Tra poco più di un mese, a Dio piacendo, sarà di nuovo il suo compleanno e come avviene da un bel po' di stagioni, finirà con lo spendere più in candeline che in torta. Centonove anni. Carla Musa vedova Porta è nata il 15 marzo 1902 e vive tuttora in una casa che pare quella delle bambole, tutta coperta d'edera, in mezzo ad alti palazzi che nel frattempo l'hanno circondata. L'intervistammo l'8 gennaio del 1998 e la cosa che più mi stupì fu sentirla dire che in braccio a suo padre aveva visto Bufalo Bill quando venne a Como. Per me Bufalo Bill era un'altra epoca, un altro tempo. Il suo.
Solo i bambini guardano dal parabrezza posteriore delle automobili.
Carla Porta Musa ha la loro stessa instancabile curiosità, il medesimo candido stupore.
Davvero gli anni si sono inchinati. Davvero il tempo l’è diventato amico.
Non gli crediamo noi, quando confessa di avere ormai novantasei anni, ma non deve crederci neppure lei. Più tardi, infatti, parlando delle sue amicizie, prima dice: “c’è una vecchiettina che viene spesso a trovarmi”, poi scuote il capo, sorride e aggiunge: “la chiamo vecchiettina, ma avrà almeno vent’anni meno di me.”
Carla Porta Musa vive come parla e parla come scrive. In modo semplice, limpido, chiaro. Eppure magico. Senza tempo, appunto. Anche se il tempo lo ha vissuto pienamente, attraversando per intero questo secolo.
Le sue memorie rappresentano una tra le testimonianze più serene delle stagioni che furono. Scrittrice e poetessa “di momenti lirici”, come ama precisare, iniziati per una delusione d’amore.
“Dopo tre anni di fidanzamento il dottor Porta mi piantò. Soffersi moltissimo e cominciai in quel periodo a scrivere poesie. Diversi anni più tardi ci ritrovammo e lui comprese di essere ancora innamorato di me. Io dicevo sempre: o sposo il dottor Porta o sposo nessuno. Era un uomo di enorme cultura, dal quale imparai moltissimo. Ma era anche un uomo molto severo, con un carattere difficilissimo. Non è stata una vita facile con lui, non sempre serena, ma tutto questo è servito perché mi ha fatto diventare quello che sono. La persona che devo ringraziare maggiormente è però mio padre. In vita mia non ho conosciuto un secondo Enrico Musa. Tra l’altro, egli fondò l’Istituto Carducci e fu segretario della grande Esposizione Voltiana del 1927 e, due anni prima, fu tra coloro che fecero acquistare Villa Olmo, con il contributo di quattro milioni del Comune e reperendo l’importo restante grazie ad una sottoscrizione popolare. Ricordo Enrico Musa come un uomo incredibile, ma soprattutto come un padre dolce, che sapeva insegnare con molto garbo. Giannino Porta, se non capivo subito, si arrabbiava; mio padre, invece, amava moltissimo ascoltare. Tra noi c’era vero dialogo”.
Musa, Porta, Linati, Casnati, Rovelli…Una girandola di uomini importanti. Più arduo, ma non impossibile, udire il nome di una donna.
“Margherita Sarfatti. La donna più intelligente e colta che abbia mai conosciuto. Un vulcano. Pensare che non era mai stata un giorno a scuola e sul passaporto aveva perfino scritto “analfabeta”. Invece parlava alla perfezione cinque lingue e possedeva una cultura enciclopedica. Insegnò persino otto anni all’università. Era conosciuta in tutto il mondo. Allora era chiamata “la regina senza corona”. Veneziana di nascita (e della sua regione aveva i colori) frequentò e amò moltissimo Como. Ricordo le numerose sere trascorse insieme da Collina, per sentirlo leggere, man mano che li scriveva, i “Promessi Sposi” tradotti in dialetto. Margherita abitava in una villa di campagna, donatale dal padre, a Cavallasca, in una località che lei stessa battezzò col nome di Lieto Colle e in cui volle esser sepolta. Mio grande amico fu Carlo Linati. Veniva tutti i lunedì da me a prendere il tè e, avendo compreso la mia passione per la letteratura, mi consigliava i libri che dovevo leggere. Era un filino snob. Era stato in Irlanda e gli piaceva parlare con me in inglese”.
Tra i “volti luminosi” che la mente rievoca, la città di Como mantiene una luce vivissima, che non si è affievolita col trascorrere del tempo.
“Io difendo la mia città. E la chiamo “mia” perché tale la sento, anche se mia madre era spagnola, mio padre milanese e ho parenti svizzeri, tedeschi, inglesi, austriaci. Appartengo ad una famiglia cosmopolita, ma ho trovato in Como una dimora ideale, poiché non si tratta di una città provinciale. Anche fisicamente non lo è. E’ una città che ha una sua nobiltà, una città che definirei persino aristocratica, come certi suoi palazzi, certi suoi giardinetti. A Como ci sono molte persone di ingegno, anche estrose. Semmai a Como non siamo uniti. E’ un carattere difficile quello del comasco, non si amalgama bene con gli altri. Quando però dicono che a Como non si fa niente, mi arrabbio.C’è un’università, che ancora non ha sviluppato tutte le proprie potenzialità, ma potrà farlo in futuro. C’è un Istituto Carducci, che attualmente ospita la facoltà di giurisprudenza e propone anche concerti, scuole serali ed estive, viaggi e una biblioteca abbastanza consistente. Ci sono i “nuovi venerdì letterari”. Quando ero molto giovane, con Carlo Linati, organizzammo i “lunedì letterari”. Durarono solo due anni. Poi dal ‘46 al ’53, al Carducci, tutte le settimane, da novembre ad aprile, proposi i “venerdì letterari”. Vennero i nomi più importanti della letteratura. I Bacchelli, Quasimodo, Errante, Savinio, Devoto, Saggio e altri ancora. Di recente, l’amministrazione comunale ha insistito per l’allestimenti dei “nuovi venerdì”. Mi è parsa un’idea preziosa, che ha potuto rendersi concreta con l’aiuto di Alberto Longatti. C’è un Centro Volta, che a Como non è abbastanza conosciuto, ma all’estero è assai apprezzato. Sapesse quanti stranieri mi hanno detto: ma voi a Como avete il Centro Volta, che è una cosa importantissima. Tante altre più importanti città non hanno un circolo tanto prestigioso”.
Alessandro Sallusti, dalle colonne del suo giornale, si è chiesto se proprio il Centro Volta non possa fare di più per Como.
“Tutti noi potremmo fare di più, ma io insisterei maggiormente sul valore di ciò che già esiste. Quel che manca è piuttosto la comunicazione.Dico sempre all’amico Canobbio, un uomo di enorme intelligenza, cultura e sensibilità (tre virtù che, se compresenti, conferiscono alla persona carattere di eccezionalità), che è necessario divulgare un resoconto periodico di ciò che propone il Centro. Chi sa che, dopo Venezia, Como è stata scelta dall’Unesco per la promozione di incontri ad altissimo livello.
D’accordo, ci sono le pubblicazioni specifiche, ma chi va a leggerle? E’ necessario informare il pubblico, comunicando in maniera più discorsiva, cominciando dalla A per arrivare alla Z e non viceversa. Altrimenti le persone, specie le più umili, non capiscono nulla”.
Sulla sedia accanto alla sua c’è una busta colma di ritagli. “Sono articoli di giornali italiani ed esteri. Quando accade qualche fatto importante ne faccio una raccolta e la dono alla biblioteca. Ecco, se c’è una cosa che rimprovero alla mia città è di non investire abbastanza nelle biblioteche. Alla nuova amministrazione provinciale, ad esempio. rinnovo una richiesta minima, che avevo già proposto a quella precedente. Nella nostra città ci sono diversi e validi editori. Le biblioteche della nostra provincia sono numerose. Perché non mettere a disposizione cinque o sei milioni e acquistare i libri degli scrittori comaschi, mandandoli in tutti paesi dove esiste una biblioteca? Fino ad ora promesse, ma nulla di concreto. Che ci vuole? Meno di nulla. Solo gente che ami la cultura”.
Giorgio Bardaglio
P.S. Quando ho cercato tra i file del computer questa intervista, ho trovato appunti che avevo tralasciato nell’articolo pubblicato sul giornale, ma che ora mi pare meritino di lasciare traccia, poiché è una sorta di testamento. Lo riporto qui.
“La morte è mia compagna, dal momento in cui apro gli occhi a quando vado a letto la sera, però in un modo molto sereno. Penso sia una cosa bella anche la morte. So di essere forse un’illusa, ma è quello che sento. Poi, non lascerò molto, ma certamente qualcosa. Mi sembra di aver sempre cercato di dare.
