lunedì 30 giugno 2014

Storylab (siamo anelli di catena)

Foto by Leonora
"Aiutaci a creare il più grande archivio fotografico di Bergamo e provincia".
Storylab è tutto qua, in dodici parole e un'idea forte, quella di rendere disponibile e accessibile la memoria di una città, di una terra.
Oggi è il gran giorno, quello in cui il progetto ha preso il via, dopo una gestazione durata qualche mese e con le finiture in corso d'opera, come avviene sempre in quest'era digitale dove tutto è perennemente "beta".
Lo racconto perché proprio questo è l'aspetto che mi incuriosisce e affascina di più, come credo avvenga per il meccanico che registra il motore man mano che la gara avanza o il medico che si prende cura del paziente giorno per giorno, dosando farmaci e terapia.
Io tutto questo l'ho preso per la coda, essendo arrivato quando tutto era sulla rampa di lancio, dando un paio di spunti per la campagna di lancio sul giornale di carta e venendo coinvolto - come tutti a Mediaon - potendo dire la mia a ruota libera, scambiando opionioni e suggerimenti, cercando di remare tutti dalla stessa parte, senza mostrine sulla giacca e con un obiettivo comune: quello di fare meglio possibile, aprendo una strada.
Può darsi verrà un giorno in cui racconteremo nel dettaglio com'è nato il tutto, per ora mi accontento di sottolineare l'aspetto che più mi affasciana, quello appunto della partecipazione ("Aiutaci a creare il più grande archivio fotografico") e quello della memoria. Chi mi conosce sa che ne ho il culto, pur nella convizione che sia una battaglia persa. Tutto infatti verrà dimenticato, ogni cosa tra cento o mille anni sarà sparita, almeno nella forma e consistenza in cui la conosciamo ora. Però l'idea di spostare un po' più in là l'asticella, la possibilità di lasciare traccia dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri borghi, delle nostre radici in definitiva, mi scalda il cuore. Se infatti il "per sempre" non ha dimora su questa terra, sono convinto che vedendo quelle immagini in bianco e nero qualcuno si farà qualche domanda e magari ai nostri figli o anche a noi stessi si accenderà una lampadina, ricordando che non siamo eterni, bensì provvisori anelli di catena. Ma proprio questo è il bello: non essere soli, sapere che ci sarà un dopo perché c'è stato un prima.
P.S. Questo post lo dedico al mio bisnonno Giovanni, alla sua faccia da cow-boy, con la camicia senza colletto, i baffi a manubrio e il cappello sulle ventitrè, che dalla lapide più alta del cimitero mi guarda, accanto alla bisnonna Lucia. Di lui so poco ma in quel poco c'è che gli assomiglio in altezza, "anche se lui stava più dritto di te" diceva mio padre, che quando era bambino lo riaccompagnava a casa, la domenica mattina, dopo che tornando da messa faceva un salto all'osteria e non abituato al vino forte di importazione si addormentava a metà strada, sotto un fico, sulla riva dove ora c'è casa mia.

domenica 29 giugno 2014

Postal Market (il papà di Amazon)

