mercoledì 14 ottobre 2015

Che Dio ti protegga (Il mondo è loro)

Foto by Leonora
Nulla è più grande dell'amore di un genitore che lascia partire il figlio, superando l'egoismo di tenerlo tutto per sé, sapendo che la strada migliore è quella che ciascuno trova da solo.
In fila all'aeroporto, zaino sulle spalle e carta d'imbarco in mano, lui che guarda avanti e non indietro. Damiano è partito ieri e i suoi vent'anni li compirà a Betlemme, il 9 febbraio dell'anno venturo. Una scelta di vita, dopo il diploma al liceo: passerà alcuni mesi in un orfanotrofio in Palestina, lontano con il corpo dalla famiglia e dagli amici, vicino nello spirito.
Neanche a farlo apposta, proprio in coincidenza con il suo viaggio, in quella terra dove l'incontro tra umano e divino è carne e sangue fin dal principio, sono ripresi gli scontri, la violenza, gli attentati. Un bollettino di guerra che favorisce l'apprensione e fa trattenere il fiato, ogni volta che se ne parla, ogni volta che viene in mente che è là, ogni volta che vacillano le rassicurazioni che ci diamo ("Dopotutto se fosse stato davvero pericoloso non lo avrebbero fatto partire"... "Non è là da turista, ma in un posto con gente esperta, che non rischia nulla più di quanto potremmo fare noi, quando attraversiamo la strada o ci immettiamo in un incrocio"...).
La sera prima che partisse ho notato la tristezza profonda di Giacomo, che ne sentirà la mancanza, proprio come io sentivo quella degli amici che partivano, quando era obbligatorio passare lontano da casa un anno da soldato. Raffaele, il papà di Damiano, era uno di loro, scelse di andare a militare e si ritrovò a Fano. Lo raggiungemmo il giorno del giuramento e non scorderò mai la malinconia greve di quel pomeriggio senza sorrisi, il vento freddo, la desolazione del mare d'inverno.
Anche per questo guardando l'immagine di suo figlio Damiano
Damiano
non ho pensieri negativi: in quelle due partenze simili e diversissime insieme vedo la conferma che non era meglio quando si stava peggio e che il mondo va avanti e non indietro.
Buon viaggio allora Damiano. Altre parole non servono, rischierebbero soltanto di inquinare la purezza del tuo gesto. Aggiungo soltanto la frase che ha detto tuo padre, mentre ti osservava superare i controlli di sicurezza e dirigerti all'aereo: "Che Dio ti protegga".
Già. Che Dio protegga te e anche noi, che restiamo.
P.S. Ieri l'altro sono nate Aurora e Matilde, figlie gemelle di Claudia e Mauro. Inutile scrivere che sono bellissime, perché si dice così di tutti i neonati, non fosse altro che per cortesia, ma in questo caso bellissime lo sono davvero, come certi bimbi ritratti nelle foto di Anne Hegges. "Che Dio protegga" anche loro.
Aurora e Matilde

martedì 6 ottobre 2015

Il fiume degli anni (How deep is your love)

Foto by Leonora
La canzone è partita all'improvviso, mentre scorrevo distrattamente Facebook. "How deep is your love" dei Bee Gees. In un istante la stanza attorno è scomparsa e la penombra era quella della soffitta della casa di Michele, in seconda media, il gioco della bottiglia, il ballo con la scopa, le chiacchiere delle femmine in un angolo, noi maschi in quello opposto, il giradischi al centro, la colonna sonora della Febbre del sabato sera ed era sabato sì, ma pomeriggio.
Di quella prima festa ricordo lo stupore, la sorpresa: ingenuo già allora, ero stato invitato ma credevo si giocasse a calcio, non mi aspettavo quell'intimità languida, con la percezione netta che si aprisse all'improvviso un mondo. Ballai "How deep is your love" e altri lenti con una mezza dozzina di compagne, tenni la scopa per un tempo che mi parve congruo, poi ci riunimmo in cerchio, toccò il mio turno di fare girare su se stessa la bottiglia che si fermò puntando Rossella e la baciai in modo casto, sfiorandole le labbra appena, ma con un'emozione che dura tuttora, se ci penso.
La seconda media è passata e la terza, università, liceo, amici, ragazze, posti di lavoro... 
Sono trascorse le stagioni, come pietre che rotolano, e credo restino vere per me e per l'intera mia generazione le parole che l'altro giorno ho scritto a Cristina, in occasione del suo compleanno: "Gli anni hanno aggiunto molto senza togliere nulla di buono e so cosa significa il tempo che passa, come un fiume, tracciando solchi e anse ben più profondi dei segni sul viso, ma al tempo stesso, proprio come un fiume, rendendo fecondo e vivo tutto attorno".