A Como
(Per quando me ne sarò andata)
Se volete ricordare il mio lungo
appassionante amore per la città
dove mi vanto d’esser nata
non fatelo intestando strade stradine
o vicoli reconditi su lapidi che il tempo scolorisce
ma fatelo dedicando al mio bel nome
(non per mia scelta, ma che mi fu donato)
nella vasta piazza prospiciente il lago
un’immensa ninfea dai giochi d’acqua
perennemente festosi e palpitanti”
Venti righe. Indro Montanelli sosteneva che in venti righe si può raccontare tutto. Bastano tre parole invece per spiegare le ragioni di questo blog: comunicare, in libertà. Per il resto, vale per me ciò che scrisse Jorge Luis Borges, "I miei limiti personali e la mia curiosità lasciano qui la loro testimonianza".
venerdì 11 febbraio 2011
giovedì 10 febbraio 2011
La legge del più forte

La salute non è tutto, ma basta una settimana di malessere per dipingere il cielo di nero. Forse è passata, incrocio le dita e tiro il fiato. Non volevo comunque parlare di questo, bensì di una serie tv della Hbo, che s'intitola "Boardwalk Empire", prodotta da Martin Scorsese e Mark Wahlberg, con una sigla strepitosa e protagonista uno Steve Buscemi da favola. Ne parlo per il teorema ch'è sotteso alla storia e ch'è poi il comune denominatore di tutte le produzioni di Scorsese e cioé che quel che siamo diventati è frutto di brama di potere, saccheggio, violenza. Vale per la grande storia e per la piccola, quella di tutti i giorni, dai rapporti di vicinato a quelli di scrivania. Le idee e le persone spesso si impongono infrangendo norme e buone maniere, rompendo lo schema. Tracciare una linea di confine non è facile, anche perché se la prevaricazione del debole è esecrabile, nel confronto tra pari la demarcazione è meno netta. Il politicamente corretto vorrebbe una purezza cristallina, ma è da ipocriti fingere di non sapere che se l'uomo primitivo avesse rispettato le regole saremmo ancora all'età della pietra. A me però, a differenza di Scorsese, intriga come mai dopo la violenza primigenia, entra sempre in gioco la volontà di riportare regole condivise, aspetti nobili, accantonati prima. Se la violenza innalza, è altrettanto vero che brucia, prosciuga, spaventa gli stessi che l'hanno generata e c'è in quasi tutti i boss il desiderio che il figlio percorra un'altra strada, pulita. Poi invece leggo certe intercettazioni telefoniche, certe dichiarazioni sui giornali di genitori la cui figlia si concedeva ai potenti per avere un posto al sole, qualche soldo in banca, una particina in tv o una villa con piscina e le mie certezze crollano. E se la violenza mi spaventa, la meschineria mi mette soprattutto una sconsolata tristezza.
Foto by Leonora
Eli Riva, scultore e artista tormentato
Aveva un nome biblico e anche la faccia da profeta. Parlava ritorto eppure, proprio come le sue sculture, esprimeva armonia, bellezza. Eli Riva era un uomo con un cruccio. Forse di non essere all'altezza dei maestri da cui aveva attinto e con cui si misurava, oppure di non essere considerato tale, di non essere capito. Lo incontrai la vigilia di Natale del 1997, nel suo studio - garage. Faceva un gran freddo. Me ne andai con l'impressione di essere un uomo fortunato ad averlo incontrato e solo alla fine, quando ci salutammo, lo vidi quieto, disteso in volto, quasi che il cruccio che aveva, quel groppo gli si fosse sciolto. Rileggendo a distanza di anni l'intervista, scopro che anche durante l'incontro rideva. E' vero. L'avevo scordato.
Ecce homo. Ecco l’uomo. Un Cristo nudo, spoglio, ligneo come la croce che lo ha condannato e redento. Opera fondamentale, per ammissione del suo stesso autore.
Eli Riva conserva questa sua scultura in quello che chiama studio, ma che assomiglia più ad una bottega artigiana. Forse perché da artigiano ha cominciato e artista è diventato. Poiché se l’arte, usando le parole di Dante, è attività da cui nascono prodotti culturali, Eli Riva è artista per eccellenza.
Colto, mai banale, pronto ad immergersi nella riflessione ad ogni spunto o provocazione, a volte perso nei propri pensieri come nella materia che plasma e modella. Eli Riva non è persona tormentata, ma assai complessa. Come se un fuoco gli ardesse dentro, spingendolo inesorabilmente a conoscere e creare, senza però togliergli armonia e serenità.
Lo raggiungiamo per un'intervista, ne ricaviamo una lezione sull’arte e sulla vita, che in lui coincidono e che si rendono manifeste in molteplici forme.
“Avevo dodici anni quando vidi un ostensorio realizzato da un cesellatore. Ne fui ammirato e il parroco mi trovò un lavoro nel laboratorio di colui che aveva realizzato quella che ai miei occhi di fanciullo era una meraviglia. Mi dissero: diventerai un abile cesellatore quando riuscirai a fare la zampina alle mosche, cioè a far risaltare nel metallo un ricciolo piccolo piccolo. Ci riuscii e capii che quella era la mia strada. Da Como passai a Milano, ottimamente retribuito, tanto che mia madre, quando portai a casa il primo stipendio, mi disse: Non l’avrai mica rubato?”. Successivamente cominciai a scolpire il marmo. Sapevo fare il piano, il tondo. Affittai uno studiolo, che chiamavo “busecca”, perché era lungo e stretto. Imparai rapidamente a tagliare la pietra, perché le mie mani sono comasche, dentro di me c’è la storia dei Benedetto Antelami, dei Magistri Cumacini, dei Rodari. Guardi che mani ho – e ce le mostra di sfuggita, senza ostentazione, due mani lisce e rosse – trentatré anni di marmo e neanche un difetto.
Quindici anni fa, iniziai a cimentarmi col legno. Successe in modo strano. Un mattino d’inverno, arrivando presto coi miei cani al parco di Villa Olmo, vidi che la grande magnolia a monte, che sicuramente avevano piantato i signori Cantoni quando costruirono la villa, era caduta. Assicurai l’amministrazione comunale che se me l’avessero assegnata non ne avrei fatto legna da ardere. Ho lavorato dieci anni. Il legno della magnolia è una cosa, una cosa da… paradiso terrestre”.
Di legno è anche il tavolo sul quale siamo seduti. Anch’esso cela un segreto, che solo l’occhio dell’artista e l’animo del poeta possono distinguere. Infatti lo ignoriamo. Riva ci fa accucciare, ci invita a squadrarne i supporti, ma la nostra mente rimane vuota e la bocca muta. “Sto tentando di insegnarle a leggere. Lei sta bevendo acqua sorgiva” aggiunge bonario. “Il pianale del tavolo poggia non su gambe, ma su due sculture”. “Fionde” le chiama lui. “La mia scultura è entrata nell’oggetto come elemento attivo. Questo tavolo porta la mia firma, ha diritto di esistere. Ogni tanto vengono nel mio studio dei ragazzi e ne approfitto per chiedere cosa vedono i loro occhi senza vizi nelle mie sculture. Ho settantasette anni e faccio queste sculture per voi, dico. Capiscono che è un dono che viene fatto loro. Un dono. La scultura è per l’uomo, per la sua celebrazione. In questo senso mi ritengo un umanista, che usa l’arte per rivelare a se stesso e agli altri un immagine mai rivelata. Il problema terribile dell’arte moderna”.
Osservandoci in difficoltà, venendo ancora una volta in nostro soccorso, ci mostra una scultura.
“Questa è una mia opera del 1948. Se la ruoto - e comincia a farla girare - questa donna seduta è sempre lei. Se faccio lo stesso con una struttura astratta, ogni volta che ruota dimentico quello che ho visto un attimo prima. La prima esprime un immagine esistente, la seconda esprime soltanto se stessa. Questa è l’arte moderna. Kandinskij, Mondrian, anche Picasso, per un certo periodo. Ho impiegato parecchio tempo per creare una scultura multipla-spaziale, che non abbia più una base, un fianco, un sopra, un sotto. E’ l’ultima mia fase creativa”. E ci mostra una mezza dozzina di sculture in bronzo, alte non più di un paio di palmi. “Tutta la scuola comasca è diventata astratta dalla sera alla mattina. Io ho pagato di persona, passando dalla figurazione alla astrazione. Queste sculture non riuscivo ad assestarle. Io per lavorare devo capire. Se non capisco, tremo. Penso di non essere preparato abbastanza. Per questa ragione lascio alcune opere incompiute. Solo quando l’immagine, il bozzetto non suscita più problemi in me allora mi sento soddisfatto”.
