domenica 4 giugno 2023

Voce del verbo amare (Prima persona plurale)

In amore lezioni da dare non ho.
Semmai impronte, dove io stesso ho poggiato i piedi, imparando ad esempio che “tenere” all’altro o all’altra non significa essere “gelosi”, poiché l’amore non è un laccio, non si può “imporre”, piuttosto è mano tesa, che l’altro o l’altra possono pure non accettare.
Per il resto, ho poche certezze e molti “se” (come nella poesia di Kipling).
Se guarderai dritto negli occhi e dritta negli occhi ti lascerei guardare…
Se avrai pazienza e saprai abbracciare, pelle a pelle, prendendoti il tempo per respirare…
Se sentirai corpo e mente in sincronia, come un tambureggiare…
Se avrai curiosità, desiderio di conoscere, esplorare…
Se lascerai fuori dalla porta paronoie e pregiudizi…
Se ti abbandonerai per almeno un istante ai sensi, alla parte più istintiva, quella che sopravvive da millenni, generazioni…
Se vivrai l’attimo, senza null’altro contare…
Se ascolterai il tuo cuore e l’unica bussola sarà lo stare bene…
Allora e solo allora, figlia mia, “vivere” sarà voce del verbo “amare” (tempo presente, prima persona plurale).

P.S. L’amore passionale è fuoco, vento di tramontana, turbine, discesa impetuosa, vetta altissima, immersione totale, onda che infrange, picco dei sensi.
Merita di essere vissuto, sarei falso e bigotto se dicessi altrimenti.
Con una nota a margine, una postilla a fare da bussola, indicazione.
Ricercare “momenti intensi” di felicità è umano, profondamente umano, così come “cogliere l’occasione”, l’attimo fuggente, non scordando però di dare valore al resto che si ha e che completa, “compone”.
Poiché solamente l’equilibrio, la stabilità, la coscienza in pace, portano serenità, una vita buona, di quelle che si dorme quieti la notte e ci si alza al mattino, guardandosi allo specchio senza abbassare gli occhi.

sabato 20 maggio 2023

Separarsi (In quegli occhi limpidi)

È un lembo sottile, un angolo acuto quello che distingue la discrezione dall’indifferenza, il restare vigili sull’uscio dal celarsi oltre la porta, senza segnali di vita e men che meno mano tesa nel buio.
Me ne accorgo seduto da una parte del tavolo, con di fronte una persona che stimo e a cui per mesi non ho inviato neanche un messaggio.
“Non siamo più insieme, ci siamo separati”.
Lo dice così, senza girarci attorno, esaurito il nicchiare cortese e tutti i tentativi di sviare il discorso, un filo esasperata dal mio incalzare, facendomi sentire uno sciocco.
Per due ragioni.
Non aver neppure immaginato che due persone ai miei occhi così complici potessero prendere strade diverse, recidere l'asse del loro giunto cardanico.
Averlo scoperto soltanto adesso, conscio di esser stato latitante nel mezzo, quando chi è amico ne ha più bisogno.
Vorrei rimediare dicendo molto, mi accontento del poco.
Così guardo chi ho di fronte e in quegli occhi limpidi scorgo non soltanto l’esperienza di milioni di persone, ma anche i miei, quelli dei miei figli, di amici, parenti, realizzando che l’unico reagire alla constatazione del “separarsi” è “stare vicino”.

P.S. Appartengo a una generazione e a un ceto in cui il “lasciarsi” non era contemplato, un’opzione che mancava persino nel libretto di istruzioni per l’uso. Quel mondo, pian piano, s’è sgretolato, e anch’io ho imparato che non esistono soltanto i tasti “on” e “off”, ma un ampio spettro, nel mezzo. Così come ho compreso l’ovvietà che al di là di torti e ragioni la “separazione” comporta quasi sempre sofferenza, dolore, stranianento, disagio. Ecco perché al turbamento che inevitabilmente crea occorrerebbe non aggiungere sensi di colpa, carichi emotivi, ipocrisia, stigma, giudizio.