sabato 3 ottobre 2015

L'amico rovesciato (Bussare alla porta)

Foto by Leonora
Ci sono persone che ti stanno accanto, a costo di cambiare l'arco della loro vita, ed altre che non si spostano di un millimetro, che devi andarle a cercare, perché non bussano alla tua porta neppure se gli sta cadendo un meteorite sulla testa.
Per anni ho rischiato di restare schiacciato dal senso di colpa, immaginando di dover esser io a muovermi verso l'altro, a capire o intuire o sentire che qualcosa non andava e farmi vivo, tendere la mano, aiutare in qualche modo chi mi considerava amico e aveva il diritto di pretendere la mia vicinanza. Lo specchio riflesso di questa esigenza era che anche io mi sentivo in diritto di restare immobile quando qualcosa si inceppava, aspettando che l'altro suonasse al mio campanello e dimostrasse così la sua amicizia. Spesso, quasi sempre, era un'attesa vana.
Così, sbattendo il muso, ho capito che la maniera di intendere l'amicizia andava rovesciata e che amico è sì chi accorre, ma soprattutto colui che lascia sempre socchiusa la porta. Sei tu però che devi andare a picchiarci le nocche sopra, senza permalosità o orgoglio di sorta, sapendo che l'amicizia si distingue dalla semplice conoscenza proprio per questo, dalla capacità di riconoscere e accettare il senso del limite altrui, il difetto, la debolezza.
P.S. Come tutti coloro che hanno facilità a immedesimarsi nell'altro, che hanno una spiccata empatia, anch'io devo aver elaborato, consciamente o inconsciamente che sia, delle strategie di sopravvivenza. Costruirsi una corazza, ad esempio (il che mi fa sentire spesso cinico, ma senza la quale sarei in lacrime o nel panico sette giorni su sette la settimana). Oppure vivere momenti di grande intensità con alcune persone, ma poi staccare per qualche tempo la spina, perché è impossibile percorrere due dimensioni contemporaneamente, almeno per me, per cui o rinuncio alla profondità o faccio a meno della lunga distanza. Il tutto per dire a chi si ritiene mio amico di non offendersi se sembro esserci poco o a intermittenza: se però "urlerai il mio nome", come nella canzone di James Taylor, io "arriverò e subito busserò alla tua porta".

domenica 27 settembre 2015

Ascoltare senza orecchie (L'interpretazione ardua dell'adolescenza)

Foto by Leonora
Non si ascolta soltanto con le orecchie e non ero preparato per fare il genitore di figli adolescenti: questa è la premessa e anche la morale dell'intera faccenda.
Nel mezzo ci sono tutte le attenzioni che metto per entrare in sintonia con Giacomo e Giorgia, insieme con tutti i ricordi di ciò che erano una volta mentre adesso sono diventate persone fatte e finite, con una precisa impronta, distinta dalla mia.
Non si ascolta soltanto con le orecchie perché di parole da loro riesci a cavarne poco o nulla e se chiedi direttamente ottieni tutta una serie di smorfie in scala graduata (l'indifferenza, l'insofferenza, la strafottenza...). Il segreto sta nel capovolgere la scena e nel simulare a mia volta indifferenza, disinteresse, quasi distanza, e poi armarsi della pazienza del pescatore di marlin, con salda in pugno la sua canna da pesca: si getta qualche esca, si accetta che per delle mezz'ore o addirittura giorni non abbocchi nulla e se ti va bene, quando ormai hai perso la speranza, li senti aprire bocca e formulare frasi compiute e dotate di senso oppure allusioni velate che vanno passate poi al crittografo per essere decifrate e interpretate alla bell'e meglio, come capita.
La maggior parte delle volte però, pur con tutti gli accorgimenti di prudenza, l'approccio diretto naufraga ed è lì che si impara ad ascoltare senza usare le orecchie.
Principalmente si osserva. Gli occhi, a saperli usare, ascoltano a meraviglia. Io mi scopro talvolta un novello ispettore Clouseau, mentre sbircio di sottecchi Giacomo o Giorgia. Ne studio i movimenti, le espressioni del viso, le smorfie, i comportamenti, cerco di capire se sono sereni oppure hanno una pena, se vivono spensierati come la loro età meriterebbe oppure se condividono una cruccio, una preoccupazione, una spina. Talvolta ci azzecco, altre distorco la realtà, minimizzandola o ingigantendola.
Il fatto è che non ci si accontenta di averli messi al mondo e di fargli sapere che potranno sempre contare sulla nostra presenza: vorremmo anche far loro da balia. A due, tre, anche dieci anni è tollerabile, dopo diventa stucchevole. Ecco perché ho scritto che non ero pronto per diventare un genitore di adolescenti. Ci allevano fin da piccoli all'idea che avremo figli, che gli daremo il biberon, cambieremo i pannolini, li accompagneremo alle partite di calcio e a scuola, ma omettono che da un certo punto in poi dovremo imparare ad ascoltarli senza usare le orecchie e lasciarli vivere, in parallelo ma indipendente dalla nostra, la loro vita.
P.S. Per fortuna c'è Giovanni, con i suoi dodici anni e i suoi riflessi lineari, che quando ci rimane male per una cosa piange, ma se gli tendi la mano è pronto a prendertela e si fa abbracciare, ti stringe anche lui e un minuto dopo ride, chiedendoti al massimo il fazzoletto per asciugarsi una lacrima e non c'è nulla da interpretare. Per ora.

