martedì 8 novembre 2011

Il buono di un uomo

L'avevo promesso e l'ho fatto: tiro il fiato, respiro piano, scrivo meno. Leggo. E osservo, mi guardo attorno, metto in moto i due neuroni del cervello mentre sono in auto, fermo al semaforo, e quando mi sveglio la notte, verso le cinque. Capita più raramente di un mese fa, ma non di rado. Non prendo rabbia, mi godo anche quel tempo, senza svegliare nessuno, al massimo mettendo la testa sotto il cuscino e fantasticando, tirando rette e tracciando curve che dovrebbero cambiare il destino del mondo e che si accartocciano nello spazio tra testata del letto e lenzuolo. Nel lavoro mi alleno a non accentrare ("Il delega" mi ha chiamato oggi Ferrari), a casa sono più sereno e per il resto sono attento a tenere i contatti con gli amici, sia quelli che vedo in carne ed ossa, sia quelli con cui il rapporto è un messaggio nella bottiglia, affidato alla corrente e al vento (amici "virtuali" non mi piace, poiché non esiste persona che incroci la mia strada e con cui non abbia un legame concreto). Adoro l'autunno, i colori che lo accompagnano e persino la pioggia di questi giorni smunti, in cui anche a mezzogiorno sembra tramonto. Tra due giorni compio gli anni e non mi fa né caldo né freddo. Sono nel "buono di un uomo" - come si dice da queste parti, solitamente in dialetto - ed è già un gran regalo.
Foto by Leonora

domenica 6 novembre 2011

Lacrime e fiamme (Steve Jobs di Walter Isaacson)

E' qui che mi guarda, con pupille penetranti e gli occhiali tondi, barba pepe e sale ben curata e lupetto nero. Steve J. mi guarda, dalla copertina del libro di Walter Isaacson, che ho comprato pur essendo generalmente ostile ai libri che comprano tutti: li compro anch'io, ma due o tre anni dopo.
Stavolta non ho resistito. Non ho ceduto all'istant book del Corriere, né ad altre pubblicazioni che d'un tratto hanno occupato gli scaffali migliori, ma quando sono entrato nel negozio di piazza San Fedele, una settimana fa, lui, Steve J., mi guardava, con quello sguardo intenso che diceva: "Sono qui per te, proprio per te". L'ho comprato. Perché il genio m'ha sempre affascinato e pur essendo io all'esatto polo opposto, quello della mediocrità, proprio come lui mi sono sempre sentito speciale, fortunato, un predestinato. Per fare che? Non lo so. Non si può avere sempre tutto.
Premesso questo, sono rimasto colpito da due cose. Una scontata ed è la capacità degli americani di scrivere biografie che non siano celebrazioni di questo o quel personaggio, ma cerchino di raccontarne la complessità, lato oscuro incluso. L'altra ne è una diretta conseguenza ed è la differenza tra il Jobs maturo, pubblico, patinato, che hanno conosciuto milioni di persone nel mondo, e quello controverso, fragile, a tratti inquietante, che traspare dal libro.
E' proprio vero ciò che ho notato quest'estate e che ho già messo d'appunto qui, cioè che impressionante è la differenza tra un prato visto da lontano, dall'alto e guardato appoggiandoci il naso.
Il genio è un tizzone ardente, che brucia dentro e, se non si sta attenti, tutt'attorno. Ciò non toglie un'oncia alla grandezza dell'uomo, ma lo fa scendere dal gradino più alto, impedendogli di tradire se stesso, sentendosi un dio.
La cosa che mi ha colpito di più? A parte che non era leale (ma questo credo sia nel dna di qualsiasi imprenditore di successo, fa parte del principio darwiniano che sopravvive il più forte o, nel caso specifico, il più furbo) e che per anni e anni ha camminato scalzo, facendosi il bagno di tanto in tanto, mai comunque più di una volta alla settimana, credo di esser rimasto impressionato dal numero di volte in cui ha pianto. Per rabbia, frustrazione, delusione, quasi mai per compassione, così almeno appare dal libro. Per questo si è dedicato alla cultura zen, per trovare equilibrio, per incanalare le fiamme e impedire che lo divorassero.