Poco lontano ci sono una decina di disegni raffiguranti il frontone di una chiesa. Una delle ultime commissioni. “Intendo rappacificare architetti e scultori – ci spiega –facendo capire ai primi che hanno tradito la scultura, perché pensano di essere loro i demiurghi, i creativi. E invece sono in fondo dei baggiani, come scriveva il Manzoni”. E giù una risata. Una delle tante, che accompagnano astuzie e facezie. Una risata che esplode improvvisa e sonora, smorzandosi raucamente per il fumo di troppe sigarette.
Eli Riva a Como ha realizzato la scultura di Papa Odescalchi.
“Da ragazzo, con altri aspiranti artisti, facemmo un patto strano. Nessuno avrebbe mai dovuto fare un monumento al centro di una piazza. Per la statua di papa Innocenzo c’erano una dozzina di proposte. Tutti gli altri lo volevano al centro, su un acropodio. Io pensai: guarda un po’, l’amministrazione ha speso un miliardo per ristrutturare San Pietro in Atrio e io vado lì ad occupare subito questo stanzino? Non mi sembrava giusto. Il mio maestro è stato, in questo caso, Donatello, con la sua edicola angolare sul Duomo di Prato. Recentemente un amico toscano mi ha informato che per salvare quel podio di magnifica bellezza lo hanno messo in un museo, esponendo sul luogo originario una copia perfetta. Lo stessa cosa proposi insistentemente per il Duomo di Como, non venendo ascoltato, ma rimanendo della mia opinione. Non dico queste cose perché sono bravo, ma perché sono attento. Como non è una città attenta. Non lo è per niente. Potrei farle un elenco dei delitti pesanti che ha subito l’arte a Como, ma è un periodo di festività natalizie e non voglio essere cattivo”.
La poco attenta Como è almeno una città di cultura?
“Faccio una distinzione. L’informazione è una cosa, ce l’ha anche chi possiede grande memoria e ricorda molte cose. L’informazione diventa cultura solo quando determina un prodotto. Cultura e prodotto, un binomio inscindibile. Altrimenti non è cultura, è informazione e basta. E allora, al circolo culturale, preferisco la biblioteca, che è più precisa. A Como può esserci informazione, ma non colgo cultura”.
Se le chiedessimo a che tipo di pietra sente di assomigliare, cosa risponderebbe?
“Ad un mattone di pietra di Moltrasio. Si dice che l’architetto Mustio, quando i Plinio l’hanno portato da Roma per costruire la villa a centro lago, rimase sconvolto nel trovare le case già costruite in pietra. A Roma erano tutte di legno. Qui le maestranze erano esse stesse architetti. Questi sono i valori semantici della nostra città. Ma a Como chi li conosce? In pochissimi”.
Giorgio Bardaglio
Ecce homo. Ecco l’uomo. Un Cristo nudo, spoglio, ligneo come la croce che lo ha condannato e redento. Opera fondamentale, per ammissione del suo stesso autore.
Eli Riva conserva questa sua scultura in quello che chiama studio, ma che assomiglia più ad una bottega artigiana. Forse perché da artigiano ha cominciato e artista è diventato. Poiché se l’arte, usando le parole di Dante, è attività da cui nascono prodotti culturali, Eli Riva è artista per eccellenza.
Colto, mai banale, pronto ad immergersi nella riflessione ad ogni spunto o provocazione, a volte perso nei propri pensieri come nella materia che plasma e modella. Eli Riva non è persona tormentata, ma assai complessa. Come se un fuoco gli ardesse dentro, spingendolo inesorabilmente a conoscere e creare, senza però togliergli armonia e serenità.
Lo raggiungiamo per un'intervista, ne ricaviamo una lezione sull’arte e sulla vita, che in lui coincidono e che si rendono manifeste in molteplici forme.
“Avevo dodici anni quando vidi un ostensorio realizzato da un cesellatore. Ne fui ammirato e il parroco mi trovò un lavoro nel laboratorio di colui che aveva realizzato quella che ai miei occhi di fanciullo era una meraviglia. Mi dissero: diventerai un abile cesellatore quando riuscirai a fare la zampina alle mosche, cioè a far risaltare nel metallo un ricciolo piccolo piccolo. Ci riuscii e capii che quella era la mia strada. Da Como passai a Milano, ottimamente retribuito, tanto che mia madre, quando portai a casa il primo stipendio, mi disse: Non l’avrai mica rubato?”. Successivamente cominciai a scolpire il marmo. Sapevo fare il piano, il tondo. Affittai uno studiolo, che chiamavo “busecca”, perché era lungo e stretto. Imparai rapidamente a tagliare la pietra, perché le mie mani sono comasche, dentro di me c’è la storia dei Benedetto Antelami, dei Magistri Cumacini, dei Rodari. Guardi che mani ho – e ce le mostra di sfuggita, senza ostentazione, due mani lisce e rosse – trentatré anni di marmo e neanche un difetto.
Quindici anni fa, iniziai a cimentarmi col legno. Successe in modo strano. Un mattino d’inverno, arrivando presto coi miei cani al parco di Villa Olmo, vidi che la grande magnolia a monte, che sicuramente avevano piantato i signori Cantoni quando costruirono la villa, era caduta. Assicurai l’amministrazione comunale che se me l’avessero assegnata non ne avrei fatto legna da ardere. Ho lavorato dieci anni. Il legno della magnolia è una cosa, una cosa da… paradiso terrestre”.
Di legno è anche il tavolo sul quale siamo seduti. Anch’esso cela un segreto, che solo l’occhio dell’artista e l’animo del poeta possono distinguere. Infatti lo ignoriamo. Riva ci fa accucciare, ci invita a squadrarne i supporti, ma la nostra mente rimane vuota e la bocca muta. “Sto tentando di insegnarle a leggere. Lei sta bevendo acqua sorgiva” aggiunge bonario. “Il pianale del tavolo poggia non su gambe, ma su due sculture”. “Fionde” le chiama lui. “La mia scultura è entrata nell’oggetto come elemento attivo. Questo tavolo porta la mia firma, ha diritto di esistere. Ogni tanto vengono nel mio studio dei ragazzi e ne approfitto per chiedere cosa vedono i loro occhi senza vizi nelle mie sculture. Ho settantasette anni e faccio queste sculture per voi, dico. Capiscono che è un dono che viene fatto loro. Un dono. La scultura è per l’uomo, per la sua celebrazione. In questo senso mi ritengo un umanista, che usa l’arte per rivelare a se stesso e agli altri un immagine mai rivelata. Il problema terribile dell’arte moderna”.
Osservandoci in difficoltà, venendo ancora una volta in nostro soccorso, ci mostra una scultura.
“Questa è una mia opera del 1948. Se la ruoto - e comincia a farla girare - questa donna seduta è sempre lei. Se faccio lo stesso con una struttura astratta, ogni volta che ruota dimentico quello che ho visto un attimo prima. La prima esprime un immagine esistente, la seconda esprime soltanto se stessa. Questa è l’arte moderna. Kandinskij, Mondrian, anche Picasso, per un certo periodo. Ho impiegato parecchio tempo per creare una scultura multipla-spaziale, che non abbia più una base, un fianco, un sopra, un sotto. E’ l’ultima mia fase creativa”. E ci mostra una mezza dozzina di sculture in bronzo, alte non più di un paio di palmi. “Tutta la scuola comasca è diventata astratta dalla sera alla mattina. Io ho pagato di persona, passando dalla figurazione alla astrazione. Queste sculture non riuscivo ad assestarle. Io per lavorare devo capire. Se non capisco, tremo. Penso di non essere preparato abbastanza. Per questa ragione lascio alcune opere incompiute. Solo quando l’immagine, il bozzetto non suscita più problemi in me allora mi sento soddisfatto”.
Poco lontano ci sono una decina di disegni raffiguranti il frontone di una chiesa. Una delle ultime commissioni. “Intendo rappacificare architetti e scultori – ci spiega –facendo capire ai primi che hanno tradito la scultura, perché pensano di essere loro i demiurghi, i creativi. E invece sono in fondo dei baggiani, come scriveva il Manzoni”. E giù una risata. Una delle tante, che accompagnano astuzie e facezie. Una risata che esplode improvvisa e sonora, smorzandosi raucamente per il fumo di troppe sigarette.
Eli Riva a Como ha realizzato la scultura di Papa Odescalchi.