domenica 7 maggio 2023

Figli (Vicini e lontani)

Ogni suo ritorno “a casa” è un regalo grande e pure un piccolo intaglio di emozioni, sentimenti, anche insegnamenti, su cosa significhi essere genitore, su un legame così forte che fa sentire i figli sempre vicini, anche quando scelgono rotte d'alto mare invece d'un ormeggiare quieto, sotto costa, al riparo da bonacce e fortunale.
Abbraccio Giacomo ogni volta che sbarca in Italia da Dublino, mettendomi in punta di piedi e “arrampicandomi” fino alle sue spalle forti, stringendolo per un istante che ha i contorni del sempre.
Gli dico spesso che ha cuore sensibile e testa cocciuta, tale e quale alla madre, eppure non le è “eguale” perché i figli prendono in dote qualcosa dall’una e dall’altro, sono sempre addizioni. Di più. Moltiplicazioni. Per fortuna più di virtù che di vizi, fragilità, debolezze.
Ci preoccupiamo per loro nei più svariati modi e “proteggere” è verbo che vorremmo declinare in tutte le accezioni possibili e immaginabili, costantemente, dimenticando troppo spesso che renderli liberi, indipendenti, fare in modo che ragionino con la loro testa e camminino sulle loro gambe è il solo compito a cui siamo attesi e, anche se a volte costa fatica, soltanto così dimostriamo di amare loro e non noi stessi.

P.S. Diversi. Diversi tra loro, da noi. Una sorprendente varietà di gusti, abitudini, attitudini, desideri, comportamenti, aspirazioni. Pur se chi li osserva da fuori individua in essi un filo rosso, caratteristiche che li accomunano - dal modo in cui sorridono o salutano alla gestualità, ai tratti somatici - è proprio la diversità che li rende unici. E anche se non ce ne accorgiamo, poiché ci manca la giusta distanza, perché risultiamo troppo distanti o troppo vicini, già ora ad essi appartiene il mondo e il mondo, grazie a loro, è un posto migliore.

sabato 29 aprile 2023

Super Mario (Bros.)

Ci sono luoghi del cuore e persone che nel cuore altrui trovano dimora e ritagliano - spesso inconsapevolmente - un gheriglio di noce, un nido di presenza, un filamento di bene continuo, incondizionato.
Per averne conferma, per comprendere che sono speciali veramente, esiste una prova, un piccolo test, alla portata di tutti: basta chiudere gli occhi, dedicarvi un pensiero e notare se agli angoli del volto ci si disegna un sorriso, spontaneo come il sorgere del sole.
Una di quelle persone, per me, si chiama Mario ed è un collega giornalista che ho conosciuto a "Il Cittadino", con cui ho avuto l’onore di lavorare e che non sento da anni.
Ieri però, per uno di quei riccioli del destino che dimostrano quanto la realtà sia più varia e sorprendente di qualsiasi fantasie, ho ricevuto sue notizie, da un’amica - Mara - che lo incontra spesso a spasso con il cane al parco di Monza e me lo ha descritto tale e quale a come lo ricordo, una pasta d’uomo, in apparenza burbero ma soltanto per protezione.
Mario, da dopo che se n’è andato un altro collega, Angelo, resta per me il più “monzese” che conosca, colui che incarna della città uno spirito indomito e antico, lo stesso che seppe erigere il Duomo ma scacciare dalle sponde del Lambro prima Sant’Ambrogio, poi San Carlo, non proprio due mammolette.
E sapere che sta bene, che sorride e che condivide un buon ricordo reciproco è stato per me un regalo immenso, della stessa portata - immagino - che per lui ha avuto la promozione in A del Monza e questo campionato di calcio navigato a vele gonfie, dopo un inizio difficile.