Foto by Leonora

sabato 5 novembre 2011

Godersi la vita

Sul giornale di domani scriverò di Francesca, che il 17 maggio ha lasciato armi e bagagli (beh, certo le armi, per quanto riguarda i bagagli non la conosco abbastanza bene per sapere s'è frugale oppure - come quasi tutte le donne che conosco - riesce a mettere in valigia quanto io non sarei capace di far stare in un armadio a sei ante) per andarsene a Londra.
Sono sempre stato affascinato dalle persone che partono per l'estero, come Riccardo - domani, nel "Sette giorni", parlo anche di lui - che è appena partito per l'Australia. Un'ammirazione che ha origine forse nel fatto che quel coraggio è mancato a me e che ora un poco lo rimpiango, anche se ad essere onesti non molte sono state le occasioni per andarmene e avevo sempre qualche motivo per non spostarmi da casa.
Tommy, con cui ho chiacchierato l'altra sera, va avanti e indietro da Formentera e mi è piaciuta una cosa che mi ha detto, cioè che in Spagna, a Madrid, ma anche Barcellona e altre città della penisola iberica (come mi piace scrivere: "penisola iberica", voi non ne avete idea) la crisi ha cambiato i costumi. "I ragazzi, ma anche gli adulti, non spendono più soldi in vestiti. Preferiscono mettersi un paio di jeans e una camicia e non risparmiare invece quando escono a mangiare, la sera, o a bere, con gli amici, nei locali, in compagnia".
Una constatazione di parte, d'accordo, non una ricerca scientifica, ma a me è piaciuta perché l'ho sentita vera, perché come stanno le cose ora anch'io farei lo stesso, metterei in cima alle mie priorità non un bene materiale, semmai un'emozione, il piacere di vivere un momento unico.
Se ci pensate, è l'esatto contrario di quanto hanno fatto i nostri genitori e la loro generazione, per una vita. Con questo non voglio dire che li biasimo, tutt'altro. Per me restano un modello di temperanza, di buon senso, di capacità di affrontare nel migliore dei modi l'esistenza, senza sprechi e gustandosi appieno ciò che avevano e che si sono ritagliati con sacrificio, gustandoselo ancora di più, proprio per quello, perchè era costato fatica.
La loro lezione resta valida ma credo sia necessario adeguarla, renderla attuale, aggiornarla al tempo che viviamo e alle scoperte che loro stessi hanno fatto quando era troppo tardi. Mi scuserete se mi rifaccio sempre alle persone che conosco, che ho avuto accanto, come la zia Angelina. Era del 1912 ed è morta sulla soglia dei novant'anni, di cui gli ultimi passati tra molti dolori, in carrozzina, lucida di testa ma con le giunture che cigolavano e i tendini rattrappiti, non per caso, dopo decenni di lavoro duro, spesso a lavar panni con olio di gomito, sapone di Marsiglia e acqua gelida. Lasciò a noi nipoti anche una piccola somma. Nulla di che, ma messo via poco alla volta, risparmiando anche sul cibo, perché era fatta così: era cresciuta nella miseria e non conosceva altra via che la continenza.
"Giorgio - mi ripeteva negli ultimi mesi, guardandomi con quegli occhi furbi e insieme taglienti, di chi sa di dire parole di scandalo per chi non capisce nulla della vita - Giùrgin, per anni sono andata la domenica in piazza Cavour, io e il zio Carletto (suo marito, il zio Carletto, alla lombarda, e non lo zio), e bevevamo al Drago Verde, alla fontanella, per non spendere i dieci centesimi della gazosa (gazosa, la chiamiava lei e anche noi, in famiglia, gazosa e non gassosa, ch'è roba di lusso, all'italiana)".
"E adesso - riprendeva tono e vigore da ragazzina, protaendo in avanti il busto e mulinando un indice adunco per l'artrite di cui dicevo prima - adesso potrei berne cento di gazose ma sono così conciata che non posso neanche uscire di casa. Ricordati allora, ricordati della tua zia Angelina. Non sciupare i soldi, ma goditi la vita".
Una lezione che non scordo e che resta una bussola. La bussola della zia Angelina.

Foto by Leonora

venerdì 4 novembre 2011

Verrà un giorno

Verrà un giorno in cui rimpiangeremo le nostre certezze, il tifo da stadio, il "o di qua o di là'', "con me o contro di me".
Verrà un giorno che la scelta non sarà più esclusiva, tra il nemico da attaccare o il dio da difendere.
Verrà un giorno in cui leggeremo il giornale e non potremo più dire "tanto è un pirla" oppure "tanto è la stampa che ce l'ha con lui e lo dipinge come un pirla".
Verrà un giorno in cui dovremo tornare a riflettere, a pensare, a schierarci non in base a un dogma, una casacca, bensì su fatti concreti, su idee differenti per sottili distinguo.
Verrà un giorno in cui gli amici di oggi saranno dall'altra parte della barricata e i nemici attuali insieme con noi, sul nostro carro, fianco a fianco.
Verrà un giorno in cui non potremo ragionare a pacchetto completo, prendere o lasciare, ma ci sarà ogni volta da scegliere, argomentare, discutere, prendere pesci in faccia e ingoiare rospi da persone che stimiamo, che abbiamo sempre considerato sensate, alla mano.
Sì, verrà un giorno in cui crolleranno le nostre certezze e rimpiangeremo il tempo in cui tutto era più semplice, perché bastava stare con o contro Berlusconi.
Allora ci scopriremo nudi e tutto sarà dannatamente più complicato.
Non vedo l'ora che arrivi, quel giorno.