“Da ragazzo, con altri aspiranti artisti, facemmo un patto strano. Nessuno avrebbe mai dovuto fare un monumento al centro di una piazza. Per la statua di papa Innocenzo c’erano una dozzina di proposte. Tutti gli altri lo volevano al centro, su un acropodio. Io pensai: guarda un po’, l’amministrazione ha speso un miliardo per ristrutturare San Pietro in Atrio e io vado lì ad occupare subito questo stanzino? Non mi sembrava giusto. Il mio maestro è stato, in questo caso, Donatello, con la sua edicola angolare sul Duomo di Prato. Recentemente un amico toscano mi ha informato che per salvare quel podio di magnifica bellezza lo hanno messo in un museo, esponendo sul luogo originario una copia perfetta. Lo stessa cosa proposi insistentemente per il Duomo di Como, non venendo ascoltato, ma rimanendo della mia opinione. Non dico queste cose perché sono bravo, ma perché sono attento. Como non è una città attenta. Non lo è per niente. Potrei farle un elenco dei delitti pesanti che ha subito l’arte a Como, ma è un periodo di festività natalizie e non voglio essere cattivo”.
La poco attenta Como è almeno una città di cultura?
“Faccio una distinzione. L’informazione è una cosa, ce l’ha anche chi possiede grande memoria e ricorda molte cose. L’informazione diventa cultura solo quando determina un prodotto. Cultura e prodotto, un binomio inscindibile. Altrimenti non è cultura, è informazione e basta. E allora, al circolo culturale, preferisco la biblioteca, che è più precisa. A Como può esserci informazione, ma non colgo cultura”.
Se le chiedessimo a che tipo di pietra sente di assomigliare, cosa risponderebbe?
“Ad un mattone di pietra di Moltrasio. Si dice che l’architetto Mustio, quando i Plinio l’hanno portato da Roma per costruire la villa a centro lago, rimase sconvolto nel trovare le case già costruite in pietra. A Roma erano tutte di legno. Qui le maestranze erano esse stesse architetti. Questi sono i valori semantici della nostra città. Ma a Como chi li conosce? In pochissimi”.
Giorgio Bardaglio
mercoledì 9 febbraio 2011
Aspettando la primavera

Aspetto la primavera, quest'anno più che al solito. Attendo i giorni lunghi, luminosi di maggio, il verde smeraldo dei prati e il profumo di fieno. Ho voglia di sole alto e brezza che spazza la foschia in cui da troppo tempo sono immerso. In questi giorni mi trascino da casa al lavoro, portando appresso acciacchi di stagioni e umor nero. Strano. Di solito non dura mai che qualche ora, mai più di un giorno. Mi sento inaridito, prosciugato e non ne capisco il motivo. Ho voglia di tulipani gialli sul davanzale delle finestre e alberi con le foglie. Mi fa piacere ripescare le vecchie interviste a personaggi di cui conservo poco più di un barlume di ricordo e che grazie a parole scritte anni fa riprendono un poco colore, nitidezza di contorni, vita persino. Pur nella consapevolezza che tutto scorre e non esiste altra destinazione che l'oblio, mi pare d'una certa utilità e persino nobiltà essere testimone del tempo, contribuire in tutta la mia modestia a spostare di almeno un poco proprio il confine della memoria che separa ciò ch'è stato da ciò che viene dimenticato.
Foto by Leonora
Paolo Maggi, storico professore del liceo Volta
Ormai ci ha lasciato da un pezzo, come molti dei personaggi che ho incontrato. Il professor Paolo Maggi è uno di quelli che ricordo più volentieri, perché abbinava alla curiosità del colto lo sguardo dolce dell'uomo buono. Suonai al campanello di casa sua il 10 dicembre del 1997.
Vivace. Paolo Maggi è un uomo vivace. Lo si capisce da come batte le mani sul tavolo, mentre parla, quasi a scandire il ritmo di pensieri e parole.
Lo s'intuisce da come si muove, alzandosi spessissimo per consultare un libro o recuperare un oggetto da mostrare all’interlocutore, per dare testimonianza di ciò che sta affermando. Il professor Maggi è capace di utilizzare strumenti comunicativi diversi, non limitati alla parola. Egli possiede, per farla breve, un’autentica abilità multimediale. Forse l’intervistato non approverà questo neologismo, ma siamo certi che non lo avrà nemmeno in orrore. E’ vero che multimediale – parola sconosciuta fino a qualche anno fa ed ora usata e abusata in tema di computer, informatica, elaboratori elettronici – ha attinenza con qualcosa che gli è completamente estraneo ("la tecnologia è una diavoleria, anche se spesso le diavolerie sono utili"), ma è altrettanto vero che si tratta di un termine squisitamente italiano ("troppo spesso i giornalisti infarciscono le frasi di vocaboli stranieri, senza sforzarsi di trovare un termine corrispondente nella nostra lingua"). Non basta. Multimediale è una tra le tante espressioni che il mondo contemporaneo, a qualsiasi latitudine e longitudine, ha preso a prestito gratuito dal latino, quel benamato latino che per un’intera vita lo ha affascinato e per quasi cinquant’anni ha insegnato.
Il professor Paolo Maggi abita in Via Porro.
Quando Gianni Clerici indicò in Londra la città estera che più gli ricordava Como, l’accostamento ci parve tanto arduo da non meritare pubblica menzione. Lo scrittore gira molto, pure troppo, pensammo. Clerici conoscerà Londra, ma non sa più com’è fatta Como. Dobbiamo chiedergli scusa. A non conoscer Como siamo noi. Via Porro sembra uscire dalle pagine di Arthur Conan Doyle. Un angolo verde e felicemente ignorato dal traffico ("Per anni e anni, quando a scuola mancava l’insegnante, gli studenti del Volta venivano qui a giocare al football").
Gli chiediamo cosa stia leggendo in questi giorni. Lui si irrigidisce, poi si alza, scruta lo scafale, esce dalla stanza, rientra, finalmente lo trova e ce lo passa. “Ginèstar” di Virginia Bernasconi Botta. "Lo leggo per adempiere ad un impegno" aggiunge. Legge molto? Scuote più volte il capo e, ripromettendosi di calibrare bene le parole, precisa: "Leggo poco. Alla mia età il campo degli interessi va riducendosi. Per i miei gusti i giornali sono troppo voluminosi. Indubbiamente ci saranno scritte tante cose interessanti, ma la loro lettura mi affatica. Una volta i giornali contavano solo quattro pagine, ma avevano più sostanza e più nerbo. Parole, parole, parole. E di molti argomenti non vale la pena leggere".
Oscar Wilde sentenziava che il giornalismo è illeggibile, la letteratura non è letta.
"Se lo diceva lui" ammicca il professore, che non vuole infierire e, a proposito di libri, aggiunge: "Un pasticciere non si abbuffa di dolci. Io ho vissuto una vita tra i libri. Leggo quando la necessità o l’occasione me lo impongono oppure per qualche sghiribizzo particolare. In questi giorni ad esempio – e intanto torna ad alzarsi per rovistare tra le carte depositate su una madia e mostrarci il bozzetto di una scultura– sto studiando l’iscrizione latina posta sul palchetto marmoreo sulla facciata del Duomo che ospita la statua di Plinio il giovane. Niente a che fare con cose complesse e grandi, bensì piccole ricerche su punti interessanti".
Lo studio delle iscrizioni non è una passione senile. "Sostenni la tesi di laurea sull’iscrizione del vaso di Duenos. Più tardi mi appassionai anche di archeologia. Accadde un fatto straordinario. Un amico, durante gli scavi per costruire la casa in Via Varesina, scoprì alcuni reperti risalenti ad un periodo anteriore di circa 500 anni la nascita di Cristo". Si interrompe e ci abbandona senza dare spiegazioni. Dopo un minuto torna e espone tre piccoli oggetti sul tavolo. "Questo è ciò che quell’amico mi ha lasciato in dono. Un piccolo vaso in terracotta, con delle curiose striature ottenute lisciando alcune parti prima della cottura; una fibula, usata probabilmente per raccogliere i capelli; una decorazione che costituiva verosimilmente un ornamento della fibula. L’archeologia, come il greco o il latino, è interessante perché ci aiuta a capire da dove veniamo e chi siamo".
Chi siamo, appunto. Lino Gelpi, che il professor Maggi conosce bene, sostiene che anche a Como mancano uomini validi. "Non sono d’accordo. A Como non possiamo lamentarci. C’è gente seria. Forse sono un po’ circoscritti, ma è gente solida, che si impegna. Non vedo, non registro uno scadimento rispetto al passato. E’ vero che conosco un numero limitato di persone e su 10, 15 casi non è possibile fondare una teoria, ma di persone valide Como è indubbiamente ricca. Penso agli insegnanti. Ce n’è qualcuno mediocre, molti apprezzabili e qualche altro di valore eccezionale. Penso a Federico Roncoroni o al suo quasi omonimo Angelo Roncoroni, ma potrei continuare".
Se dovesse consigliare ai suoi concittadini la lettura di qualche autore classico chi suggerirebbe?
