegria. Quel tempo s'è esaurito in maniera repentina e non esiste più: ne conservo una memoria pallida, nulla a che vedere con il colore e il calore che si sprigionava dalle chiacchiere, dai frizzi e lazzi, di quelle donne semplici eppure straordinarie, forse un poco petulanti, ma capaci anche di gesti generosi, di bontà inaspettate. Ermelinda era una presenza costante, la sua era una parte da protagonista. Ricordo le risate fino alle lacrime anche quando raccontava episodi drammatici, come quando i ladri le erano entrati in casa o, poche settimane dopo, si era trovata nel bel mezzo di una rapina, in un magazzino dove vendevano tappeti pregiati e l'avevano buttata a terra, costringendola a restare a faccia in giù, mentre lei continuava a chiamare: "Ugo! Ugo!", il marito.

Ugo c'era anche ieri e mi ha commosso fino al midollo, perché mai in vita mia ho conosciuto un marito tanto devoto, tanto amorevole. Tutte le donne del mondo, ho pensato, dovrebbero avere la fortuna di avere un uomo così, pacato, distinto, elegante e innamorato per oltre cinquant'anni della sua sposa. Se scrivo tutto questo è perché Ermelinda non merita di essere dimenticata. A volte mi faceva scuotere il capo, per qualche chiacchiera di troppo che le sfuggiva, ma nella sua semplicità, con l'esempio, mi ha insegnato una lezione che ai colti è quasi sempre preclusa, cioè che il perdono è sempre possibile e che la vita è troppo breve per vivere nel cruccio, con al collo un giogo che rende tutto difficile e pesa.


Foto by Leonora

Vincenzo Rovelli, l'ultimo degli antichi

Di Vincenzo Rovelli ricordo la corporatura robusta e le sopracciglia folte. Mauro Fuggiaschi, il vignettista che sul Corriere di Como accompagnava sempre le mie interviste con un ritratto, ne fece una caricatura stupenda, con la parrucca come si portava nel Settecento. Privo di vette, egli era uomo dotato di buon senso e di quella praticità che da queste parti è virtù e vanto. Rileggendo ciò che aveva detto mi sono sorpreso di quanto fosse sarcastico, pungente, disincantato. Ora come allora mi dà l'idea di essere l'epigono di secoli di tradizione, l'ultimo del suo genere, la cerniera tra un mondo che non è più il suo, qual è l'attuale, e uno antico, che non esiste più, ma a cui egli apparteneva per sangue, cultura, formazione e diritto. Lo incontrammo il 22 gennaio del 1998.

