sabato 19 novembre 2011

Il capretto curioso e i cartoni dei bimbi anni Settanta

Prendo spunto da Davide, ch'è stufo di guardare i Teletubbies con la figlia.
Sono stato fortunato, nessuno dei miei ha avuto passione per gli inquietanti (a mio parere) pupazzi prodotti a suo tempo dalla Bbc, a dimostrazione che anche il servizio pubblico migliore del mondo a volte fa cadere le calze. Lo ammetto, è una presunzione di sonnolenza: non ne ho mia vista una puntata per intero, mi irritano persino le voci. Giovanni, l'unico che ogni tanto li guarda, non ne è entusiasta e questo giova al clima in famiglia, che già attorno alla televisione ruota la maggior parte delle frizioni e discussioni domestiche.
Lo dico io, che pur ho vissuto buona parte dell'infanzia sorbendomi improbabili trasmissioni ecumeniche, imposte dal compromesso storico, in cui i cartoni animati svedesi ("Gustavo") e pupazzi animati della Germania Federale ("Filopat e Patafil") oscuravano e sostituivano gli assai più invitanti protagonisti del mondo Disney o di Hanna & Barbera.
Ce n'era uno, in particolare, che mi ha accompagnato dai quattro ai sei anni e di cui s'è smarrita memoria. S'intitolava, credo, "Il capretto curioso" e rappresentava appunto le avventure di un capretto bianco, vagabondo, con il classico fazzoletto attaccato ad un bastone portato a spalla. Ricordo solo questo. Cerco poco disperatamente qualcuno che ne condivida la memoria.

Foto by Leonora

venerdì 18 novembre 2011

Cinquantenni sull'orlo di una crisi non solo di nervi

Alla fine è arrivata. Vicino a casa, accanto alla mia porta, tra persone che conosco da una vita.
Sto parlando della crisi. La crisi più subdola e pestifera che esista, perché non falcia tutti indistintamente, dimezzando il potere d'acquisto dell'intero paese, bensì toglie di mezzo donne e uomini pian piano, uno alla volta, mettendo in mezzo a una strada alcuni mentre per gli altri l'esistenza continua, meglio di prima.
Fra tutti coloro che devono caricarsi la croce in spalla ce n'è qualcuno che più di ogni altro paga dazio allo stillicidio di licenziamenti, dismissioni, contratti in scadenza, mancati rinnovi e chi più ne ha più ne metta. E' la fascia dei cinquantenni, coloro che sono né così vecchi da raggiunger l'età della pensione né abbastanza giovani da rimmettersi in gioco sulla giostra.
Prima ne conoscevo uno, poi due, ora sono diventati una decina. Uomini coi capelli sale e pepe e in molti casi un filo di pancetta, che per decenni hanno tirato la carriola, neppure immaginando di restare un giorno non lontano in mezzo a una strada, con figli ancora piccoli, un mutuo da pagare, la moglie che piange o si lamenta.
Prima di arrivare nel mezzo del cammin, in qualche caso erano riusciti a sbarcare il lunario, vivendo momenti di prosperità e gloria grazie ad attività in proprio. In qualche altro erano rimasti nei binari dell'onesta sopravvivenza, con un posto fisso e uno stipendio dignitoso, che permetteva di vivere non da nababbi ma neppure da barboni, farsi una casa, uscire ogni tanto a mangiarsi una pizza e andare una volta all'anno in vacanza.
Delle due tipologie, questa seconda è quella che meglio si adatta, perché abituata a una vita da formica, ma l'acqua si alza per tutti e in questi casi finisce per arrivare alla gola.
Chi invece è già immerso e affoga sono i primi, che neanche hanno la benzina di riserva e rischiano di restare tagliati fuori, passando dal benessere alla povertà nel giro di qualche settimana. Chi infatti li prende, chi li assume, chi offre un'altra opportunità lavorativa? Pochissimi, nessuno.
E' a loro che penso di più, ai cinquantenni che dovrebbero essere il ramo robusto di questa nostra società e invece non hanno più orizzonte, prospettiva.
I giovani se la caveranno appunto perché sono giovani e hanno fantasia, spirito di adattamento, energia, perché possono andare a ballare, addormentarsi alle cinque di mattina e svegliarsi due ore dopo ed essere freschi come una rosa.
Gli anziani sopravviveranno, pure tagliando loro un quarto di pensione, un po' perché appartengono a generazioni cresciute col gramo, un po' perché come certi orsi che vanno in letargo hanno imparato a rallentare il sistema fisiologico, moderando le esigenze e calibrandole al crepuscolo di vita.
Sono i cinquantenni a pagare più alto il dazio, è per loro che dovrebbe esser spesa dal nuovo governo un'urgenza. Sono cresciuti con "hai voluto la bicicletta, pedala" e ora sono troppo grandi per ammettere che qualcuno la bicicletta gliel'ha rubata, figuriamoci per rincorrerla e acciuffarla. I cinquantenni non hanno genitori che li possono accudire, né figli tanto grandi da essere indipendenti e dare una mano all'occorrenza.
O lo comprendiamo in fretta e troviamo una soluzione al problema o ci troveremo per la prima volta di fronte a una situazione mai verificata: la grande depressione orizzontale, che preserva la testa e la coda della nostra comunità minandone il cuore, falcidiando i più deboli, che paradossalmente sono quelli che fino ad oggi erano la parte più immobile, perché fatta di gente che si sentiva arrivata.