"Virgilio" sussurra. E anticipando la nostra curiosità, conclude: "Lo ha scelto anche Dante. Virgilio è la premessa ad uno sviluppo di pensiero moderno. Senza badare se a parlare è la ragione o la passione direi anche Orazio oppure Lucrezio, ma Virgilio è senza dubbio il più moderno tra gli antichi". Antico e, al tempo stesso, moderno. Proprio come Maggi, la cui vivacità si distingue negli occhi. Occhi che scrutano, indagano, interrogano. Occhi che qualche volta si velano. Non vere e proprie lacrime. Un luccichio tenue e triste.
Ha nostalgia per il tempo trascorso?
"No. Mi mancano solo le tante persone care che non tornano più".
Da insegnante, dovendo giudicare un alunno, non ha mai ricordato di essere stato lei stesso un allievo, con ansie, paure, preoccupazioni?
"Quando si è professori bisogna un po’ essere come il chirurgo, il quale sa che facendo un certo taglio fa del male, ma sa anche che così facendo porta un bene maggiore. Ci sono delle partecipazioni che a volte è necessario mettere da parte".
In questi giorni sono frequenti le “occupazioni” delle scuole, cosa ne pensa?
"Non posso giudicare. Non conosco più i giovani. Gli unici alunni che ho sono quelli amabili dell’università della terza età e loro non protestano, al massimo si addormentano".
Como a parte, in quale città le sarebbe piaciuto vivere?
"In nessun altro posto. In questo senso sono un vero “ursus spelaeus”, un orso delle spelonche".
Giorgio Bardaglio
Vivace. Paolo Maggi è un uomo vivace. Lo si capisce da come batte le mani sul tavolo, mentre parla, quasi a scandire il ritmo di pensieri e parole.
Lo s'intuisce da come si muove, alzandosi spessissimo per consultare un libro o recuperare un oggetto da mostrare all’interlocutore, per dare testimonianza di ciò che sta affermando. Il professor Maggi è capace di utilizzare strumenti comunicativi diversi, non limitati alla parola. Egli possiede, per farla breve, un’autentica abilità multimediale. Forse l’intervistato non approverà questo neologismo, ma siamo certi che non lo avrà nemmeno in orrore. E’ vero che multimediale – parola sconosciuta fino a qualche anno fa ed ora usata e abusata in tema di computer, informatica, elaboratori elettronici – ha attinenza con qualcosa che gli è completamente estraneo ("la tecnologia è una diavoleria, anche se spesso le diavolerie sono utili"), ma è altrettanto vero che si tratta di un termine squisitamente italiano ("troppo spesso i giornalisti infarciscono le frasi di vocaboli stranieri, senza sforzarsi di trovare un termine corrispondente nella nostra lingua"). Non basta. Multimediale è una tra le tante espressioni che il mondo contemporaneo, a qualsiasi latitudine e longitudine, ha preso a prestito gratuito dal latino, quel benamato latino che per un’intera vita lo ha affascinato e per quasi cinquant’anni ha insegnato.
Il professor Paolo Maggi abita in Via Porro.
Quando Gianni Clerici indicò in Londra la città estera che più gli ricordava Como, l’accostamento ci parve tanto arduo da non meritare pubblica menzione. Lo scrittore gira molto, pure troppo, pensammo. Clerici conoscerà Londra, ma non sa più com’è fatta Como. Dobbiamo chiedergli scusa. A non conoscer Como siamo noi. Via Porro sembra uscire dalle pagine di Arthur Conan Doyle. Un angolo verde e felicemente ignorato dal traffico ("Per anni e anni, quando a scuola mancava l’insegnante, gli studenti del Volta venivano qui a giocare al football").
Gli chiediamo cosa stia leggendo in questi giorni. Lui si irrigidisce, poi si alza, scruta lo scafale, esce dalla stanza, rientra, finalmente lo trova e ce lo passa. “Ginèstar” di Virginia Bernasconi Botta. "Lo leggo per adempiere ad un impegno" aggiunge. Legge molto? Scuote più volte il capo e, ripromettendosi di calibrare bene le parole, precisa: "Leggo poco. Alla mia età il campo degli interessi va riducendosi. Per i miei gusti i giornali sono troppo voluminosi. Indubbiamente ci saranno scritte tante cose interessanti, ma la loro lettura mi affatica. Una volta i giornali contavano solo quattro pagine, ma avevano più sostanza e più nerbo. Parole, parole, parole. E di molti argomenti non vale la pena leggere".
Oscar Wilde sentenziava che il giornalismo è illeggibile, la letteratura non è letta.
"Se lo diceva lui" ammicca il professore, che non vuole infierire e, a proposito di libri, aggiunge: "Un pasticciere non si abbuffa di dolci. Io ho vissuto una vita tra i libri. Leggo quando la necessità o l’occasione me lo impongono oppure per qualche sghiribizzo particolare. In questi giorni ad esempio – e intanto torna ad alzarsi per rovistare tra le carte depositate su una madia e mostrarci il bozzetto di una scultura– sto studiando l’iscrizione latina posta sul palchetto marmoreo sulla facciata del Duomo che ospita la statua di Plinio il giovane. Niente a che fare con cose complesse e grandi, bensì piccole ricerche su punti interessanti".
Lo studio delle iscrizioni non è una passione senile. "Sostenni la tesi di laurea sull’iscrizione del vaso di Duenos. Più tardi mi appassionai anche di archeologia. Accadde un fatto straordinario. Un amico, durante gli scavi per costruire la casa in Via Varesina, scoprì alcuni reperti risalenti ad un periodo anteriore di circa 500 anni la nascita di Cristo". Si interrompe e ci abbandona senza dare spiegazioni. Dopo un minuto torna e espone tre piccoli oggetti sul tavolo. "Questo è ciò che quell’amico mi ha lasciato in dono. Un piccolo vaso in terracotta, con delle curiose striature ottenute lisciando alcune parti prima della cottura; una fibula, usata probabilmente per raccogliere i capelli; una decorazione che costituiva verosimilmente un ornamento della fibula. L’archeologia, come il greco o il latino, è interessante perché ci aiuta a capire da dove veniamo e chi siamo".
Chi siamo, appunto. Lino Gelpi, che il professor Maggi conosce bene, sostiene che anche a Como mancano uomini validi. "Non sono d’accordo. A Como non possiamo lamentarci. C’è gente seria. Forse sono un po’ circoscritti, ma è gente solida, che si impegna. Non vedo, non registro uno scadimento rispetto al passato. E’ vero che conosco un numero limitato di persone e su 10, 15 casi non è possibile fondare una teoria, ma di persone valide Como è indubbiamente ricca. Penso agli insegnanti. Ce n’è qualcuno mediocre, molti apprezzabili e qualche altro di valore eccezionale. Penso a Federico Roncoroni o al suo quasi omonimo Angelo Roncoroni, ma potrei continuare".
Se dovesse consigliare ai suoi concittadini la lettura di qualche autore classico chi suggerirebbe?
"Virgilio" sussurra. E anticipando la nostra curiosità, conclude: "Lo ha scelto anche Dante. Virgilio è la premessa ad uno sviluppo di pensiero moderno. Senza badare se a parlare è la ragione o la passione direi anche Orazio oppure Lucrezio, ma Virgilio è senza dubbio il più moderno tra gli antichi". Antico e, al tempo stesso, moderno. Proprio come Maggi, la cui vivacità si distingue negli occhi. Occhi che scrutano, indagano, interrogano. Occhi che qualche volta si velano. Non vere e proprie lacrime. Un luccichio tenue e triste.
Ha nostalgia per il tempo trascorso?
"No. Mi mancano solo le tante persone care che non tornano più".
Da insegnante, dovendo giudicare un alunno, non ha mai ricordato di essere stato lei stesso un allievo, con ansie, paure, preoccupazioni?
"Quando si è professori bisogna un po’ essere come il chirurgo, il quale sa che facendo un certo taglio fa del male, ma sa anche che così facendo porta un bene maggiore. Ci sono delle partecipazioni che a volte è necessario mettere da parte".
In questi giorni sono frequenti le “occupazioni” delle scuole, cosa ne pensa?
"Non posso giudicare. Non conosco più i giovani. Gli unici alunni che ho sono quelli amabili dell’università della terza età e loro non protestano, al massimo si addormentano".
Como a parte, in quale città le sarebbe piaciuto vivere?
"In nessun altro posto. In questo senso sono un vero “ursus spelaeus”, un orso delle spelonche".