Il Postal Market ritrovato
Piove. Non so se ve ne siete accorti, ma se abitate a nord o anche a sud del Po, in questi giorni piove che è un piacere. O un dolore, se detestate la pioggia (che a "quasi luglio" può essere comprensibile).
Il meteo comunque c'entra soltanto accidentalmente con questo post, dedicato al papà di Amazon: il Postal Market.
Per i nativi digitali e anche per chi nativo digitale non lo è ma ha meno di trent'anni spiego velocemente di cosa si tratta: un modello di vendita per catalogo. In pratica compravi in edicola o ti arrivava a casa questo librone zeppo di foto di prodotti con relativi prezzi, tua madre poteva ordinarli e riceverli per posta.
Di questi cataloghi ne ho trovato uno, ieri, curiosando tra i libri nella casa che fu dello zio Emilio e della zia Angelina. Collezione autunno-inverno '84-85, con in copertina Isabella Ferrari che "indossa la nostra boutique". Mi si è aperto un mondo. Di ricordi, soprattutto. Dal ferro da stiro Simac (114.900 lire) al walkman Sony (289mila), dal giaccone spalle larghe gabardine per uomo (69.900) al tailleur foderato pura lana vergine per donna (168mila).
In un tempo in cui i canali della tv erano una dozzina e supermercati un paio in tutta la provincia, il Postal Market (e anche l'altro catalogo, Vestro) era un libro dei sogni per il ragazzo che la società consumistica anelava.
Personalmente non ricordo grandi acquisti. In famiglia eravamo morigerati e mia madre i pochi acquisti che faceva preferiva soppesarli, vederli di persona. Semmai, ma qui il discorso si fa più delicato, ricordo l'emozione nello sfogliare le pagine dedicate all'intimo femminile: non quei corsetti spessi e rigidi che credo portasse la zia Angelina e pure mia mamma, piuttosto quel florilegio di reggiseni e di mutandine semitrasparenti, indossate da avvenenti modelle, che se ci aggiungevi un po' di fantasia ti pareva di vedere cosa nascondessero e costituivano l'unica morbosità in un età per il resto candida.
Di tutti quei prodotti compravamo poco o nulla, dicevo, tuttavia ammirarli così, uno in fila all'altro, dai pigiami alle macchine per scrivere, dai cappotti agli orologi, dalle pentole al tritaghiaccio manuale per granite (5.950 lire), era una meraviglia, oltre che far venire l'acquolina (infatti un tritaghiacchio identico - arancione - lo comprammo, me lo ricordo, però alle bancarelle del mercato).
Ora che quel tempo è passato e del Postal Market è rimasta soltanto l'etichetta (credo sia uno delle decine di store on line), alla mia generazione restano i ricordi e, nei più romantici, la nostalgia. Con Internet, oltre alla velocità, si è aggiunta l'abbondanza, mentre lo stupore non è merce che si possa acquistare né mettere in vendita, però - e questa è una buona notizia - lo si trova dappertutto. Anche in cima a un armadio, tra i libri polverosi che ti ha lasciato in eredità la tua zia.

sabato 28 giugno 2014

Allenatori di uomini (Ciccio, Nello e Osvaldo)

Foto by Leonora
Insegnanti, maestri, amici, parenti, catechisti, istruttori... Non si educa mai da soli, pur se la responsabilità è la nostra, genitori di figli che accompagniamo ma non ci appartengono.
Quest'estate, ad esempio, Giacomo e Giovanni hanno preso concedo da allenatori di calcio che nei mesi precedenti li hanno formati, sul campo e nel carattere.
Antonello (Ghielmetti), Osvaldo (Braga), Ciccio (Signorello): li volevo ringraziare pubblicamente, perché hanno dato moltissimo ai miei ragazzi, arrivando là dove non potevo arrivare io e formando a tutto tondo, pur essendo diversi tra loro.
Ciccio ad esempio non lo scopro adesso. Negli ultimi due anni ha preso per mano Giovanni, ma in passato era stato mentore di Giacomo, con cui ha conservato uno splendido rapporto. Persona di cuore straordinario e dalla gestualità teatrale, mi è sempre piaciuto perché non è perfetto, incarnando in questo il ruolo paterno, che educa sia con l'esempio positivo, sia con quello negativo. Come quando si incavola, ad esempio, e smoccola. Oppure quando è duro. Non vizia i ragazzini, li abitua a stare al mondo.
Di identica tempra, anche se differente nell'atteggiamento, è Antonello, che con il Parè '97 ha condotto Giacomo. Il verbo non l'ho scelto a caso, trattandosi di un vero condottiero, un marine prestato all'atletismo, un sergente di ferro che però sa trovare energia con la meditazione, alla maniera di un monaco buddista. A metà dell'anno scorso si affiancò a una squadra allo sbando, mio figlio compreso, e seppe darle un'identità passando per il sudore, la fatica, il sacrificio. Prendete un adolescente e fatelo correre carponi nel fango: se non vi manda al diavolo lo avete conquistato. E Nello, per non farsi mandare al diavolo, nel fango o nella polvere, in discesa come in salita, al gelo o nel buio di un bosco, era sempre il primo, a dare l'esempio, con i suoi sessant'anni portati da dio.
Ugualmente tenace, anche se meno istrionico, Osvaldo, "master and commander" del Parè '96, come istruttore di calcio il mio preferito: con lui Giacomo non ha mai sbagliato una partita, sapendolo sia motivare che ritagliargli il ruolo perfetto. Uomo dalle parole misurate, Osvaldo è un leader naturale, oltre che un uomo serio, abituato a dirti le cose in faccia, guardandoti negli occhi. Dei tre è quello che mi spiace più dover salutare, perché come allenatore lo stimo davvero, anche se non do torto a Giacomo che avendo diciasette anni vuole mettersi alla prova, cambiando squadra e facendo un passetto in più, lui che di solito è abitudinario. Tutti e tre, ad ogni modo, avranno sempre la mia riconoscenza, oltre che stima ed affetto. Se Giacomo e Giovanni e tutti i loro compagni diventeranno uomini o comunque un po' migliori di ciò che erano lo dovranno anche a loro.
P.S. Non voglio dimenticare neppure Luca Sassaroli, che ha affiancato Ciccio, e Francesco Nigro, allenatore del Parè '97 con Nello. Senza fare grandi discorsi, sono stati preziosissimi e non saranno dimenticati.