P.S. Ho ricordato Mario Bonati, il “monzese” (poiché ce n’è uno anche a Bergamo, di Mario Bonati, che stimo molto, pure per motivi differenti) e Angelo Longoni.
L’elenco di colleghi o collaboratori legati a Il Cittadino e a cui sono grato e affezionato sarebbe tuttavia lunghissimo e se non faccio nomi è soltanto perché qualcuno o qualcuna finirei per scordarla e non me lo perdonerei.
Ciascuno di quei visi, di quelle menti, di quelle storie professionali mi ha dato assai più di quanto io sia riuscito a restituire, perciò sarò loro grato, sempre.
Così come riconoscente resto per una città, Monza, e un territorio, la Brianza, legati da secoli ad asola, eppure profondamente diversi, entrambi ricchissimi, di cultura e umanità prima ancora che di denari.
Nel tempo trascorso lì, nell’esperienza di direttore di una testata storica, ho commesso molti errori (di alcuni me ne sono reso conto, di altri no, e me ne scuso se hanno comportato conseguenze), tuttavia d’un fatto sono certo, senza timore di smentite: ho sempre guardato tutti dritto negli occhi, vedendo sempre, prima di tutto, delle persone, uomini e donne.

sabato 22 aprile 2023

Non tutto il male (Ti do un bacino)

Esiste una normalità e spicchi di gioia in tutto, persino nel dolore e in una vita che sbirciata da fuori è soltanto fatica, ingiustizia, calvario.
A quella vita sei rimasta aggrappata fino all’ultimo, sorprendendo per resistenza e puntiglio, a dimostrazione che esiste un istinto più forte della ragione e dei nostri disegni, del nostro ritenere (miope) cosa sia giusto e sbagliato.
Ti abbiamo accompagnato nell’ultimo viaggio in molti, il resto di una vasta famiglia, di quelle che non ci sono più o di rado, mentre erano regola fino al principio del secolo scorso, con una coppia e otto figli, di cui un’immancabile suora e gli altri sposati, con a loro volta un figlio o due e rispettivi nipoti, sempre in numero contenuto.
A proposito, dovrebbe incuriosire e insegnarci qualcosa il fatto che si desideravano più figli quando si aveva nulla o poco - il paradosso della scarsità che genera abbondanza e l’abbondanza invece chiusura, difesa, recinto - ma non è questo il punto.
Così come oggi non voglio limitarmi al ricordo di te, Pinuccia, bensì al bene che grazie a te è sgorgato, all’esempio del “prendersi cura” che hanno dato prima tua sorella Bruna con suo marito Franco e poi i tuoi nipoti, Gabriele ed Alessia.
La loro fatica, il caricarsi sulle spalle un sacrificio (una croce, la tua croce, mi verrebbe da dire, attingendo alla cultura cristiana di cui sono imbevuto), farlo con dignità, senza mai l’esternazione eccessiva di un lamento, mi hanno sempre lasciato ammirato.
Di più. Quel bene vissuto, concreto, non ostentato, ha creato vicinanza, condivisione emotiva, un legame tra noi che altrimenti non ci sarebbe bastato.
Anche questo è un paradosso, che non spiega la ragione della sofferenza, del dolore, del male - che rimangono un mistero - ma dimostra la validità di un vecchio detto (“non tutto il male viene per nuocere”) e che la differenza la facciamo sempre noi, come reagiamo.

P.S. Devo chiedere scusa a una persona, mia mamma, e voglio farlo in pubblico. Per tutte le infinite volte che tornando a casa, passando a salutarla, la trovavo impegnata a chiacchierare. “Sei sempre al telefono!” le dicevo, metà sorridendo, metà scocciato davvero. “È la Pinuccia” sussurravi di rimando, per fare capire a me e non farti sentire da lei, pur se nemmeno così smettevo di brontolare, da perfetto bambino imbronciato, nonostante gli anni che porto sono ormai quelli di un nonno.
Mi consola ora il fatto che di me non ti curavi e continuavi a chiacchierare, come se nulla fosse.
“Ta dù un basìn”. Ti do un bacino. Si concludevano immancabilmente così quelle telefonate, con una tenerezza che non ti appartiene per carattere ma evidenzia il cuore che hai: la parte migliore di te, quella che - anche tu come Alessia e Gabriele - con l’esempio mi hai trasmesso, insegnato.

