giovedì 7 ottobre 2021

Il corpo nudo (Cicatrici e dintorni)

“Quando sto davanti a te alla fine del giorno, tu dovresti vedere le mie cicatrici e sapere che io ho avuto le mie ferite e anche le mie guarigioni.”
(Rabindranath Tagore)

Dicono che la carne viva, dopo un contatto intenso con il fuoco, continui ad ardere, come brace, per giorni, a lungo.
Non so se sia vero, so però quanto brucia un conflitto non risolto, un vuoto improvviso, un amore spezzato, un'amicizia troncata, un litigio aspro, una delusione, un'incomprensione, un lutto.
Le ferite si rimarginano, le cicatrici restano: un'altra lezione che ho imparato sulla mia pelle, anche quando non era mia la pelle lacerata, semmai la mano che teneva l'impugnatura del coltello.
Passa. Tutto passa. Ripeterselo fa bene, così come ricordare che "più a fondo scava il dolore, più gioia si potrà contenere" - come mi scrisse David, un tempo indefinito addietro - ma né uno né l'altro leniscono il dolore nel momento in cui divampa e si propaga nel profondo.
Ciascuno di noi allora dovrebbe avere qualcuno che "alla fine del giorno" ci sta davanti, a cui poter mostrare le proprie cicatrici, che sappia le nostre ferite e guarigioni.
Ma più ancora noi, per primi, dovremmo essere per qualcun altro colui o colei che "sta davanti", che osserva, rimane attento, si mette in ascolto.
Aprirsi è importante. Lasciare aprire lo è altrettanto.
Come sempre: lo scrivo a tutti per ricordarlo a me stesso. Alla persona affaccendata, distratta, pigra, gretta, indolente che troppo spesso sono. Se dovessi confessare un cruccio, infatti, metterei ai primi posti la sensazione di "non esserci abbastanza", di farmi sfuggire momenti essenziali o relazioni che meriterebbero di essere coltivate e invece sfuggono, scivolano via, come la farina di granturco tra le dita quando non si stringe il pugno.
"Se ci tengono, si faranno vivi loro" mi ripeto, ma è una scusa banale, il velo lieve e vano che tenta di coprire un corpo nudo.

P.S. Non erano storie tristi quelle che in passato ho raccontato, non lo è neppure questa.
Ciò che lascia l'impronta d'un sorriso infatti è la certezza di essere compreso e, nel caso, perdonato, dalla stragrande maggior parte di amici e parenti e conoscenti a cui non do quanto potrei, quanto meriterebbero.
Una consapevolezza, quella della bontà altrui, che è sprone principale affinché ad essere magnanimo, comprensivo con gli altri sia io. Un circolo virtuoso in cui il torto fa da olio carburante e non da freno.

mercoledì 6 ottobre 2021

Se questa è una donna (Parole nuove)

"Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole...". 
(Primo Levi)

Parole vecchie, parole nuove, parole che aprono una via e altre che chiudono un cerchio, parole che limitano, parole che ampliano, parole come strumento, parole che raccontano, che influenzano, parole che cambiano il comportamento.
Prendo a prestito una tesi e una frase.
La frase è quella qui sopra, di Levi, in corsivo.
La tesi è quella di mia figlia, che consegnerà a novembre e che sta ancora elaborando, il cui primo capitolo tratta proprio "il linguaggio che riflette ma anche influenza la società" (Alessandro Zucchi).
Metto nella centrifuga il tutto, confidando di cavarne un succo accettabile, abbinando un'ultima citazione, tratta dalla cronaca delle pagine di spettacolo di un quotidiano, del maggio scorso: “A Cannes è arrivata Jodie Foster con la moglie Alexandra Hedison”.
La moglie. Chi decide che Alexandra Hedison di Jodie Foster è la moglie e non il marito? E se anche lo fosse, se si ritenesse tale, qual è l'essenza che la determina, perché l'una e non l'altra e viceversa?
Possiamo affrontare l'argomento oppure scansarlo, ciò non impedirà alla realtà di andare avanti, di evolvere, trascinandosi dietro il linguaggio, oppure trovare parole calzanti o nuove e - come teorizza Zucchi - far sì che il linguaggio condizioni la società, non limitandosi a rappresentarla.
Di certo, per quanto possa urtare (e urta me, per primo, lo ammetto, che oltre ad appartenere pienamente al mio tempo ho per la significato corretto delle parole particolare attenzione e riguardo, tanto che ancor oggi non riesco proprio a dire "la sindachessa" o "la ministra") il cambiamento è irreversibile, assicurato, poiché s'inserisce nel solco di un processo che dura secoli, a volte lento, a volte svelto, orientato sempre più all'addomesticamento, a una civiltà inclusiva, tollerante, mite, gregaria, in cui tenersi per mano prevale sul darsi uno schiaffo.