venerdì 27 giugno 2014

L'uomo che sono, il vecchio che sarò, il bambino che ero

Foto by Leonora
Stasera ho visto "Dear John", che a parte le lacrime, la bellezza dei protagonisti e il ritmo lento, riporta una frase più vera del vero: "Che siano le due settimane che ho passato con te o gli ultimi due mesi trascorsi con lui, ho imparato che il tempo si esaurisce sempre".
Brutta faccenda quella del tempo, delle lancette che girano, dei granelli di sabbia che cascano senza possibilità alcuna di tornare indietro. A volte mi sorprendo a scrutare il volto delle persone che ho accanto o che semplicemente conosco, i mutamenti percettibili del viso, la trasformazione fisica che avviene in loro. Fissandoli con attenzione noto quanto sono diversi, con lo stupore di non avervi fatto caso prima, di scoprire soltanto in quell'istante che sono cambiati, alcuni non somigliando affatto ai ragazzi che erano, altri diventando in modo altrettanto sorprendente simili a chi li ha preceduti, al loro padre, alla loro madre, ai nonni, quando li avevano.
Un esercizio che pratico talvolta su me stesso, inquadrandomi allo specchio, notando le rughe, la pelle meno elastica, i capelli e la barba spruzzata di bianco. E' allora che mi torna in mente quando ero bambino, il piacere che provavo a guardarmi negli occhi, sempre allo specchio, e a realizzare che quelle pupille erano proprio mie, che quel bimbo era un essere pensante, unico, con un volto, un corpo, un nome: Giorgio. Giorgio... Giorgio... Giorgio... lo ripetevo spesso. Scandendo bene le sillabe, osservando le labbra che si aprivano e chiudevano, la lingua che trillava sulla r.
Di quei momenti privati mi vergognavo, mi parevano un'esagerazione, un vizio, anche se mi facevano stare bene, mi infondevano sicurezza, mi facevano sentire vivo. Scoprii molti anni dopo, all'università, durante un seminario di filosofia del diritto, che quel gioco in realtà era normalissimo e portava alla realizzazione di sé, alla comprensione e alla consapevolezza che c'ero, che ero davvero io, unico, appunto.
Quell'essere sta diventando vecchio, eppure se mi concentro a guardare le pupille, mi pare di vedere ancora il bambino che ero, che da qualche parte è cambiato e da qualche altra è rimasto.
Il tempo si esaurisce sempre, ha ragione la protagonista di "Dear John". Non c'è scampo, semmai una consolazione: averlo vissuto, quel tempo, in modo pieno, non al risparmio, pur senza imprese eroiche, nella normalità del giorno dopo giorno, sapendo di non poter vedere, sapere, provare tutto ma quel poco o tanto gustandoselo.
P.S. Il professore di filosofia del diritto di cui ho scritto fece poi scandalo e fu cacciato dall'università Cattolica, per ragioni non attinenti alla realizzazione del sé, bensì per il suo insegnamento non giudicato eterodosso rispetto ai principi cristiani. Il suo nome è Luigi Lombardi Vallauri e a parte certe divagazioni eccentriche sulla materia con cui sosteneva erano fatti gli spettri non mi era parso così malvagio. Volevo dirlo.