domenica 16 aprile 2023

La condizione umana (Bilzo balzo)

Camminando sui gusci d’uova delle mie incertezze capita, di tanto in tanto, di appoggiare il tallone su un punto fermo.
In settimana ne ho scoperti un paio che metto per iscritto poiché condividerli, renderli pubblici, è l’unico modo che conosco per validarli, per comprendere se sono verità che stanno in piedi da sé oppure abbagli personali, dovuti ai sentimenti del momento.
La prima è la discriminante del gesto.
Spesso, spessissimo, mi capita di pensare a una persona, di domandarmi come sta, di comprenderne pur a distanza le fragilità, le difficoltà del momento, sentendo di caricarmene idealmente sulle spalle il fardello, per aiutare a portarlo. Il problema è che quel moto di spirito, finché rimane ideale, astratto, conta poco o punto. La differenza la fa sempre qualcosa di concreto, il gesto appunto, sia pure una parola, una lettera, un messaggio.
La seconda è l’accettazione dell’altalena.
Su e giù. Giù e su. Un giorno così, un altro cosà. Metà settimana in un modo, il resto nell’altro. Cambiamenti d’umore nel volgere di poche ore, come nubi di passaggio, dal pomeriggio a sera, tra mezzogiorno e mattino. Sarà l’età, sarà il dopo pandemia, sarà il periodo che stiamo vivendo, ma mai come in questo presente sento sbalzi e sussulti e sobbalzi. Per non farmi prendere dallo sconforto, ricordo allora Bertoldo, con il suo piangere ogni qualvolta brillava il sole, poiché immancabilmente avrebbe piovuto, e ridere con il maltempo, certo che il cielo sarebbe diventato di nuovo sereno. O almeno, per me, variabile, che è poi la condizione umana per eccellenza: la ricerca continua di equilibrio in un perenne cambiamento.

P.S. A proposito di equilibrio… In Svizzera, terra di puntiglio e precisione, l’altalena - non quella con la corda appesa a una trave o un ramo, bensì il modello composto da una sbarra rigida, due seggiolini alle estremità e una molla o un punto che fa leva nel mezzo, la chiamano "bilzo balzo".
Un nome che si avvita da sé, tanto che una volta che lo impari non esce dalla testa e senti il piacere, quasi un bisogno di ripeterlo: bilzo balzo bilzo balzo bilzo balzo… (Con tutte le riserve e il rispetto del caso, chissà se il Manzoni, invece di sciacquare i panni in Arno, avesse scelto il Ticino).

domenica 9 aprile 2023

La pazienza del grano (Lasciar maturare)

Confesso che ho peccato.
Essendo tempo di Pasqua, lo si può confessare.
Uno dei miei errori più gravi, poiché rischia di contagiare che mi sta attorno, è la fretta di concludere, il desiderio di tagliare il traguardo del gioco dell’oca saltando a piè pari le caselle, così come la convinzione - errata - che se aumento la pressione, l’intensità, ottengo risultati più rapidi, un minor margine di incubazione.
Invece no. Esiste un corso naturale degli eventi e una pazienza che va esercitata, per assecondare il destino senza volerlo anticipare, evitando di forzare la mano, generando di conseguenza ansia, apprensione, disorientamento, apprensione.
C’è un tempo per ogni cosa, soprattutto nel saper aspettare. Prendiamo una pianta di pomodori oppure il bulbo di un tulipano o o la spiga del grano o un cucciolo d’essere umano o di animale, nella pancia della madre.
La natura anche in questo è maestra: basta saperla osservare.

P.S. Questo pensiero è dedicato per primo a te, Giorgia, che in questi mesi conduci una battaglia silenziosa e quotidiana contro le tue insicurezze, le aspettative proprie e altrui, l'incalzare tambureggiante delle scadenze, l'ansia di dover trovare una strada o risposte.