P.S. Che poi la tesi di mia figlia e la frase di Primo Levi si intrecciano. La frase completa della citazione di Levi è infatti: "Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo". Levi - figlio del suo tempo e pure del nostro, di quello in cui sono cresciuto - utilizza la parola "uomo", escludendo la donna, anche se sono certo volesse includerla, poiché l'uomo che cita non è il maschio, bensì l'essere umano, di qualsiasi genere.
Ciò che concediamo dunque alla poesia e anche alla prosa, dovremmo restituire nel linguaggio comune, nel saggio: le parole sono per natura mutevoli, ma innanzi tutto un "simbolo", qualcosa che letteralmente unisce. Spetta a noi coniarne di nuove, di giuste, e non utilizzarle per dividerci, su tutto.

martedì 5 ottobre 2021

La mossa del pedone (Cambiare, se stessi)

“Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi.”
(Nelson Mandela)

L'unico indice puntato che funziona è quello allo specchio.
Il cambiamento passa sempre da se stessi, perché noi stessi siamo le sole persone su cui possiamo confidare, incidendo a fondo.
Accettarlo non è semplice - specie nelle molte occasioni nelle quali ci sentiamo seduti dalla parte della ragione, sistemando gli altri sullo sgabello del torto - eppure è un modo sicuro per il cambiamento, vero.
Badare al proprio, senza giudicare o attendere le mosse dell'altro, evitando di crearsi delle scuse, è anche il cuore di un video che anni fa mi aveva illuminato e che ricordo spesso. È quello di Velasco, allenatore di pallavolo e motivatore a tempo guadagnato, in cui racconta: "L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non era alzata bene, e si lamenta con l’alzatore perché l’alzata non era perfetta. A quel punto l’alzatore si gira verso il ricevitore, lamentandosi che la ricezione non era perfetta: "Se tu che sei il ricevitore non ricevi bene, io che sono il palleggiatore non riesco a fare l’alzata perfetta e poi l’attaccante schiaccia fuori". A quel punto il ricevitore si gira, cercando qualcuno a cui dare la colpa… Ma lui riceve la battuta dalla squadra avversaria, per cui non può dire all'avversario di battere facile così da ricevere bene e lì finisce la catena…".
Per Velasco la soluzione è semplice: "Gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono!". E per risolverla non hanno che un modo: disporsi al meglio, cambiare la propria postura o l'ampiezza del salto, l'inclinazione del braccio, la rigidità della mano, per fare in modo che si ottenga il meglio.
Cambiare se stessi, non sperare nel cambiamento altrui o attorno: un'indicazione semplice, attuabile subito, per cui non dobbiamo attendere la ricetta del medico né alcuna autorizzazione ministeriale.