Giorgio Bardaglio
martedì 8 febbraio 2011
Lino Gelpi, leggendario sindaco di Como
Ricordo questa intervista come fosse ora. Era la seconda ed ero ancora in quella fase (che per la verità non ho superato neppure ora) del "cavolo, non posso sbagliare, è l'occasione della mia vita!". Non avevamo neppure delle foto d'archivio di Lino Gelpi, leggendario sindaco di Como, così insieme con me vnne anche l'amministratoe delegato del Corriere di Como, Cesare Baj, che si offì gentilmente di portare la macchia fotografica. Arrivammo trafelati, verso le tre del pomeriggio, nel palazzo dove Gelpi aveva gli uffici d'avvocato, anche se si era ritirato da un pezzo e badavano figli e nipoti a mandare avanti lo studio. Lui si era fermato. Era come se vivesse in un'altra dimensione, un'altra epoca. Disse quattro parole in croce, meravigliandosi e credo infastidendosi di tante domande, ritenute da lui inutili. Al cospetto dell'eterno, che lui attendeva, lo erano davvero. Fatto sta che ci congedò presto e me ne uscii con il taccuino vuoto. Quel che segue è ciò che uscì sul giornale, il giorno dopo. In pagina fu titolato così: Lino Gelpi, prima che arrivassero le volpi. Era il 3 dicembre 1997.
Auto, semaforo, colonna; scorciatoia, ingorgo, sosta. Accelerare, frenare, sterzare; parcheggiare, scendere, camminare. Suonare, salire, bussare; salutare, ascoltare, telefonare. Impaziente attesa.
Minuti. Veloci, preziosi, irrinunciabili.
Avevamo un appuntamento, ma non lo ricordava affatto. Comprendiamo più tardi che non si è trattato di sbadataggine, né di senile smemoratezza. Semplicemente un metro diverso di ponderare gli eventi, di dare importanza alle cose.
Il mondo fuori corre, ma Lino Gelpi, otto fratelli e otto figli, ottantacinque anni, avvocato, primo cittadino della città di Como dal ’56 al ’70, ha smesso di rincorrerlo da un pezzo.
Non già perché dell’esistenza umana ha trovato tutte le risposte. Semmai, nello sguardo incantato e nelle lunghe pause prima di udirlo proferir parola, c’è sembrato di intuire la consapevolezza delle troppe domande ancora aperte, che non permettono illusioni al tramonto di una vita.
Perseguitati dalla nostra occasionale premura, lo distogliamo per qualche minuto dal lavoro. Ancor oggi, che potrebbe farne a meno, dedica cinque o sei ore al giorno a fascicoli e documenti che tiene ordinati su una scrivania sobria, nel suo minuto studio. Il resto della giornata lo trascorre in famiglia, abbandonandosi sovente alla lettura dei testi biblici sapienziali ("i salmi sono un fonte inesauribile di pensiero, di bellezza e di poesia").
Enzo Biagi ha scritto: è stato subito domani, è passato tutto molto in fretta.
"Com’è vero. E’ trascorso quasi un secolo e non me ne sono nemmeno accorto".
Cosa ricorda dei quasi quindici anni di amministrazione comunale?
"Rammento con piacere tutti gli anni della mia amministrazione e qualcuna delle maggiori opere realizzate in quel periodo. Il trasferimento dello scalo merci delle ferrovie, il forno di incenerimento, la copertura del Cosia. E così pure le scuole, gli asili, i giardini pubblici, la strada a lago".
Eppure non fu tutto rose e fiori. Proprio per la strada a lago le polemiche furono asprissime.
"Non in consiglio comunale. Al tempo in cui ero sindaco, anche decisioni difficili erano solitamente prese all’unanimità. Non mancavano le discussioni, anche aspre, ma rimanendo su un piano squisitamente amministrativo, fuori da ogni ideologia politica. Se l’opposizione, a proposito di un determinato progetto, riteneva di apportare qualche sensata modifica, si accettava il parere diverso. Ad osteggiare la strada a lago furono i fondisti, tutti i proprietari dei terreni che arrivavano fino a riva. Non fu cosa da poco. La loro protesta sfociò anche in cause civili, che però mi onoro di aver composto amichevolmente e con soddisfazione reciproca. Li convinsi facendo loro comprendere che l’interesse per la città andava tutelato maggiormente del loro interesse particolare di avere uno sbocco privato a lago".
E’ ancora oggi il tempo del coraggio nelle scelte amministrative?
"Non seguo più attentamente la vita amministrativa per rispondere seriamente. Quando sono uscito dal comune ho tirato giù la saracinesca e il mio punto di osservazione è quello di un qualsiasi semplice cittadino. Non vedo scelte coraggiose. Mi pare un periodo negativo per tutto il paese. Como non si distingue, né in meglio, né in peggio. Manca il senso civico e il senso della collettività, per dirla in due parole. Ognuno guarda ai propri interessi. Ed è questo che mi ha spinto, qualche tempo or sono, dopo un lungo silenzio, a lanciare un allarme".
Secondo l’opinione di alcuni, un tempo il consiglio comunale era composto dal meglio delle famiglie comasche. Questa presenza è andata via via estinguendosi, fino ad arrivare al pallore attuale. E’ d’accordo?
"Posso confermare che, in ognuno dei tre consigli da me guidati, potevo contare su persone eccezionali, che ricordo con simpatia, senza differenze tra maggioranza e minoranza. L’impressione di un graduale, ma irrefrenabile allontanamento di persone particolarmente significative è anche mia. Non ho una ragione per spiegarne il perché. Costato una disaffezione alla politica e all’amministrazione. Siamo troppo in mano ai professionisti".
C’è qualche opera importante per Como che ha il cruccio di aver dovuto lasciare nel cassetto?
"La cittadella della cultura, che volevo realizzare nel quartiere dov’era e dov’è attualmente l’Intendenza di Finanza. Avevo già concordato questo progetto, che avrebbe dovuto iniziare con l’insediamento della biblioteca, con l’allora responsabile dell’Intendenza e con il ministero, ma non ebbi il tempo di concretare gli accordi con atti amministrativi e con il mio abbandono l’intero progetto finì nel nulla. Mi è altrettanto spiaciuto non aver portato a termine la tangenziale sud, di cui tuttora si parla e che, tra il ’65 e il ’70, auspice l’allora assessore ai lavori pubblici Spallino, era stata progettata, finanziata e il cui mutuo era già stato contratto. Poi arrivò il centro sinistra e non se ne fece nulla. Personalmente, ebbi la fortuna di andarmene prima, quando i partiti non avevano ancora cominciato a far sentire il loro fiato sul collo. Politicamente, con l’avvento dei Fanfani e dei Moro non mi sentii più a posto. Non ho mai avuto la tessera di un partito. Ero stato indicato dall’Azione Cattolica e alla politica mi sono sempre sentito prestato".
Don Ferdinando Citterio, docente di morale a Venegono, sostiene che la responsabilità di tutti i mali non è da imputare soltanto ai politicanti invadenti, ma anche a coloro che vent’anni fa trattavano con orrore la politica (Azione Cattolica compresa) e lasciavano campo libero agli altri. I cattolici hanno fatto ciò che era possibile o qualcosa meno?
"Forse potevamo fare di più. Nella Democrazia Cristiana hanno assunto sempre più potere le volpi, che guardavano prima al loro interesse di bottega piuttosto che al bene comune e i principi dell’Azione Cattolica, cui ho avuto l’onere di aderire, quella dei Luigi Gedda e dei Piergiorgio Frassati, furono completamente dimenticati".
Cosa manca a Como?
"Se mi è consentita una critica molto sommessa, vi è una carenza di uomini validi. La preparazione professionale non basta, occorre una maggiore formazione umana".
Giorgio Bardaglio
Auto, semaforo, colonna; scorciatoia, ingorgo, sosta. Accelerare, frenare, sterzare; parcheggiare, scendere, camminare. Suonare, salire, bussare; salutare, ascoltare, telefonare. Impaziente attesa.
Minuti. Veloci, preziosi, irrinunciabili.
Avevamo un appuntamento, ma non lo ricordava affatto. Comprendiamo più tardi che non si è trattato di sbadataggine, né di senile smemoratezza. Semplicemente un metro diverso di ponderare gli eventi, di dare importanza alle cose.
Il mondo fuori corre, ma Lino Gelpi, otto fratelli e otto figli, ottantacinque anni, avvocato, primo cittadino della città di Como dal ’56 al ’70, ha smesso di rincorrerlo da un pezzo.
Non già perché dell’esistenza umana ha trovato tutte le risposte. Semmai, nello sguardo incantato e nelle lunghe pause prima di udirlo proferir parola, c’è sembrato di intuire la consapevolezza delle troppe domande ancora aperte, che non permettono illusioni al tramonto di una vita.
Perseguitati dalla nostra occasionale premura, lo distogliamo per qualche minuto dal lavoro. Ancor oggi, che potrebbe farne a meno, dedica cinque o sei ore al giorno a fascicoli e documenti che tiene ordinati su una scrivania sobria, nel suo minuto studio. Il resto della giornata lo trascorre in famiglia, abbandonandosi sovente alla lettura dei testi biblici sapienziali ("i salmi sono un fonte inesauribile di pensiero, di bellezza e di poesia").
