sabato 19 settembre 2026

Affinità elettive (Eravamo uno)

Nella Qabbalah, la tradizione mistica dell'ebraismo, credo sia collegata all'immagine simbolica della frantumazione dei vasi, ma sono vari i retaggi atavici che raccontano la molteplicità come sviluppo di un'iniziale unità.
Io così in alto non so andare, tuttavia è una teoria che mi affascina e risponde a sensazioni precise, specialmente quando mi trovo in sintonia con qualcuno.
Quando ero bimbo e dovevo andare a letto presto capitava di frequente non avessi sonno, così mi concentravo su un pensiero, un problema immaginifico oppure un tema che soltanto da adulto ho scoperto esser filosofico. Uno dei più ricorrenti riguardava la reincarnazione, con l'insormontabile scoglio razionale del numero di abitanti del mondo. "Se è in continuo aumento - mi dicevo - non è possibile che si tratti di anime che rinascono, altrimenti la cifra sarebbe una costante". Poi quel nodo l'ho sciolto, considerando che al pari delle gemme di un albero, anche gli umani potrebbero essere polloni che incessantemente raddoppiano, triplicano, centuplicano. Ed è per questo che a volte guardo intenso negli occhi chi ho di fronte, cercando di scovare nella luce delle pupille una scintilla che riveli il me che ero e avvertire un'affinità per lui o lei, nel profondo.

P.S. Nell'infanzia avevo una fantasia fervida, a cui davo spago nelle molte ore di vuoto, specialmente tra veglia e sonno. Oltre l'origine dell'anima avevo altre bizzarre elucubrazioni. Una, ad esempio, era progettare una divisa militare perfettamente dotata di tutto. Un'altra ancora riguardava l'arredamento del bagno di casa per trasformarlo in una navicella spaziale o in un sottomarino o comunque in uno spazio vitale che garantisse sopravvivenza a lungo, nell'evenienza di una catastrofe nucleare ad esempio. Ipotesi che allora prendevo molto sul serio, mentre visti ora, da qua, ispirano tenerezza e insieme la sensazione inesorabile dello scorrere del tempo.

sabato 12 settembre 2026

Il grande occhio (Contro il controllo)

Guardo la giovane mamma che mi è accanto e il cui figlio ha cominciato da poco la prima media, senza il cellulare, ma con «un orologino con cui telefona» e grazie al quale «posso sempre sapere dov’è».
Il mio grande nemico! Come Voldemort per Harry Potter, Thanos per gli Avengers, Moriarty per Sherlock Holmes: il geolocalizzatore…
Io non voglio sapere dov’è nessuno e men che meno lasciare traccia di me. La considero una barriera insormontabile, il confine tra bene e male, la linea di demarcazione tra normalità e paranoia.
Un mio problema, certo, che con quattro o cinque sedute di psicoterapia potrei risolvere. Peccato non voglia. Mi sta bene così, considero una forma di resistenza umana l’accettazione del rischio, dell’incertezza, combattendo il desiderio di essere rassicurati, il bisogno mentale e fisico di avere tutto sotto controllo. Ciò che fino a qualche anno fa era l’ineluttabile condizione della vita stessa, insicura per natura, ora è diventata peso insostenibile, nemico da combattere, scoglio da superare. Con il supporto della tecnica, che lancia il sasso della risposta pratica (cellulari che tracciano, dispositivi che condividono la posizione, la possibilità di raggiungere audio e video chiunque e ovunque) nascondendo la mano del senso, del significato profondo di tale esigenza.
«Dai però, fa la prima media, è piccolo, esce di casa in bicicletta, così so dove va» aggiunge sorridendo e guardandomi con due occhioni innocenti, la mamma, confermando ciò che già sapevo: il bisogno è nostro, non dei nostri figli. Il controllo non diminuisce il rischio, semmai è risposta nitida alla nostra ansia, la quale però è bestia strana: ha il suo habitat naturale nella cattività, cresce allorché la si chiude in gabbia e, peggio del peggio, più la si comprime più essa si diffonde, per contagio, infettando chi la intercetta.

P.S. La lettura viziata della realtà, il bisogno di controllo, l’aumento dell’ansia… Tutti figli degeneri del monumentale convitato di pietra in quest’epoca di passioni tristi: la sensazione di vivere una perenne incertezza e di scoprirci impotenti di fronte al futuro, avvertito come minaccia. Al contrario, un percorso possibile è accettarla, questa incertezza, e riscoprire il coraggio, il valore di avere e dare fiducia. Prima di tutto ai nostri figli, prestando attenzione a chi sono e non a dove vanno.

sabato 5 settembre 2026

La differenza (Fare e lasciare)