Foto by Leonora

giovedì 3 novembre 2011

Mio padre e il default Italia

Mio padre - che se non avesse tolto il disturbo prima, dopo domani avrebbe compiuto settantaquattro anni - non ha mai comprato a rate nulla, se non un camion, il primo e l'unico intestato a lui, quando a quarant'anni decise che era ora di mettersi in proprio e mettere da parte qualche soldo, comprare un pezzo di terra, da buon valtellinese, che nel sangue ha il mal della pietra.
Fino ad allora era uno stimato dipendente, operaio specializzato ma semplice, senza ruoli di comando, "perché bisogna avere il carattere per comandare e io non ce l'ho" mi spiegò la volta che gli chiesi ragione del fatto che il vicino di casa era un caporeparto e lui aveva preferito restare al piano terra. Non era adatto per fare il capo ma sapeva farsi rispettare da tutti, non concedendo un eccesso di confidenza a nessuno. Aveva una dota particolare: sapeva cavare il meglio anche dai più timidi, da chi non gradisce essere incalzato e ha i suoi tempi e i suoi modi per affrontare la vita. Era un maestro del dialogo, perché sapeva ascoltare non soltanto con le orecchie, ma con il cuore, comprendendo anche ciò che l'altro non diceva.
Si pentì subito del passaggio dall'industria al commercio, però non è mai stato tipo da abbandonare a mezzo la partita. L'ho sempre visto alzarsi all'alba, la mattina, bere il suo caffélatte con dentro il pane della sera prima e stringere i denti, fare quello che non gli piaceva, ritagliandosi le sue soddisfazioni con gli amici o in quei momenti di tregua che si concede anche la gente di questo lembo di terra, capace di lavorare per ore senza fiatare, a testa bassa.
Ho preso la strada per la periferia ma ritorno al centro di ciò che volevo dire. Mio padre non ha comprato nulla a rate. Quando voleva qualcosa dava fondo ai risparmi accumulati con ostinazione e pagava in contanti, sull'unghia. "Non voglio debiti - diceva - perché mi piace dormire, la sera e anche quando la notte diventa mattina". Così facendo, secondo gli studiosi, non era uno di coloro che fanno girare l'economia, ma alla larga gli giravano pure i guai, non soltanto la finanza.
Se lo scrivo è perché penso a cosa avrebbe fatto se fosse ancora qui, se avesse sentito tutte le voci di default, di fallimento dei mercati, di crac dell'intero sistema Italia. Probabilmente niente. Sicuramente niente. Avrebbe scosso la testa, borbottato, magari bestemmiato a voce bassa, continuando ad alzarsi ogni mattina e lavorare sodo, sperando che nessuna cicala scialacquasse la sua scorta di formica.

Foto by Leonora

mercoledì 2 novembre 2011

La figlia di Alberoni e la tenerezza che addomestica il cane da guardia

La gentilezza, l'onestà, la trasparenza sono carte vincenti, anche su Internet. Soprattutto su Internet.
La pratica conferma la teoria e la riprova si ha nella vicenda delle critiche al post di Francesco Alberoni su Facebook. Merito della figlia dello scrittore, che ha fatto la cosa più semplice: ai commenti al vetriolo ha aggiunto il suo. Questo:

Francesca Alberoni papà puoi scrivere nelle note tutto quello che vuoi, anche i tuoi articoli e invitare la gente a leggere le tue note. se vuoi ti spiego meglio al telefono. ciao

Una frase pacata, tenera persino.
"Mi sembrava una figlia premurosa che vuole evitare dispiaceri al papà..." mi ha spiegato Andrea, che in ragione di questo ha tolto il suo commento caustico al post in questione. "Anche se eticamente non lo avrei mai fatto - ha aggiunto - ho usato un briciolino di cuore...".
Già, il cuore. E' strano come Alberoni ne abbia scritto infinite volte, ma a dimostrare di averlo sono state persone in carne e ossa, sua figlia, gli amici di Facebook... A dimostrazione di ciò che ho messo in premessa: la gentilezza, l'onestà, la trasparenza placano anche il più tenace e integerrimo cane da guardia e finiscono con il rivelarsi carte vincenti. Le uniche.

Foto by Leonora

Ferruccio de Bortoli e i giovani dinosauri

Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie e io no.

Una collega chiama un'altra collega e le chiede di seguire una questione approdata sui social network. "Non posso - le viene risposto - non sono su Facebook". Benissimo. Allora però cambia mestiere, mi verrebbe da risponderle.

Non sono un fanatico dei social network, ma chi si occupa di informazione, di comunicazione, non può non diventarne esperto. Non ci sono alternative. Se anche Ferruccio de Bortoli, uno che la d minuscola del nobile ce l'ha nel sangue, direttore del Corriere della Sera, si iscrive su Twitter e viene persino insultato quando non usa le corrette modalità di scrittura informatica, come può un collaboratore di un giornale di provincia fare lo snob, ignorare che c'è tutto un mondo attorno e non è solo quello che cantavano i Matia Bazar?

Io stesso, che a dispetto delle apparenze nella vita reale sono assai poco social, sono anni che trotto (vedi qui e qui per comprendere la genesi, l'inizio, il principio del tirannosauro che vuol diventare velociraptor). Non sono un nativo digitale e sbuffo, arranco, tentenno, ma non solo cerco di stare al passo dei tempi: se posso, le anticipo. Cerco di stare sulla cresta dell'onda, almeno, come i surfisti, che sanno di cascare se perdono anche per un istante il filo del cavallone.

E' la stampa digitale, bellezza.


Foto by Leonora