Foto by Leonora

giovedì 17 novembre 2011

Banche aperte e chiese chiuse

E' un governo di banchieri, viene detto a più riprese, per screditare le scelte del primo ministro Mario Monti.
Se ci pensate bene, fa già specie questo: che i "banchieri" possano "screditare" il governo, ch'è un po' come se gli idraulici capissero un tubo o i cuochi fossero dei bolliti.
Non sono contro le banche: le evito con cura. Ci sono entrato sì e no una mezza dozzina di volte in vita mia ed è sempre stata una sofferenza. Ciò non toglie che abbia amici bancari (bancari, non banchieri) che stimo moltissimo. Penso all'Arnaldo, a Dino, ad Augusto. E a mia cugina Roberta, che ha seguito le sorti del padre Gianni, l'unico fratello di mia madre (a proposito, oggi ho scoperto che proprio lo zio Gianni fu assunto all'allora Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde dallo zio di Monti, che era a sua volta parente di una mia zia, Carlotta. Loro tre, una sessantina di anni fa, andarono a trovare il comune zio a Milano, portando una lettera di referenze. "Ci fermammo a cena - ha spiegato mia mamma, in rigoroso dialetto lombardo - e ricordo che mangiai per la prima volta i cavoletti di Bruxelles impannati").
Torno a bomba (metaforicamente, ci mancherebbe) sull'argomento banca.
Non ho un rapporto di simpatia e nemmeno di cordialità, direi. Mi fido dell'Arnaldo, non della banca in sé. Di qualsiasi banca, visto che ne ho avute un paio e sono stato gabbato da entrambe (azioni Cirio e obbligazioni Argentina), per non parlare della famiglia di Isabella, ch'è stata addiruttura spolpata con manovra da mozzo di filibusta.
Premesso ciò, credo siano l'effetto e non la causa di buona parte dei mali.
La conferma l'ho avuta oggi. Ero in una grande città della Lombardia, e avendo una mezz'ora di tempo verso mezzogiorno ho bighellonato per il centro pedonale.
In trenta minuti non sono riuscito a entrare in una chiesa. Tutte con le porte serrate, o perché in disuso o per la pausa di metà giornata. In compenso non c'era una banca chiusa, con le loro sedi lussuose, le porte scorrevoli, un'opulenza dozzinale ed ostentata.
In fin della fiera, la morale è questa: abbiamo chiuso le chiese e aperto sempre più banche.
La non è loro la colpa, bensì nostra. Che abbiamo privilegiato il dio denaro a dispetto di quello fatto uomo, persona. Finché non torneremo a ribaltare i piatti della bilancia, dando valore ai beni immateriali, alla parte più intima, spirituale, che c'è in noi, è scontato che il primato spetti alla banca. Nel frattempo, prendendo atto dello stato delle cose e decretando questo come un tempo d'emergenza, avrei una proposta: non chiudiamo le banche ma almeno lasciamo aperte le chiese, riscoprendo la virtù del silenzio, dell'ascolto, dell'accoglienza.