giovedì 3 settembre 2015

La luce nel tunnel (Saving Mr. Fish)

Foto by Leonora
"Se qualcuno dovesse leggere la mia storia e dire: ''Esiste una persona che ha avuto gli stessi problemi con i quali io mi sto confrontando in questo momento e li ha superati'', allora mi sentirei bene".
Ho trovato queste parole nel racconto di una storia vera, una storia di questi giorni, una storia "di passione e di tenacia", una storia incrociata per caso ma che ha toccato una corda tesa. L'ha scritta Tommaso, si intitola: "Il cuore troppo grande di Mister Fish" e potete leggerla cliccando qui. Prende spunto dalla vicenda umana e sportiva di chi ha rischiato di perdere tutto per colpa degli attacchi di panico, dell'ansia, dell'angoscia... Stati d'animo che per alcuni sono sillabe nero su bianco senza corpo né anima, per altri un vago sentito dire, per altri ancora una mano stretta alla bocca dello stomaco, uno zaino zeppo di sassi da portare notte e giorno sulle spalle, un buio che spegne la luce e disorienta, spiazza.
Conosco per interposta persona il disagio di chi convive, poco o tanto che sia, con il male subdolo del falso allarme che può diventare pietra nel petto e persino una malattia.
So che si tratta di una cosa seria, che non va presa alla leggera, che è importante farsi aiutare da qualcuno. So tutto questo, ma anche che se non si cede prima o poi passa. Com'è capitato a mister Fish e al suo cuore abbastanza grande da battere la paura e sentirsi bene, regalando speranza.

domenica 30 agosto 2015

Il mezzo vuoto (grazie ai miei limiti)

Foto by Leonora
Leggere ho sempre letto, dai sei anni in su almeno. Questa estate di più. Romanzi, gialli, saggi, di tutto. Ringrazio in particolare Manuel Vasquez Montalban, George Simenon, Paolo Giordano, Francesco Piccolo, Mauro Magatti, Carlo Bordoni e Zygmunt Bauman per avermi tenuto compagnia, sugli scogli, in spiaggia, a bordo piscina, sul divano di casa, a letto, sia di notte sia di giorno, mattino sera e pomeriggio. Sono stati compagni poco chiassosi, generosi e discreti: non potevo pretendere di meglio.
Dico a loro grazie, così come sono grato ai molti difetti e alle mancanze che ho e che avevo.
Alla timidezza che mi faceva diventare rosso peperone e paralizzava le giunture, quando ero bambino, ad esempio. E' grazie a quel guscio che ho imparato allora a costruirmi e agli sforzi per superare i miei limiti che sono diventato un uomo e ogni volta che compaio in tv o che parlo in pubblico ricordo la prima volta in cui presi la parola, attorno al tavolo di legno scuro, massiccio e intagliato della sala da pranzo della casa parrocchiale: eravamo una dozzina di ragazzi e ragazzi, avrò avuto sì e no quindici anni e decisi di dire ciò che pensavo a proposito di un libro che avevamo appena letto ("Il deserto in città", di Carlo Carretto). Deglutii un paio di volte e poi, come in un tuffo, pronunciai le prime quattro parole, udendo una voce che non sentivo neppure mia, tanto mi pareva giungere da lontano. Parlai un minuto scarso, esprimendo un concetto banale, finendo metà sollevato per il coraggio che avevo dimostrato e metà in imbarazzo per le risatine di commento che avevo suscitato in Cristina e Manuela, che mi sedevano accanto.
Sono grato a quella timidezza che mi ha forgiato, ma anche all'intelligenza limitata nel comprendere i ragionamenti complessi e alle lacune nelle materie scientifiche, specie in matematica. E' anche per questo, credo, che quando ho di fronte qualcuno non lo guardo mai dall'alto in basso e mi sforzo sempre di capirlo, convinto come sono che se tra uno dei due c'è uno stupido quello sono io.
Parimenti sono grato alle risorse economiche limitate e alle origini umili della mia famiglia, che senza flettersi in complessi di inferiorità hanno piantato in me il seme buono del desiderio. Lo stesso desiderio e stupore nei confronti dell'universo femminile conseguente alla scarsità di informazioni con cui è convissuta la mia generazione e tutte quelle antecedenti alla marea montante di internet e del suo universo mondo.
Questo per dire che esiste in ogni bicchiere il mezzo pieno e pensandoci bene pure il mezzo vuoto è utile e dà qualcosa in cambio, se lo si sa apprezzare per quello che è invece di limitarci alla delusione e al lamento.
Me ne dovrò ricordare domani, quando aprirò gli occhi e avrò di fronte mesi di lavoro e alle spalle le vacanze, il mare, le giornate con gli amici, le lunghe serate sul terrazzo.