giovedì 26 giugno 2014

Anni Ottanta: la musica che gira intorno

Foto by Leonora
Per Giulia sono i giorni della maturità (come per Federico, Martina, Micaela, Andrea "Zwooby" e molti altri) e vedo in lei la mia trepidazione di allora. Formidabili quegli anni ma anche no. Cioè, non tornerei indietro, anche se sono contento di averli vissuti appieno, con tutto il candore e lo stupore di un adolescente che sta sbocciando nella speranza di non essere bocciato.
Mi tornano in mente oggi perché David mi ha segnalato un bel post di Luca Sofri sui trent'anni esatti dall'uscita di Purple Rain, di Prince: era il 25 giugno 1984. Quella canzone per me e per David è legata a filo doppio a diverse stagioni più tardi, quando la sentimmo cantare nella via centrale di Copenaghen, accompagnata da una ragazza che ballava in un modo da togliere il fiato. L'articolo di Sofri invece mi ha catapultato di nuovo sui banchi del liceo, con Michele Bignami, Antonio Giamminola detto Marco, Gianluca Gazzolo, Rodolfo Sonzogni, Mauro Colombo, Carla Molteni, Patrizia Mattaboni, Simona Bettarello e molti altri, di cui ometto i nomi per non trasformare queste righe in elenco.
Proprio per non divagare, potendo ciascuno di noi scrivere un libro sui propri anni alle superiori, oggi mi limito alla musica, che aveva in Antonio detto Marco il mio mentore, colui che mi teneva aggiornato, anticipando le tendenze, con una sensibilità direttamente proporzionale al metro novanta e passa che lo distingueva dal resto del gruppo. Il citato Prince, ad esempio, me lo fece scoprire lui, così come altri suoi artisti preferiti, da Paul Young ai Prefab Sproud.
Non ero un ragazzo da discoteca (quella arrivò, di striscio, ma più tardi, che i vent'anni li avevo superati da un pezzo), preferivo e frequentavo l'oratorio, però di musica ne ascoltavo un sacco, anche in tv. Erano i tempi di Deejay Television, con Claudio Cecchetto ma anche Jovanotti, Sandy Marton, Tracy Spencer, Kay Rush, , Fiorello, Linus, Albertino, Amadeus, Gerry Scotti e persino Leonardo Pieraccioni. Qualcuno di loro - penso appunto a Pieraccioni, Fiorello, Gerry Scotti, ma soprattutto Linus - è tra i personaggi che più piacciono a Giacomo, che con i suoi diciassette anni non si perde una puntata che sia una di Deejay chiama Italia, e di ciò lo ringrazio: mi fa sentire meno vecchio.
Concludo con un pensiero che mi consola sul destino del mondo. Allora sembrava che la musica contemporanea (quella degli anni Ottanta) fosse un obbrobrio, poverissima rispetto allo splendore degli anni Sessanta e anche dei Settanta, con i Beatles, i Rolling Stones, Elvis Presley e tutto il resto. Invece ora i vari Terence Trent D'Arby, Guns N' Roses, Kim Wilde, Nick Kamen, Samantha Fox, Wendy and Lisa, Sheila B, Afrika Bambaataa, Run DMC e Public Enemy, Debbie Gibson, Bon Jovi, Mandy Smith, Bryan Ferry, Boy George, George Michael, Duran Duran, Spandau Ballet sono rivalutati e si tende a sputare nel piatto, anzi, sugli Mp3 dei cantanti attuali, che sicuramente saranno osannati dai critici tra qualche decennio. Così va il mondo: basta aspettare e non agitarsi troppo. Buon ascolto.
P.S. Poi ci sono ancora in giro i Rolling Stones, con Mike Jagger che per due ore canta, incanta e corre come un centometrista sul palco, ma questo è un altro discorso...