Foto by Leonora

martedì 15 novembre 2011

La morte non è niente (se c'è complicità)

Complicità. Mi viene in mente questa parola mentre guardo "Last Chance Harvey". L'ho già visto, in italiano, ora lo riguardo, in inglese, coi sottotitoli (sbagliati, pressapochisti) in italiano.
M'è venuta in mente, poi ho scordato perché, quale fosse la scintilla che l'aveva accesa e che s'è spenta, rincorrendo altre scene, altri pensieri.
Me la sono ricordata adesso, vedendo Dustin Hoffman ballare con un'incantevole Liane Balaban, che nel film interpreta sua figlia. La parola complicità l'avevo inquadrata prima, quando loro due, da un capo all'altro del tavolo, si erano dati uno sguardo d'intesa. Ho pensato a me e Giorgia e a una fotografia, di Francesca e di suo padre, che avevo visto su Facebook qualche minuto prima.
Possono separarci anni, chilometri, città, incomprensioni, modi di intendere la vita ma basta un attimo per ricreare la magia di un legame che non può essere troncato, neanche dopo la vita.
Faccio un salto indietro. Oggi pomeriggio, poco prima delle tre, chiesa del collegio Gallio, il funerale dell'ex sindaco di Como, Alberto Botta. E' sua moglie Lorenza che prende la parola. Ha la voce strozzata, trattiene a stento le lacrime, legge una poesia di Sant'Agostino. Inizia così: "La morte non è niente".

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

La morte non è niente se c'è complicità. Vorrei dirlo ora, a Giorgia, perché lo sappia, perché non abbia mai paura. Ma ora dorme, mi spiace svegliarla. Lo appunto qui, così potrà leggerlo lei, un giorno, con calma. Mentre io me lo ricorderò sempre, a ogni nostro sguardo esclusivo, d'intesa.

Foto by Leonora

domenica 13 novembre 2011

Berlusconi esce di scena senza botto

L'ho scritto su Facebook: sono un romantico, il discorso finale di Berlusconi a me è piaciuto.
Qui metto il carico da paesano (per chi non conoscesse la terminologia lombarda nel gioco della briscola, il "carico da paesano" si concretizza allorché in una mano si raccimolano quattro figure - fanti, regine o re - il cui monte punti supera quota dieci, che equivale a un tre o a un asso): credo che l'uscita di scena del "povero Silvio" lo riscatti di molti degli scivoloni che in diciotto anni ha avuto.
Molti, non tutti, perché per quello ne occorrerebbero un migliaio di discorsi così e, più delle parole, con cui è sempre bravo, soprattutto servirebbero i fatti.
Il discorso di Berlusconi mi è piaciuto proprio perché questa volta - non succedeva da anni - seguiva un atto concreto, coraggioso, spontaneo, come le dimissioni.
"Bella forza, non aveva più la maggioranza" s'è detto. Non sono d'accordo. Silvio, il "povero Silvio" non ha avuto mai bisogno di una maggioranza: se gli occorreva, se la comprava, al dettaglio. L'ha fatto decine di volte, negli ultimi mesi. C'è qualcuno così ottuso o fazioso da immaginare che non potesse staccare un assegno di nuovo?
No, se n'è andato lui. Forse perché il pericolo per il paese (Paese, maiuscolo) è reale, forse perché s'è stancato di tutta quella fatica per niente, forse perché da abile attore qual è, ha capito che questa era l'occasione adatta per uscire di scena, carpendo un applauso.
L'hanno fischiato, è vero. Ma volete mettere qualche centinaio di buon temponi a fronte delle masnade che due settimane fa erano pronte al sacco di Roma pur di vederlo finito.
Ancora una volta è stato più furbo lui, ha gestito l'addio con un colpo di genio, oltre che di maestro: ha anestetizzato lo scontento. Essersi dimesso "domani" ha depotenziato il testosterone pubblico, come far bere a Rocco Siffredi un barile di bromuro, come obbligarti a mangiare tre chili di pane e poi darti in pasto il prosciutto: quanto ne vuoi, un chilo? Fossi matto, dammene una fettina che sono già pieno e a momenti m'addormo.
Gli avversari, i nemici, lo hanno visto uscire di scena così, meno "grogy" lui di loro, spompati dalla più lunga campagna antielettorale della storia dell'uomo. Dopo diciott'anni, chi attendeva il congedo col botto, s'è dovuto giocoforza accontentare di un "plof", col tappo di sughero che rotola nel lavandino.
Ora che il viale dei Tremonti è iniziato, avanti uno solo: Monti, appunto.
Dicono tutti che ci aspetta l'armageddon, che il diluvio è dietro l'angolo, che gemiti e stridore di denti siano il prossimo scenario all'ordine del giorno.
Sarà, ma mi sento fiducioso. Dopotutto - come recita la più scontata delle iconografie - noi italiani diamo il meglio quando tutto è (o almeno pare) perduto.
Di certo centinaia di deputati e di senatori hanno l'occasione di imitare Silviuccio nostro: invertire la clessidra, passare da rozzi gozzovigliatori e mangiapane a tradimento ad austeri e coscienziosi salvatori della Patria, morigerati quanto dev'essere Margherita Hack, quando passa dalla sala trucco.
Chi ha orecchie per intendere intenda, chi invece vuole continuare il banchetto pantagruelico, senza nemmeno l'accortezza di una breve pausa per il rutto, ricordiamo che non tutti sono Berlusconi: se non si spicciano se ne andranno anche loro, ma a pedate nello zoom zoom zoom fa il tacchino.