Pochi minuti non bastano per conoscere un uomo. Per raccontarlo bisogna fidarsi delle impressioni.
Vincenzo Rovelli, settantasette anni, laurea in scienze agrarie, proprietario di aziende zootecniche e amministratore di condomini, ci attende sulla porta della casa che fu di Alessandro Volta. Un parente. Uno dei tanti. Per quasi due ore restiamo ad ascoltare la sua voce, che a volte si inasprisce e stride. Sorridiamo spesso, e non solo per i motti e le chiose che riferisce in rigoroso dialetto. Ci incuriosisce il modo buffo con cui chiude gli occhi. Rovelli non abbassa semplicemente le palpebre. Sono le sopracciglia a toccare gli zigomi. Ricorda, anche per quello che dice, il gufo scettico e saggio di certe fiabe. Tanto cortese da attenderci sulla porta, tanto sospettoso da voler sapere per filo e per segno motivi e ragioni della nostra presenza ("Ghé da vèc pagùra, bisogna preoccuparsi quando si parla con i giornalai, come li chiama qualcuno. Primo perché possono inventare, ta cuntan su anca quel che te minga dìi, secondo perché anche quello che dici te lo girano come vogliono. Perciò calma, un mument"). Un giornalista deve dare certezze, ci ha suggerito un amico. Ma come fare? Come definire in pochi tratti un esistenza che ha radici nell’eternità e proiezioni nel futuro? A lungo siamo restati ad ascoltarlo e, congedandoci, non abbiamo potuto evitare di pensare: chi sarà veramente l’uomo che abbiamo incontrato? Di lui conosciamo più i natali che le opere. Per buona parte del nostro incontro le memorie di famiglia hanno il sopravvento.
"La presenza della mia famiglia a Como è documentata fin dal 1200. Nei ritagli di tempo ne ho ricostruito la storia, per lasciarla ai miei figli. Abbiamo tanti antenati illustri. Lo storico Giuseppe Rovelli, a cui è intitolata una via del centro, era il nonno del mio bisnonno".
Quando ha preso coscienza di avere origini tanto importanti?
"Finita la guerra, dopo il 1945. Scoprii alcuni documenti e scrissi una monografia su quella Giuseppina Raimondi, cugina dei miei avi, che il 24 gennaio 1861 sposò Garibaldi".
Gli psicologi affermano che ogni padre ha un figlio prediletto. Succede lo stesso per gli antenati?
"Credo di sì. A cavallo tra il 1400 e il 1500 visse Paolo Rovello, che era economo all’ospedale La colombetta. Un altro collaborò con Grassi, nelle ricerche sulla malaria. L’ultimo fu l’avvocato Rovelli, che scrisse una storia di Como, che io ho criticato, definendolo una bandieruola, ma era uomo di enorme cultura. C’è stato, ad esempio, un vescovo Rovelli, fratello minore dello storico, che nel concilio di Parigi si oppose addirittura a Napoleone. Sfidò l’ira dell’imperatore dicendo: mi lasci il crocefisso e il breviario e faccia di me ciò che vuole. Invece del castigo, in virtù del coraggio dimostrato, ottenne il titolo di barone. Non era come certi prelati grassocci. Era generoso. Quando morì lasciò in beneficenza tutto il patrimonio, catafalco funebre compreso".
E l’avo che più l’ha incuriosita?
"Forse il bisnonno Pietro, fanatico di Garibaldi, autore di molte sfide a duello. Fu protagonista delle cinque giornate di Como, di quelle di Venezia, della campagna del 1859, del 1860 e del 1866. Insomma, apéna che ghéra un quaicòs, lù al ménava i man".
Siete parenti anche di Alessandro Volta.
"Esatto. Con la famiglia dello scienziato esiste un doppio incrocio di parentela. Uno risale al 1600, l’altro è più recente. Una sorella di mia nonna sposò il nonno delle due ultime discendenti del Volta: Piera e Ippolita".
Ai nipotini racconta queste storie?
"Ho un nipote ventenne, che è un buon ragazzo, ma ha poco interesse per queste cose. Colpa degli anni che corrono e anche della scuola, che vale poco e altrettanto insegna".
Ai suoi tempi, invece?
"Altra pasta di insegnanti. Ricordo il buon Palma, professore di francese, che agli studenti dava del lei. Diceva: io non ho mai mangiato pane e latte con lei. E Paolo Maggi, che si soffermò sulla questione omerica per una ventina di giorni. E, più di tutti, Margheritis. In prima liceo ci faceva leggere la tragedia greca ritmata, cioè secondo la metrica. Adesso non sanno neppure cos’è la metrica".