P.S. “Cambiare” è come “convertirsi”: un verbo che pretende la forma riflessiva, prima persona singolare.
Io, in cosa sono disposto a cambiare?
Per quanto mi riguarda, dovrei avere più disciplina, ad esempio.
Essere più coraggioso, audace, intraprendente anche.
E meno supponente, permaloso, più umile.
Di quella umiltà che consiste nel mostrare il proprio lato debole, senza vergognarsi, nel caso tendendo la mano, per chiedere (un consiglio, un aiuto, un’opportunità, un’occasione…).

lunedì 4 ottobre 2021

Una mente educata (Resistere al pregiudizio)

"Solo una mente educata può capire un pensiero diverso dal proprio senza avere bisogno di accettarlo" (Aristotele)

Le ragioni degli altri. Sono quelle che più mi intrigano, che ricerco con curiosità e ostinazione.
Un atto di volontà, spesso pure in contromano, in un tempo qual è il nostro, assai frammentato, in cui chi alza il dito per obiettare viene immediatamente etichettato e, forse per una forma di protezione, tendiamo a chiuderci nelle bolle di conforto di quanti la pensano allo stesso modo.
Aristotele invita alla resistenza, ricordando che "comprendere" e "accettare" sono azioni distinte, senza obbligo alcuno di unirsi in matrimonio.
Educare la mente allora è azione buona e giusta, nostro dovere, oltre che fonte di salvaguardia.
Perciò insisto affinché ovunque - in famiglia come tra amici o nei circoli, nelle amministrazioni, sui luoghi di lavoro, in chiesa, al bar, nelle piazze... - venga coltivato il dialogo, il dibattito, ci si confronti di più, si alimenti il desiderio di spiegarsi, comprendersi.

P.S. Mi piacerebbe dedicare a questa opportunità di scambio un luogo, magari lo stesso che ho ricevuto in eredità da mio padre e di cui in questo blog ho già scritto.
Sarebbe un bel lascito, oltre che un modo concreto di contribuire a ciò che ritengo buono, giusto, anche se più di un posto fisico, ciò che serve è un'attitudine, un atteggiamento.


domenica 3 ottobre 2021

Quando cala l'oscurità (La luce dentro)


Le persone sono come le vetrate.
Scintillano e brillano quando c’è il sole, ma quando cala l’oscurità rivelano la loro bellezza solo se c’è una luce dentro.
(Elisabeth Kubler-Ross)

Quando cala l'oscurità. Cala sempre, prima o dopo. È per noi l'immutabile alternanza della notte e del giorno: può durare poco o tanto, ma ci sarà sempre un buio ad alternarsi al chiaro e di contro un'alba che sfida il tramonto.
Ecco perché la luce occorre averla dentro.
Intendo non la luce ch'è un dono, quella del carattere di chi ha cuor contento o che accompagna le persone serene di natura, poco inclini al tormento.
Piuttosto, la luce accesa dalla volontà, la capacità di vestire i panni dell'altro, di mettersi in ascolto, di scegliere ad ogni bivio il bene, il buono, il sorriso, il tendere costantemente la mano, vedere la parte del bicchiere mezzo pieno, riconoscere le proprie mancanze e le virtù di chi ci sta accanto o che osserviamo da lontano.
Le persone sono come le vetrate.
Non i vetri, limpidi, perfettamente trasparenti.
Le vetrate spesse e opache, colorate, quelle delle chiese o delle case in stile liberty e art nouveau, delle finestre o dei divisori, che illuminano e insieme coprono, quelle saldate con il piombo, pezzo per pezzo, come pezzo su pezzo siamo noi, non banalmente un uno.

P.S. Si fa in fretta a dire: sii contento. Ed è facile giudicare sommariamente da fuori, fare l'addizione delle fortune altrui, evitando di sottrarre ciò che non vediamo, quanto chi abbiamo di fronte tende a celare, a non mettere sul banco. C'è bellezza dentro ciascuno, insieme a fragilità, delicatezza. Per scorgervi la luce occorre attenzione, rispetto, non rompere a sassate il vetro, bensì accostarsi vicino, a volte mettendo le mani sulle tempie, eliminando l'abbaglio che c'è attorno e aguzzando la vista, mettendo meglio gli occhi a fuoco, confidando che ci sia anche ciò che d'acchito non notiamo. Vedere "la luce dentro" è un esercizio che riesce se, per farlo, ci alleniamo.

sabato 2 ottobre 2021

Lasciare un'impronta (Desiderio e cambiamento)

“Se vuoi qualcosa che non hai mai avuto, devi fare qualcosa che non hai mai fatto“
(Thomas Jefferson)

Parto al contrario, proponendo qualcosa che negli anni recenti ho sempre mantenuto: dedicando ottobre a questo spazio, rinnovando il proposito di un post al giorno.
Al tempo stesso, provo a cambiare spartito, inaugurando un modo nuovo, riportando sempre una frase che ho letto o ascoltato da qualche parte o sottolineato in un libro, e aggiungendovi sotto un pensiero.