Foto by Leonora

venerdì 11 novembre 2011

Io non sono così

Io non sono così. Non come mi si vede nella foto di Facebook: tutto serio, col libro in mano, un pomeriggio di novembre, sul lago. Io non sono saggio quanto il Dalai Lama e comprensivo più del pio bove carducciano. Io mi incavolo. Mi inc...zzo proprio. Sono umorale, nervoso e balzano, che è una parola che nessuno usa più ma mi piace un sacco. E dico parolacce. Non molte. Qualcuna, quand'è il caso e il caso, di questi tempi è spesso. Stringo la mascella, gli occhi diventano una fessura e divento nero, nero proprio. E urlo. Alzo la voce. Ma il peggio viene quando l'abbasso, quando la pazienza è proprio al limite e le corde vocali scendono di un tono. Generalmente è in quel momento che sono peggiore, proprio uno str...zo. Di solito avviene così, con diagramma perfetto, prima piatto (perché sostanzialmente sono un razionale, per cui ragiono e ragiono e ragiono, mi calmo, cerco di starmene quieto, di pescare il buono in ogni cosa), poi in ascesa costante (perché ragiono e ragiono e ragiono sì, e comprendo e comprendo e comprendo altrettanto, ma intanto accumulo, mi carico di energia negativa, monto a neve se mi arrovello invano, senza trovare uno sbocco gradito), finché sbotto (tornare al punto precedente, quando stringo la mascella e urlo). A questo punto le alternative sono due: o ottengo ciò che voglio e allora mi placo, torno in modalità Milano- Vignola, paesaggio piatto, oppure la discussione va avanti e allora abbasso il volume e mi viene la voce da doppiatore di John Voight quando fa il cattivo e sul display del volto esce la scritta: furioso, accompagnata di solito da parole taglienti, sprezzanti, che mettono argine e pure fine al confronto.
Ora, per i novantaquattro su cento che invece di me vedono soltanto il versante bel tempo, vorrei essere sincero. Ai restanti sei, ristretti nella cerchia di parenti e colleghi, che invece hanno a che fare con mister Hide Giorgio, chiedo scusa, ma non me ne pento. Sta scritto da qualche parte che quando si dice "uomo di carattere" si tralascia l'aggettivo che lo qualifica, quel carattere: brutto. Se lo scrivo qua è per onestà intellettuale, perché soltanto una cosa mi spaventa di più che sembrare str...zo: essere falso. Dare di me un'immagine che non corrisponde al vero.
P.S. Per chi non avesse capito o si sta dicendo: "Ma come, lo conosco, non può essere vero", chiedere ai miei figli di raccontare come ho passato la giornata di ieri, il mio compleanno. C'è di buono che poi mi passa, presto.