lunedì 23 giugno 2014

Tanta felicità

Foto by Leonora
Prima di cambiare gli altri devo cambiare io. Più semplice a dirsi che a farsi, pur avendo chiaro ciò che non devo perdere, il nocciolo essenziale che mi distingue nel mondo, quel miscuglio che rende unico e speciale ciascuno, me compreso.
Il resto è lampada di Diogene che avanza nel buio, barba di Socrate che si accarezza di fronte al dubbio.
Per gestire l'ignoto traccio linee d'orizzonte, pianifico, studio, cerco di definire una meta, così da rendere più sicuro e spedito il cammino. In più do una mano come posso, mettendo a disposizione le competenze di trent'anni di onorato servizio, sperando di essere utile e venendo ripagato in modo sorprendente, ogni giorno.
La scorsa settimana, ad esempio, ho conosciuto Baldovino. Conosciuto è una parola grossa: diciamo che l'ho sfiorato, scambiando con lui un paio di mail e risalendo alla sua storia usando vecchie fotografie come briciole di Pollicino.
Baldovino di cognome fa Midali, abita a Branzi, di mestiere è panettiere e per passione fotografo, di quella specie paziente che sa rimanere immobile per ore, al gelo o al caldo, con la pioggia o il sole a picco, per immortalare il muso di un furetto o l'apertura d'ali maestosa di un falco. In pratica, quanto di più lontano c'è dal sottoscritto, che perde la pazienza pure ad aspettare un secondo l'ascensore o mentre il digitale terrestre passa da un canale all'altro.
Baldovino è il testimonial che abbiamo scelto per lanciare Storylab, il "progetto di raccolta di fotografie per raccontare la storia dei luoghi, le loro trasformazioni, le tradizioni, le vicende pubbliche e private, per ricordare da dove veniamo e non dimenticare ciò che siamo stati". L'idea è di spiegare questo strumento non a parole, ma con l'esempio, raccontando la storia di una persona attraverso le vecchie fotografie che ha in casa, da quella della prima comunione ai nonni messi in posa durante il fascismo, dalle cartoline d'epoca del paese dov'è nato agli amici con cui negli anni Settanta aveva messo in piedi un complessino, che non erano i Beatles né i Rolling Stones, con però uno spirito identico.
Baldovino "con le braghe alla sciatora"
Lascio perdere i dettagli, che verranno pubblicati in questi giorni sull'Eco di Bergamo e a breve saranno consultabili da chiunque, sul sito, concentrandomi su un pensiero che Baldovino ci ha scritto. Questo: "La mia prima giacca a vento azzurra me l'hanno comperata a quattordici anni, ma ero fortunato perché le braghe alla sciatora le avevo già, le mettevo anche quando andavo a scuola perché l'indumento piu bello faceva parte di quanto ci donavano le persone piu benestanti di noi. Peccato non avere gli sci, quelli non sono mai arrivati. Allora mi viene un dubbio, ma forse mi é sfuggito qualcosa! Una cosa però vedo in questa foto dell'aprile 1970: tanta felicità".