Una delle convinzioni maturate nella vita è che lasciarsi convincere è più facile che convincere. Lasciarsi, non farsi convincere. Differenza non sottile: "lasciarsi" presuppone una decisione propria, "farsi" un'azione altrui, un condizionamento che si impone invece di una deliberazione che si attua.
"Lasciare" e "fare", in questo sono verbi "causativi" (non sono colto, l'ho scoperto anch'io, chiedendolo) si possono appiccicare pure al verbo "andare". Lasciare andare, come nel post scritto settimana scorsa, e fare andare. Quando si tratta di figli, un bel dilemma. Lo viviamo da qualche anno, da che sono diventati grandi, in famiglia, con opinioni e stili differenti, che nel nostro caso ricalcano quasi fedelmente il modello maschio, femmina, papà, mamma. Io sono per il lasciar andare, mentre mia madre, nella sua semplicità, nonostante fossi figlio unico era per "far andare", cioè costringermi in qualche modo a diventare "animale sociale", coltivando relazioni d'amicizia tra pari, e poi adulto. Così il ragazzo timido e introverso che sarebbe rimasto ore, giorni, chiuso nella sua stanzetta, a guardare tv in bianco e nero a sedici pollici o sfogliare libri sugli animali, veniva accompagnato con puntiglio e autorevolezza asburgica all'oratorio, restando i primi giorni nei paraggi per riportarmi indietro ogni volta che sfruttando la (bella) libertà di allora prendevo la via del cancello per ritornarmene quatto quatto casa.
Ed è proprio lì, all'oratorio, negli anni successivi che ho incontrato la persona più importante per la mia formazione piena. Si chiamava - e si chiama ancora - don Nello e con pochi fronzoli e tanta cura di sostanza mi ha insegnato a crescere e soprattutto ad essere responsabile nelle scelte e nella vita. Mi ha educato insomma. Buona parte del buono che sono è grazie a lui e se ne scirvo oggi è perché lo associo a un altro grande, anzi, immenso: Enzo Bianchi, priore di Bose, scomparso questa settimana. Che in fatto di profonda sapienza e vette di spiritualità vince per distacco, ma nella vita pratica qualche problema con il "lasciare andare" l'aveva. Al contrario di don Nello, che invece permetteva a ciascuno di sviluppare la propria autonomia e promuoveva il rischio educativo e si preoccupava che diventassimo adulti, spiccando il volo, senza tenerci attaccati alla sua tonaca.

P.S. Di Enzo Bianchi ho scritto sul Giornale di Brescia. Ne lascio anche qui traccia.
«Sentinella, quanto resta della notte?». Una domanda, quella tratta dal libro di Isaia, da cui Enzo Bianchi prendeva spunto spesso, compresa l’ultima volta che l’incontrammo, in una chiesa gremita dal primo all’ultimo banco, per ascoltarlo parlare della «responsabilità di essere uomini».
La sua, d’una notte, è cominciata ieri, anche se lui l’avrà intesa come alba, avendola attesa con pienezza una vita. Se n’è andato così colui che a buon titolo può essere definito un «profeta», una persona ispirata, un uomo che ha saputo denunciare con voce roboante la corruzione dei tempi e nel contempo proclamare con dolcezza la speranza, invitando chiunque a praticare l’unica vera giustizia, quella dell’amore, ritornando così al vero Dio, contro ogni idolatria.
Tarchiato e robusto quanto un tronco di pino cembro, barba candida a contornargli il volto, occhi perennemente a fessura, asciutta cadenza piemontese con le «u» chiuse e le consonanti sibilanti, Bianchi era un oratore di forgia antica, coniugando sapienza e testimonianza, intimità e fratellanza, conoscenza finissima delle scritture e semplicità nel rivelarne il senso che egli intendeva.
Ma la grandezza di Bianchi, figlio autentico della spiritualità conciliare degli anni Sessanta e Settanta e per decenni priore della comunità di Bose, da lui stesso creata, è racchiusa a nostro modo di vedere nella sua debolezza, nella fragilità rivelata pienamente negli ultimi capitoli dell’esistenza, nel tempo doloroso e fecondo che ha comportato divisione tra lui e parte di coloro che a Bose lo avevano individuato come guida.
«Situazione tesa e problematica per quanto riguarda l'esercizio dell'autorità e il clima fraterno in seno alla comunità». Così è stato scritto nel decreto del sommo pontefice che sei anni fa allo stesso Bianchi l’allontanamento dalla «sua» Bose a tempo indeterminato.
Una spaccatura, quella tra il monaco fondatore e i suoi seguaci, non nuova nella vicende della Chiesa. Già san Francesco, per dire, aveva mostrato quanto difficile fosse tirarsi da parte restando però fiamma accesa. Ma mentre del santo d’Assisi narrano i libri di storia, con tutti i se e i ma che essa comporta, le incomprensioni di Enzo e i suoi fratelli sono state per noi carne viva, parendo da principio una piaga, una macchia capace di render opaco lo splendore eburneo della sua testimonianza. Soltanto pian piano ci siamo resi conto che da quella crepa filtrava una luce più autentica, quella che lo ha reso pienamente umano, impedendoci di trasformarlo in idolo e adesso in sepolcro imbiancato, in mummia.
Il monaco austero, profondo e visionario ha sgombrato da sé il campo dell’illusione, chiarendo in modo inequivocabile che nell’unica religione in cui Dio si fa persona, non esiste persona che possa sostituirsi a Dio. E lo ha fatto appunto con la testimonianza della debolezza, dell’attaccamento ostinato alla propria comunità con piglio da Cronos, costringendo chi gli stava attorno a cimentarsi con il dilemma dei successori. Il carisma di una comunità, infatti, come spiega bene Luigino Bruni, non si rinnova imitando semplicemente il fondatore o seguendone pedissequamente il solco dei passi tracciati, richiedendo invece una novità, una dose abbondante di libertà e creatività.
Tutto molto chiaro, sulla carta, assai più difficile quando si tratta di viverlo in prima persona, persino per un gigante qual era lui, figuriamoci per noi, che lo seguiamo a distanze siderali. E qui sta il punto, il monito che non mette al riparo della tentazione nessuno e l’indulgenza nel considerare i propri sbagli alla luce degli errori altrui. Per questo riteniamo che la lezione più alta e insieme più bella Enzo Bianchi non l’abbia data dal pulpito e nemmeno stando in piedi al centro della scena, bensì nella fragilità della sua condizione pienamente umana. Anche in questo è stato coerente con la sua fede e con l’esperienza che n’è maturata. Anche per questo quel che resta della notte è una testimonianza autentica, viva, sommamente feconda.