mercoledì 9 novembre 2011

Mister B. e la terza Repubblica

Il lato B delle cose: si dimette domani e già mi manca.
Sarà l'avverarsi di ciò che scrivevo cinque giorni fa, oppure la sindrome di Stoccolma, come dice Selena, o più semplicemente un velo di spossatezza dopo anni di attesa: una sorta di depressione post parto, anche se partito lui non è ancora.
Già ne parlano tutti al passato però, compresi i due grandi che finiscono in "ini": Massimo Gramellini e Annalena Benini. Articoli memorabili, come sempre, quelli comparsi in prima pagina oggi su La Stampa e Il Foglio.
Su La Stampa poi ci si è messo pure il direttore, Mario Calabresi, con un pezzo di rara umanità, che riporta fedelmente un colloquio con mister B. in persona, ieri sera. Il finale è magnifico, poiché in poche righe riassume l'essenza del personaggio, che chiude una parentesi quasi ventennale rammiracandosi di non aver superato Giolitti, l'unico che è stato in carica più anni di lui. "Ma io sono stato il più longevo nell'Italia repubblicana. Questa di Giolitti però non la sapevo: peccato, peccato davvero. Vabbé, buonanotte". Le ultime parole di uno che hanno dipinto come angelo salvatore della Patria o demonio sceso in campo soltanto per scampare la galera,, mentre nel finale sta scritta la verita': voleva semplicemente ritagliarsi uno spazio sui libri di storia.
"Sic transit gloria mundi", gloria minuscolo, non Gloria quella di "citofonare Gloria via Olgettina 11, dopo i pasti, la sera".
Ne ha combinate di tutti i colori, se ne va senza sbattere la porta, dimostrando buon senso, ma anche come un Rumor o un Tanassi qualsiasi, per non aver superato 308 voti alla Camera, raccogliendo una fiducia formale ma non di sostanza. Come se prima invece ne avesse avuta una o si potesse chiamare tale la raccolta foraggiata di onorevoli che una mano l'alzavano in aula e l'altra la tenevano sotto il banco, tenendo stretto l'assegno del signor Bonaventura, quello da un milione e passa.
Non era Mussolini, non è stato De Gasperi. Non ha fatto dell'Italia un paese più efficiente, migliore, felice (d'altro canto, tutto si può dire, tranne che non abbia avuto sfiga: a parte la caduta di un meteorite sulla testa, in questi anni ne sono capitate di ogni, dalla crisi nera a quella piu' buia), ma neppure l'ha trasformato in quella dittatura agitata come uno spettro da chi non lo reggeva. La libertà di stampa esiste, quella di parola pure e forse ce n'è fin troppa: bisognerebbe concederla solo a chi l'accompagna alla coerenza, altrimenti è sciupata.
Non sono mai stato un suo sostenitore, ha sempre fatto di tutto per collocarsi al polo opposto della mia visione di vita: con l'età però tutto si stempera, molto si comprende, qualcosa si scusa e persino si perdona.
Il dispiacere maggiore è che si sia estinto per consunzione, non con un atto di dignità dei parlamentari italiani, bensì sotto le pressioni della Bce, del Fondo monetario internazionale, degli speculatori finanziari che ci minacciano a colpi di spread (ch'è già una parola brutta, qualcosa a metà tra spregio e una pernacchia), mentre un uomo che sia un uomo di colpi dovrebbe temere soltanto quelli di pistola o, se si rubano le uova a un contadino, quelli di vanga.
Ora che la foglia di fico s'è levata, non ci resta che contemplare la sciatta nudità di un popolo rappresentato da troppa gente senza nerbo né anima. Confido nel futuro e (pur essendo scettico) nell'impegno di gente che sia seria senza per forza esser grigia.
Da buon sempliciotto, ho una ricetta: governo tecnico di cinque mesi, riforme draconiane (mi piace la parola: draconiano) per ridurre gli sprechi ed elezioni a primavera.
Speravo tanto nella seconda Repubblica, ma è ora di passare alla Terza.

P.S. Mi sto già preparando. Avete fatto caso? Non ho l'ho mai nominato una volta.

Foto by Leonora