Già. Tanta felicità. E' la stessa che ricordo io, sfogliando l'album di famiglia, vedendo le immagini in bianco e nero o a colori sbiatidi di quel tempo in cui si conviveva con il poco, ma quel poco ce lo gustavamo tutto e non era una sciugura, un freno, bensì uno sprone a fare meglio, e anche ad addormentarsi la sera con un progetto, un sogno, un obiettivo. Vorrei che per i miei figli fosse lo stesso, anche se hanno di più rispetto al bambino che sono stato e quasi tutto in confronto ai loro nonni, agli zii, cresciuti nel gramo. Ma ad essere onesto vorrei che tornasse a valere pure per me, che troppo spesso confondo ciò che ho e che non voglio perdere con quello che conta davvero.

domenica 15 giugno 2014

Mani avanti e due post scriptum

Foto by Leonora
"Come va?". Me lo chiedono in molti, con la premura di coloro che si preoccupano, che hanno a cuore il mio bene e non si fidano delle apparenze, vogliono scavare a fondo, per accorgersi che ciò che appare sia anche vero.
"A volte quando ti leggo ho il dubbio che tu voglia comunicare al mondo VA TUTTO BENE perché poi questo si rifletta su di te" mi scrive Lara, che pur da distanze siderali coglie spesso il bersaglio. Può darsi. Ma tutto bene va davvero. Sono stato catapultato dagli eventi in una dimensione completamente nuova, con il vantaggio di un paracadute ampio ma comunque il vuoto sotto i piedi e anche sopra, come quei pulcini d'aquila o di corvo che la madre spinge con il becco giù dal nido, sapendo che l'unica possibilità per sopravvivere è quella di volare, solo che il balzo all'inizio fa spavento e mancare il fiato. Il salto di cui scrivo non è il lavoro mio, alla Sesaab, bensì il futuro dell'informazione, la capacità di autotrasformazione di un mondo che deve adattarsi per non rischiare l'estinzione nel volgere di qualche anno.
Premesso ciò, quando dico che va tutto bene non esagero. Il gruppo di persone con cui lavoro è splendido, rivedo in loro ciò che ero e che in definitiva sono: persone che si appassionano a quello che fanno, non distinguendo la vita dal lavoro, in modo che la prima sia piena e il secondo niente affatto pesante, monotono. Ciò che apprezzo di più è il clima, molto "smart", assai professionale, senza disdegnare l'aspetto gogliardico. Ed io, che in questo senso sono impagliato come un gufo, rischio di sbatterci il muso.
Ad esempio, è consuetudine in ufficio non lasciare mai il pc in uso quando lo si abbandona, anche soltanto per qualche secondo. Se lo si fa, se non lo si blocca con ctrl+alt+canc, il rischio concreto è che qualcuno acceda alla tua pagina Facebook e posti una frase sconcia oppure che combini uno scherzo, com'è capitato a Silvia, che si è ritrovata incinta senza saperlo, con tanto di test di gravidanza annesso. Divertente, penserete voi, ma provate a spiegarlo al fidanzato di Silvia o anche a lei, che a distanza di settimane (ne sono testimone!) viene tuttora avvicinata da conoscenti che le dicono con trasporto: "Silvia! Ma complimenti!!!".
P.S. Scrivo tutto ciò a futura memoria, perché evitarlo sarà imposssibile, lo so, e allora tanto vale mettere le mani avanti, tentando di attutirne le conseguenze in qualche modo. Non essendo io sveglio quanto loro, cerco di adattarmi come posso. Quando capiterà infatti potrò inserire tra i commenti questo post, rendendo credibile ciò che credibile non lo sembrerebbe affatto.
P.P.S. "Ma come? Non c'è proprio rispetto" penserà qualcuno. Invece c'è. Proprio perché ho qualche anno in più di loro e vengo da un incarico di generale col pennacchio, mi sono stati concessi tre giorni di tempo per allenarmi a bloccare il computer. "Ultimo avvertimento" c'era scritto su un post-it appiccicato al monitor, ieri l'altro, mentre mi ero allontanato per un amen, il tempo di fare otto metri, prendere un foglio dalla stampante e tornare indietro. Lì ho capito che non ce l'avrei mai fatta, che la sciabola si sarebbe abbattuta inesorabile, prima o dopo. Così ho pensato a questo post, che non mi mette al riparo ma spero sia un salvacondotto.