Enzo Biagi ha scritto: è stato subito domani, è passato tutto molto in fretta.
"Com’è vero. E’ trascorso quasi un secolo e non me ne sono nemmeno accorto".
Cosa ricorda dei quasi quindici anni di amministrazione comunale?
"Rammento con piacere tutti gli anni della mia amministrazione e qualcuna delle maggiori opere realizzate in quel periodo. Il trasferimento dello scalo merci delle ferrovie, il forno di incenerimento, la copertura del Cosia. E così pure le scuole, gli asili, i giardini pubblici, la strada a lago".
Eppure non fu tutto rose e fiori. Proprio per la strada a lago le polemiche furono asprissime.
"Non in consiglio comunale. Al tempo in cui ero sindaco, anche decisioni difficili erano solitamente prese all’unanimità. Non mancavano le discussioni, anche aspre, ma rimanendo su un piano squisitamente amministrativo, fuori da ogni ideologia politica. Se l’opposizione, a proposito di un determinato progetto, riteneva di apportare qualche sensata modifica, si accettava il parere diverso. Ad osteggiare la strada a lago furono i fondisti, tutti i proprietari dei terreni che arrivavano fino a riva. Non fu cosa da poco. La loro protesta sfociò anche in cause civili, che però mi onoro di aver composto amichevolmente e con soddisfazione reciproca. Li convinsi facendo loro comprendere che l’interesse per la città andava tutelato maggiormente del loro interesse particolare di avere uno sbocco privato a lago".
E’ ancora oggi il tempo del coraggio nelle scelte amministrative?
"Non seguo più attentamente la vita amministrativa per rispondere seriamente. Quando sono uscito dal comune ho tirato giù la saracinesca e il mio punto di osservazione è quello di un qualsiasi semplice cittadino. Non vedo scelte coraggiose. Mi pare un periodo negativo per tutto il paese. Como non si distingue, né in meglio, né in peggio. Manca il senso civico e il senso della collettività, per dirla in due parole. Ognuno guarda ai propri interessi. Ed è questo che mi ha spinto, qualche tempo or sono, dopo un lungo silenzio, a lanciare un allarme".
Secondo l’opinione di alcuni, un tempo il consiglio comunale era composto dal meglio delle famiglie comasche. Questa presenza è andata via via estinguendosi, fino ad arrivare al pallore attuale. E’ d’accordo?
"Posso confermare che, in ognuno dei tre consigli da me guidati, potevo contare su persone eccezionali, che ricordo con simpatia, senza differenze tra maggioranza e minoranza. L’impressione di un graduale, ma irrefrenabile allontanamento di persone particolarmente significative è anche mia. Non ho una ragione per spiegarne il perché. Costato una disaffezione alla politica e all’amministrazione. Siamo troppo in mano ai professionisti".
C’è qualche opera importante per Como che ha il cruccio di aver dovuto lasciare nel cassetto?
"La cittadella della cultura, che volevo realizzare nel quartiere dov’era e dov’è attualmente l’Intendenza di Finanza. Avevo già concordato questo progetto, che avrebbe dovuto iniziare con l’insediamento della biblioteca, con l’allora responsabile dell’Intendenza e con il ministero, ma non ebbi il tempo di concretare gli accordi con atti amministrativi e con il mio abbandono l’intero progetto finì nel nulla. Mi è altrettanto spiaciuto non aver portato a termine la tangenziale sud, di cui tuttora si parla e che, tra il ’65 e il ’70, auspice l’allora assessore ai lavori pubblici Spallino, era stata progettata, finanziata e il cui mutuo era già stato contratto. Poi arrivò il centro sinistra e non se ne fece nulla. Personalmente, ebbi la fortuna di andarmene prima, quando i partiti non avevano ancora cominciato a far sentire il loro fiato sul collo. Politicamente, con l’avvento dei Fanfani e dei Moro non mi sentii più a posto. Non ho mai avuto la tessera di un partito. Ero stato indicato dall’Azione Cattolica e alla politica mi sono sempre sentito prestato".
Don Ferdinando Citterio, docente di morale a Venegono, sostiene che la responsabilità di tutti i mali non è da imputare soltanto ai politicanti invadenti, ma anche a coloro che vent’anni fa trattavano con orrore la politica (Azione Cattolica compresa) e lasciavano campo libero agli altri. I cattolici hanno fatto ciò che era possibile o qualcosa meno?
"Forse potevamo fare di più. Nella Democrazia Cristiana hanno assunto sempre più potere le volpi, che guardavano prima al loro interesse di bottega piuttosto che al bene comune e i principi dell’Azione Cattolica, cui ho avuto l’onere di aderire, quella dei Luigi Gedda e dei Piergiorgio Frassati, furono completamente dimenticati".
Cosa manca a Como?
"Se mi è consentita una critica molto sommessa, vi è una carenza di uomini validi. La preparazione professionale non basta, occorre una maggiore formazione umana".
Giorgio Bardaglio
lunedì 7 febbraio 2011
Gianni Clerici: una (vecchia) intervista
Sono grato a questo mestiere e in particolare ad Adolfo Caldarini, perché ho incontrato persone che altrimenti sarebbero rimaste lontane e di cui invece ho potuto cogliere almeno un riflesso, l'ombra. Ho deciso di ripubblicare su questo blog alcuni "incontri", pubblicati a suo tempo sul Corriere di Como e di cui non c'è più traccia in rete. Il primo in assoluto fu Gianni Clerici, scrittore e giornalista sportivo. Correva l'anno 1997. Era il 28 novembre.
Ci sono persone triviali anche quando pregano. Gianni Clerici non lo sarebbe neppure se bestemmiasse.
Giornalista, commentatore televisivo, romanziere, autore di opere teatrali, scrittore ("scrivo per conoscere me stesso") e altro ("sempre a che fare con le parole, però"), con un riguardo speciale per il tennis.
Lo raggiungiamo in una delle case che possiede, una sorta di studiolo collocato a mezzacosta, sul monte che sovrasta Villa Geno. Dalle finestre lo sguardo domina il primo bacino del lago. Non un caso. Scrutare dall’alto, distaccato, ma non lontano, è il suo destino. Che stia a Londra, Parigi o in via Torno, seduto su un aeroplano o su una tribuna.
Magro, più alto di quanto immaginassimo, il viso appena segnato dal tempo, Clerici non gesticola. E’ vivacissimo, ma misurato, nei movimenti quanto nelle parole.
Parla a lungo e la conversazione avviene da sé naturalmente, come si fa la notte quando il giorno dilegua.
"Ormai rimango a Como pochi giorni all’anno. Meno di un’ottantina. La conosco veramente poco, mi sento uno straniero. Vado ancora in libreria, qualche volta in biblioteca, a Villa d’Este quando gioco a tennis. Poco altro. Passo per strada, esco in bicicletta".
Con tutto il traffico, è ancora possibile?
"Ma sì. Milano è peggio. E’ vero che non siamo ad Hannover e nemmeno a Parma, dove esistono splendide piste ciclabili. Una questione geografica e culturale. Como si trova circondata da pendii impegnativi e dall’acqua del lago, entrambi poco adatti per pedalare. E poi si ha sempre premura. Ma questo è un problema che non si esaurisce nel perimetro della nostra città. La fretta dei contemporanei è terribilmente contagiosa. Ho fretta anch’io".
La chiusura geografica della città ha a che fare con quella caratteriale di chi vi abita?
"Non saprei. Di certo i comaschi sono introversi. Uno dei maggiori esperti di letteratura tedesca, insieme a Claudio Magris, è Giorgio Cusatelli, che è professore, credo a Genova. Quando lo incontrai mi rivelò di aver insegnato a Como, per undici anni. Gli dissi: “e dove sei stato, che non ti abbiamo mai visto?” Rispose: “non mi invitava nessuno”. Questa caratteristica di chiusura esiste. E’ una società, quella comasca, che non accoglie facilmente. A meno che non si tratti del questore o del capo della Finanza, perché in quel caso si hanno porte aperte. Ed è giusto, una città mercantile deve coltivare buoni rapporti con le autorità".
In cosa si rende evidente questa vocazione mercantile di Como?
"In tutto. Basti pensare all’architettura. La nostra città è stata distrutta e ricostruita più volte, secondo le esigenze dei fondaci. Chi aveva la sua fabbrica, che andava bene nel ‘600, settant’anni dopo aveva bisogno di più spazio e la buttava giù. In uno dei pochi articoli che non mi hanno pubblicato spiegavo le connotazioni dei comaschi, facendo la distinzione tra “comacinus faber”, che sono in maggioranza, e “comacinus sapiens”.