Lei prendeva insufficienze?
"Piovevano. Un giorno, in un compito di greco, vidi il voto dieci. Eppure era pieno di segni rossi e blu. Allora guardai meglio. C’era scritto: meno dieci. Però agli esami di maturità, in cui si portavano tutte le materie, in greco presi sette. I professori ti facevano lavorare in maniera spaventosa, ma i risultati arrivavano e formavano le menti e le coscienze".
Oltre alla scuola, che ricordo ha di quegli anni?
"I compagni, l’affiatamento che c’era tra noi. Giravamo tantissimo in bicicletta. Con in testa il professor Gianfranco Bianchi, facevamo il giro del lago o andavamo all’isola comacina. Ero allenatissimo. A sedici anni, con una bicicletta di venticinque chili, andai in un giorno a Venezia. Non l’avevo mai vista e mi tolsi lo sfizio. Ci si divertiva molto con un niente. Tutto aveva sapore. La guerra interruppe l’idillio. Partimmo ragazzi per il fronte e tornammo uomini, messi di fronte alla realtà della vita. Non fu più la stessa cosa. Ci disperdemmo".
Qual è l'immagine simbolo di quella guerra?
"Ricordo l’otto settembre. Gli ufficiali ci fecero alzare le mani, in segno di resa, dandoci però l’ordine di aprire il fuoco quando il carro armato nemico fu a cinquanta metri. Questo era diventata l’Italia
".
Per molti anni ha amministrato stabili e condomini. Che idea si è fatto della convivenza umana?
"Ieri era più facile andare d’accordo, oggi è impossibile. Prima c’era una certa collaborazione, in special modo tra la gente più semplice, che aveva un senso costruttivo della partecipazione. Ora c’è una conflittualità esasperata. Si è avverato ciò che sosteneva Hobbes, l’uomo è diventato lupo per il suo simile".
Per età e vocazione Vincenzo Rovelli ha familiarità col passato, ma il suo sguardo è profondo anche quando non si rivolge alle spalle. Come immagina la Como di domani?
"E’ difficile dirlo, perché è affidata agli uomini politici, che da trent’anni sono fermi e litigano ogni giorno tra loro. C’è una domanda che mi inquieta: per cosa verrà ricordata la Como dei giorni nostri in futuro? Per l’operazione metro quadro? Non scherziamo. Ci vuole ben altro che tagliar nastri e sproloquiare ad ogni mezza inaugurazione. A parte qualche furba rinfrescata prima delle elezioni, la città si è fermata, perdendo importanti occasioni. Gli esempi sono innumerevoli, dall’Albergo San Gottardo all’area Ticosa. Così pure per i vari autosilo o la sede dell’università: facciamoli qui, facciamoli là, facciamoli su, facciamoli giù. Ma basta! Bisognerebbe fare come per il conclave, prendere maggioranza e minoranza e, fino a che si arriva ad una decisione, lasciarli chiusi in una stanza. E dàc poc da mangià, però".
Secondo Lino Gelpi furono i furbi che, prendendo il comando nei partiti, paralizzarono l’azione amministrativa.
"Lo ha detto con cognizione di causa. La responsabilità è di un sistema sbagliato, che ha dato troppo potere ai partiti. Ma è altrettanto vero che mancano soprattutto uomini validi. Ci sono delle mezze figure. Negli anni del dopo guerra, proprio fino all’epoca di Gelpi e della prima amministrazione Spallino, molti personaggi significativi si rimboccarono le maniche e, decisi a fare qualcosa di buono, lo fecero. Oggi non c’è una cultura che prepari l’individuo e non c’è vocazione politica. C’è soltanto il desiderio di avere la propria poltrona e di diventare qualcuno. Ambizione sacrosanta, non discuto, ma l’amministrato sulla poltrona ha bisogno di un valore e non solo di un occupante".
Di solito si dice che ogni città ha gli amministratori che si merita.
"Oggi mancano non solo gli amministratori che Como potrebbe auspicare, ma che potrebbe anche pretendere di avere. La colpa è nostra. Pensiamo troppo ai nostri affari e ci occupiamo troppo poco della cosa pubblica".
Perché lei, oltre ai condomini, non ha mai pensato ad amministrare nelle istituzioni?
"Dopo la guerra avevo intenzione di impegnarmi, ma ritenni prioritario dapprima terminare gli studi e poi dedicarmi anima e corpo al lavoro. Ho commesso un errore. Non solo lo riconosco, ma me ne pento".
Giorgio Bardaglio