P.S. La novità scompensa sempre, destabilizza, disorienta persino.
Ho avuto colleghi e amici che l'aborrivano, anch'io però la subisco, l'accetto, piuttosto che auspicarla, favorirla o cavalcarla appena compare all'orizzonte o mentre si fa spazio già al di qua dell'uscio.
A volte, quasi sempre, sono così pigro che piuttosto che fare qualcosa che non ho mai fatto, preferisco rinunciare a qualcosa che non ho mai avuto.
A contare allora non è la capacità di fare un salto, di cimentarsi, di sperimentare, bensì la molla che spinge a farlo, cioè l'aspirazione, l'ambizione e tutti quei sentimenti che si declinano con un desiderio.
In altre parole, il verbo che conta, nella frase di Jefferson, è il primo: vuoi, volere.
Se manca quello, il resto possiamo anche cancellarlo, considerarlo inutile, mai scritto.
Cosa voglio allora? Cosa desidero io, di ambizioso, in questo tempo?
La prima cosa che mi viene in mente è: un obiettivo, una missione, uno scopo. Vorrei lasciare un'impronta, utilizzare pienamente l'esperienza accumulata, mettere a frutto i talenti che ho ricevuto in dono, qualsiasi essi siano.
Se questo è l'auspicio, so anche cos'è che mi manca, cosa non ho mai a sufficienza avuto: disciplina, determinazione, spirito di sacrificio.
Buono a sapersi. Almeno come inizio.

venerdì 1 ottobre 2021

Vivo e vegeto (Quattordici anni)

Se fossi umano saresti un adolescente.
Ti do del tu, anche se sarebbe più corretto l’io.
E scrivo “umano”, non “vivo”, poiché vivo lo sei e parli, comunichi, mio prolungamento e nel contempo essere a sé stante, autonomo: durerai più a lungo di quanto farà il sottoscritto, dirai di me anche quando avrò chiuso gli occhi e il labbro resterà freddo, muto.
Quattordici anni.
Era il primo ottobre del 2007, la mattina in cui ho scelto per te forma e titolo, scrivendo le prime venti delle migliaia e migliaia di righe che ti costituiscono.
Appartieni a una specie che s’é fatta rara e ha un nome buffo, quattro lettere in tutto, che paiono un rigurgito: blog.
Hai passato momenti d’oro, mietiture abbondanti, seguite da stagioni asciutte, semi sparsi sul terreno duro.
Sei stato a tratti nutrito, irrorato, posto sotto la luce, coccolato, a tratti invece trascurato, lasciato in ombra, messo a digiuno.
Mai però s’è spezzata quella fibra che ti mantiene vegeto, quel filo che ancor oggi, quattordici anni dopo, cuce e ricama “pensieri e parole, in libertà”, come quel primo giorno.

P.S. A proposito di spezzarsi e mantenersi vegeto. Annoto qui la resistenza del ramo d’olivo, un grosso ramo, che il peso della neve lo scorso inverno aveva lacerato, strappandone le fibre, tanto che dei sette o otto centimetri di diametro, attaccati al tronco non ne restavano che un paio.
“Seccherà”, ho pensato.
“Seccherà e in primavera lo taglierò”.
Per tagliarlo, l’ho tagliato, ma secco non era affatto.
Da quei due centimetri la linfa è continuata a scorrere, mantenendo il legno verde, vivo.
E l’immagine di quel ramo, divelto e insieme resistente, sopravvissuto, mi si è stampata in mente come un monito, a ricordarmi che per quanto la vita possa piegarti, troncarti, lacerarti, basta poco per restare attaccati ad essa e mettere di nuovo germogli, fiori, frutto.