La mia famiglia è sempre appartenuta ai “faber”. Mio nonno paterno commerciava vino, quello paterno tessuti, mio padre carburanti. Personalmente, invece, ho sempre avuto più affinità e amicizie coi “sapiens”, cioè con coloro che hanno interessi fuori dalla dimensione produttiva della città, senza per questo pretendere che siano migliori. E’ pure vero che anche tra i “faber” ci sono degli illuminati. Mi viene in mente Ratti, che non conosco di persona. Una volta andai a New York, a scrivere un pezzo per il “Giorno”, su una straordinaria mostra di abiti indiani, esposti al Metropolitan Museum. Alla fine vidi che lo sponsor era il signor Ratti. Ne sono stato molto onorato. Di questi esempi ce ne saranno molti altri, che però non conosco. L’ho ammesso, non sono un referente significativo, purtroppo sto troppo poco in città per conoscerla davvero".
Non le manca Como?
"No, no. Mi va molto bene tornare, quello sì. Si ama di più quando si è lontani. L’amore, quando c’è un riscontro di presenza continua, è meno facile che immaginarselo. Agli amici ripeto che, se non avessi passaporto italiano, l’Italia mi sembrerebbe un paese meraviglioso e straordinario".
C’è una notizia riguardante Como che l’ha incuriosita di recente?
"Ho visto che gli ultras della squadra di calcio sono stati molto cattivi a Livorno. Riscontrando incidenti in casa altrui, pensavo: a Como queste cose non succedono. Era un buon segno per la città. Ci differenziava in meglio da altri. I recenti episodi sono un segnale negativo, che andrebbe studiato a fondo. Magari raccogliendo il parere dei protagonisti stessi, perché non c’è di peggio che criminalizzare chi ha qualche tendenza criminale".
Qualcos’altro, magari di positivo?
"L’università a Como. Importantissima, come lo fu a suo tempo l’istituzione del setificio, perché contribuì a sprovincializzare, allargando il cerchio, attirando anche studenti stranieri. Una città non può definirsi tale se mancano scuole decenti e belle biblioteche".
Dimenticavamo, come mai non pubblicarono l’articolo sull’Homo Comacinus?
"Perché colui che me l’aveva richiesto, un tipo assolutamente sconosciuto, che lavorava per l’Alitalia, si indignò, pensando a me come ad un leghista e razzista".
Aveva ragione?
"No, ma chiunque viva in una città del nord di frontiera nasconde qualcuna delle caratteristiche del leghismo e del razzismo, inteso non come cattiveria, bensì come una sottolineatura marcata delle differenze tra persone provenienti da paesi diversi e una volontà di evitare commistioni".
Giorgio Bardaglio
P.S. Di questa intervista, compresi alcuni retroscena, ne avevo parlato in un precedente post. Lo trovate cliccando qui.
Ci sono persone triviali anche quando pregano. Gianni Clerici non lo sarebbe neppure se bestemmiasse.
Giornalista, commentatore televisivo, romanziere, autore di opere teatrali, scrittore ("scrivo per conoscere me stesso") e altro ("sempre a che fare con le parole, però"), con un riguardo speciale per il tennis.
Lo raggiungiamo in una delle case che possiede, una sorta di studiolo collocato a mezzacosta, sul monte che sovrasta Villa Geno. Dalle finestre lo sguardo domina il primo bacino del lago. Non un caso. Scrutare dall’alto, distaccato, ma non lontano, è il suo destino. Che stia a Londra, Parigi o in via Torno, seduto su un aeroplano o su una tribuna.
Magro, più alto di quanto immaginassimo, il viso appena segnato dal tempo, Clerici non gesticola. E’ vivacissimo, ma misurato, nei movimenti quanto nelle parole.
Parla a lungo e la conversazione avviene da sé naturalmente, come si fa la notte quando il giorno dilegua.
"Ormai rimango a Como pochi giorni all’anno. Meno di un’ottantina. La conosco veramente poco, mi sento uno straniero. Vado ancora in libreria, qualche volta in biblioteca, a Villa d’Este quando gioco a tennis. Poco altro. Passo per strada, esco in bicicletta".
Con tutto il traffico, è ancora possibile?
"Ma sì. Milano è peggio. E’ vero che non siamo ad Hannover e nemmeno a Parma, dove esistono splendide piste ciclabili. Una questione geografica e culturale. Como si trova circondata da pendii impegnativi e dall’acqua del lago, entrambi poco adatti per pedalare. E poi si ha sempre premura. Ma questo è un problema che non si esaurisce nel perimetro della nostra città. La fretta dei contemporanei è terribilmente contagiosa. Ho fretta anch’io".
La chiusura geografica della città ha a che fare con quella caratteriale di chi vi abita?
"Non saprei. Di certo i comaschi sono introversi. Uno dei maggiori esperti di letteratura tedesca, insieme a Claudio Magris, è Giorgio Cusatelli, che è professore, credo a Genova. Quando lo incontrai mi rivelò di aver insegnato a Como, per undici anni. Gli dissi: “e dove sei stato, che non ti abbiamo mai visto?” Rispose: “non mi invitava nessuno”. Questa caratteristica di chiusura esiste. E’ una società, quella comasca, che non accoglie facilmente. A meno che non si tratti del questore o del capo della Finanza, perché in quel caso si hanno porte aperte. Ed è giusto, una città mercantile deve coltivare buoni rapporti con le autorità".
In cosa si rende evidente questa vocazione mercantile di Como?
"In tutto. Basti pensare all’architettura. La nostra città è stata distrutta e ricostruita più volte, secondo le esigenze dei fondaci. Chi aveva la sua fabbrica, che andava bene nel ‘600, settant’anni dopo aveva bisogno di più spazio e la buttava giù. In uno dei pochi articoli che non mi hanno pubblicato spiegavo le connotazioni dei comaschi, facendo la distinzione tra “comacinus faber”, che sono in maggioranza, e “comacinus sapiens”.
La mia famiglia è sempre appartenuta ai “faber”. Mio nonno paterno commerciava vino, quello paterno tessuti, mio padre carburanti. Personalmente, invece, ho sempre avuto più affinità e amicizie coi “sapiens”, cioè con coloro che hanno interessi fuori dalla dimensione produttiva della città, senza per questo pretendere che siano migliori. E’ pure vero che anche tra i “faber” ci sono degli illuminati. Mi viene in mente Ratti, che non conosco di persona. Una volta andai a New York, a scrivere un pezzo per il “Giorno”, su una straordinaria mostra di abiti indiani, esposti al Metropolitan Museum. Alla fine vidi che lo sponsor era il signor Ratti. Ne sono stato molto onorato. Di questi esempi ce ne saranno molti altri, che però non conosco. L’ho ammesso, non sono un referente significativo, purtroppo sto troppo poco in città per conoscerla davvero".
Non le manca Como?
"No, no. Mi va molto bene tornare, quello sì. Si ama di più quando si è lontani. L’amore, quando c’è un riscontro di presenza continua, è meno facile che immaginarselo. Agli amici ripeto che, se non avessi passaporto italiano, l’Italia mi sembrerebbe un paese meraviglioso e straordinario".
C’è una notizia riguardante Como che l’ha incuriosita di recente?
"Ho visto che gli ultras della squadra di calcio sono stati molto cattivi a Livorno. Riscontrando incidenti in casa altrui, pensavo: a Como queste cose non succedono. Era un buon segno per la città. Ci differenziava in meglio da altri. I recenti episodi sono un segnale negativo, che andrebbe studiato a fondo. Magari raccogliendo il parere dei protagonisti stessi, perché non c’è di peggio che criminalizzare chi ha qualche tendenza criminale".
Qualcos’altro, magari di positivo?
"L’università a Como. Importantissima, come lo fu a suo tempo l’istituzione del setificio, perché contribuì a sprovincializzare, allargando il cerchio, attirando anche studenti stranieri. Una città non può definirsi tale se mancano scuole decenti e belle biblioteche".
Dimenticavamo, come mai non pubblicarono l’articolo sull’Homo Comacinus?
"Perché colui che me l’aveva richiesto, un tipo assolutamente sconosciuto, che lavorava per l’Alitalia, si indignò, pensando a me come ad un leghista e razzista".
Aveva ragione?
"No, ma chiunque viva in una città del nord di frontiera nasconde qualcuna delle caratteristiche del leghismo e del razzismo, inteso non come cattiveria, bensì come una sottolineatura marcata delle differenze tra persone provenienti da paesi diversi e una volontà di evitare commistioni".
Giorgio Bardaglio
P.S. Di questa intervista, compresi alcuni retroscena, ne avevo parlato in un precedente post. Lo trovate cliccando qui.
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