E, di seguito, qualche appunto che ho mancato di trascrivere quando è stata pubblicata l'intervista.

"Mio figlio si è dato alla politica e persino mio nipote investe molto tempo. Gli piace, è bello e così... non si studia".
E’ un po’ scettico?
"Molto scettico. Oggi puoi anche riuscire a raggiungere la seggiolina o la poltroncina, ma bisogna guardarsi sempre dagli sgambetti. Mi dicono tu sei vecchio e parli da vecchio. E'’vero. Una volta la politica era una “roba da sciuri”. Ora è l’aggancio per sistemarsi, per fare i soldi. Ecco perché è terra di conquista per i tromboni e le mezze figure. Si fa fatica a trovare persone valide. Poi per l’inettitudine, l’incapacità di questi sono i furbi interessati a tirare le fila. Ad andare di mezzo è la collettività. Laddove c’è una persona che si da da fare e vale le cose cambiano. Ho in mente i due esempi dei paesi in cui ho vissuto oltre a Como. Ad Alzate Brianza sono stati sindaci validi. L’altro giorno sono tornato dopo tanto tempo e l’ho trovato trasformato, abbellito, tutto potenziato. A Cogliate è passata buona gente ma non valida e tutto è rimasto uguale. Anzi si è degradato poiché le scorie della metropoli si sono riversate lì".
Cosa conta di più, in politica?
"L’importanza dell’individuo è enorme. E non occorre avere natali illustri. E poi l’opposizione ha il dovere di controllare, ma non di rompere le scatole. Gelpi fisicamente, come persona, non era un dittatore troneggiante. Però fu un sindaco concreto, che fece dell’amministrazione seria, con la collaborazione degli assessorati. E adèss? E adesso?".
Come giudica gli italiani?
"Siamo latini. Molto latini. Con una mentalità fervida, brillante, ma anche predisposti ad una certa faciloneria".
Cosa non sopporta?
"Una certa mentalità meridionale. E lo dico avendo una moglie romana e una nuora siciliana. Ma non sopporto chi ha la presunzione di saperla più lunga degli altri. A chi mi ha detto: “Noi siamo la mente, voi il braccio” ho risposto: oh ciumbia, però ta manget cunt ul brasc, mangiate con il braccio, se no con la vostra mente ne dovete tirare di cinghia".
Dopo la guerra, cosa fece?
"Mi laureai in scienze agrarie e attivai un’azienda agricola di carattere zootecnico, alle porte di Milano. Nel contempo sviluppai a Como un’attività di amministrazione di condomini e stabili vari. Fu un periodo lungo e massacrante. Arrivavo in studio prima delle sei della mattina, verso le otto e mezzo mi recavo a Cogliate, tornavo a Como nel pomeriggio e in serata avevo le assemblee condominiali. Ricordo invece un complesso di palazzine, abitata da gente per bene, che la saveva lunga. Ogni volta che prendevamo delle decisioni nell’assemblea successiva venivano rimesse in discussione e annullate. In un anno feci tredici assemblee. Una volta tirammo addirittura le tre e mezzo del mattino, tanto che un marito scese e chiese notizie della moglie dicendo: duv’è ca lè, la trovi pù in lec. Non sono populista, ma la gente più semplice è più capace di collaborazione, di partecipazione collettiva".
L’amministratore di condomio non è solitamente una figura che sta antipatica?
"E’ quello che cerca i soldi. Piove sempre dal tetto e, chissà perché, piove sempre sul letto".

martedì 1 marzo 2011

Marzo, il mese della lieta consapevolezza


La porta era di legno vecchio, verniciata di chiaro. Color crema, credo. Sull'anta destra, guardandola dall'interno, avevamo messo un cartello: "Marzo, il mese della lieta consapevolezza". Era stato appeso da me e Mauro, quando in redazione non c'era nessuno, verso le due e un quarto d'un giorno di gennaio. Marzo allora era la primavera, la bella stagione che aspettavamo e lieta la consapevolezza che con quel mese la bella stagione cominciava davvero e con essa le giornate più lunghe, luminose, il sole caldo, le ragazze vestite con poco, che passeggiano leggiadre per le vie del centro e sorridono e ti fanno pensare a quando si vestiranno ancora meno.
A quel cartello penso ogni anno, quando comincia questo mese ch'era pazzo prima dell'effetto serra, del riscaldamento globale e di tutte le fregnacce (piatto tipico laziale) a cui non credo ma mi adeguo, constatando che se marzo è pazzo mica scherzano pure aprile, maggio e giugno, con acquazzoni, lampi, tuoni e tutto il resto. Stamattina mi ha mandato un messaggio Anna, che non sentivo da un sacco di tempo. Una volta mi disse che l'anno cominciava a marzo, prima per lei solo rifugio e letargo.
In questi giorni ho scritto poco. Qui almeno. Ero di umore nero e avevo bisogno di far come la terra che d'inverno tiene il fiato. Non che non avessi nulla da dire, ma guardavo lo schemo, restavo lì un po' e spegnevo tutto. Oggi però è diverso. Oggi è marzo.
P.S. Questo post è dedicato a Sabine. Lei sa perché.
Foto by Leonora