venerdì 14 agosto 2015

Il gesto dell'ombrello (oltre la siepe del nostro giardino)

Foto by Leonora
Prologo: stamattina, nel mio paese. Il corteo del funerale avanza composto, nonostante la pioggia abbia colto tutti d'improvviso. Quando il temporale diventa uno scroscio mi fermo sotto il tettuccio di un cancello. Due, tre, quattro minuti. Nell'abitazione di rimpetto una signora esce con l'auto e Isabella, che è accanto a me insieme con Adriano, l'ex edicolante, domanda alla donna se può prestarci un ombrello. "Non posso, sto uscendo!" è la risposta. "Vedo, ma al massimo quando è finito il funerale glielo lasciamo sul cancello" ribatte Isabella, che oltre a faccia tosta ha tosto pure altro. "No, no, poi lì me lo rubano" conclude la signora, mettendo in moto e andandosene senza degnarci di uno sguardo.
Dalla casa di fronte si affaccia un'altra vicina. Isabella ci pensa un istante e poi ritenta: "Scusi, stavamo andando al funerale e si è messo a piovere a dirotto. Non è che ci presta un ombrello?". Negli occhi della donna di mezz'età il vuoto. Silenzio. Capisco che ci sta pensando, che il suo cervello sta macchinando per capire cosa fare, finché se ne esce con questa frase: "Chi siete?".
Come chi siamo? Mi pare una domanda fuori luogo, ma resto muto, continuando a sentirmi a disagio, fingendo da un lato di essere lì spettatore per caso e dall'altro sperando che Isabella la faccia finita, che si qualifichi, che spieghi chiaramente chi siamo, che certamente ci conoscono, magari dovrebbero solo guardare meglio, riconoscendo Isabella e me o almeno l'ex edicolante cartolaio, coronando con un lieto fine questo momento di imbarazzo. Invece no. Isabella non dice chi siamo, cioè si limita a dire l'indispensabile, come in definitiva è giusto: "Siamo persone che stavano andando al funerale" ripete, sorridendo. Con eguale sorriso ci risponde pure la signora affacciata alla finestra, cortese nei modi e inflessibile nel rimarcare il suo recinto: "Guardate, mi spiace, non posso proprio aiutarvi, noi di ombrelli non ne abbiamo, quando piove noi usiamo soltanto giubbini. Ma la chiesa è vicina, sapete, cinque minuti e ci siete e poi tra un po' vedrete che smette". 
Per smettere ha smesso. Dieci minuti dopo. Quando ormai ci eravamo decisi a lasciare il rifugio improvvisato e come tutti gli altri siamo arrivati in chiesa zuppi, prendendola alla fine per quello che era, una benedizione del cielo e allo stesso tempo una lezione, su ciò che eravamo un tempo e su ciò che siamo diventati o che rischiamo di diventare se chiudiamo porte e finestre, se restiamo nei nostri cancelli, chi si è visto si è visto, considerando l'altro, chiunque altro, un estraneo.
Lo scrivo per me stesso, che a differenza di Isabella, cresciuta in una corte e abituata a condividere, sono figlio anch'io della generazione cresciuta al riparo del proprio giardino, con al di qua della recinzione tutto in ordine e a posto mentre fuori "non è affar mio". Cioè, lo è, ma devo pensarci un attimo, risposta non data con il cuore, ma con il cervello. E mentre il cuore non domanda se chi si ha di fronte ha un nome, una storia, un volto (proprio come monseigneur Bienvenù Myriel nei Miserabili), il cervello per ogni azione- reazione pretende uno studio, un calcolo, possibilmente un tornaconto.
Cambiare senso di marcia, tornare ad essere ciò che eravamo, ciò che erano i nostri padri almeno, generalmente cresciuti con il gramo ma proprio per questo disposti a condividere il poco che avevano, al giorno d'oggi deve diventare un obbligo, non un vezzo: soltanto tornando ad essere una "comunità", infatti, potremo fare fronte al terremoto di cambiamenti globali che avvengono attorno.  
Me lo appunto qua, anche se per ricordarmelo non occorrerà rileggere questo post. Basteranno quattro gocce di pioggia battente e un ombrello.