sabato 29 agosto 2026

Lasciar andare (Un buon proposito)

Indossiamo abiti che ci siamo cuciti addosso da tanto tempo che toglierseli è difficile pure immaginarlo. Figuriamoci farlo davvero. Eppure essere più forti delle proprie resistenze, più elastici dei nostri lacci, più coraggiosi delle paure ataviche si può, riuscendo a sorprendere per primi noi stessi.
È così che ci leviamo di dosso l’etichetta che ci classifica sommariamente, confidando che nulla sia dato per sempre e dunque che cambiare si può, possibilmente in meglio.
Un mutamento per il quale propizio è il tempo dell’imminente ripresa, poiché per attizzare il fuoco lento della volontà occorre un propellente d’innesco, un appiglio per ergersi almeno un palmo sopra l’abitudine dello scontato, provando il brivido di deragliare invece che rimanere condannati nel solco che per primo noi abbiamo scavato.

P.S. Di mio potrei comporre un elenco infinito di comportamenti da cambiare. Per il settembre che viene vorrei fare come il cielo di Porto, spingere le nubi un passo più di in là, facendo una scelta che costerà fatica - lo so - eppure derogarla sarebbe pavido. Lo scrivo così, senza girarci attorno: “Lasciar andare”. Piantarla di voler avere tutto sotto controllo, supporre di essere indispensabile, credere che la ragione previdente metta al riparo dal brutto e dal cattivo. Vorrei essere nella vita privata ciò che sono sul lavoro, dove mi viene facile ritenermi ai bordi del mondo e non al centro. “Lasciar andare” fa rima con lievità, contro la pesantezza del trattenere, del conservare, dell’accumulare. “Lasciar andare” significa abbandonare la visione del futuro come minaccia, accettando la dimensione dell’incerto, senza i “deliri di rovina” che distinguono gli anziani (anche quelli giovani d’età, a prescindere da esatta anagrafe e aspetto). “Lasciar andare” come principio, oltre che come autentica professione di fede. Perché immaginarsi di gestire tutto equivale a illudersi di essere dio, mentre disarmarsi è l’atteggiamento giusto per lasciargli dimora e fargli posto.

sabato 22 agosto 2026

Diventare adulti (Contro il riparo)

Ho per le parole una passione matematica: mi piace conoscerle a fondo e utilizzarle con precisione, formulando teoremi.
Ieri, ad esempio, ho scoperto che “adulto” ha la stessa radice di “adolescente”, derivando dal latino “adolescere”, allevare, che a sua volta si dirama dal verbo “alere”, nutrire.
Adulto, colui che è cresciuto, è come mi sento e soprattutto come scorgo coloro che mi stanno accanto, a cominciare dai miei figli, per i quali - vedendoli non giorno per giorno, essendo io a Brescia e loro a Como - ho l’effetto del “time lapse”, del lasso di tempo nei video che si velocizzano fotogramma per fotogramma, permettendo di notare i cambiamenti assai più che vivendoli momento per momento.
Di quanto siano cresciuti ho avuta coscienza lucida nei giorni della vacanza, potendoli frequentare a lungo e osservarli pure di riflesso, come Perseo con Medusa, evitando di essere pietrificato dal contingente del confronto diretto. Non è unicamente questione di timbro di voce o frammenti del volto, si tratta proprio di una maturità di connotati che cambiano, che restituiscono l’idea di una complessità accolta e affrontata, di un’esperienza che plasma e dà forma alle persone che siamo. E se dovessi indicare un dettaglio che fa da spia al mutamento, direi la capacità di prendere fiato e dare modo alla ragione di mantenere il controllo sull’istinto, di imbrigliare sentimenti ed emozioni senza soffocarle, gestendole però con riguardo.

P.S. A proposito di etimologia, la base per le altezze della “matematica” è greca, dalla parola “máthema”, io imparo. Io ho imparato che tra tutti i vissuti che trasformano in “adulto” quella del dolore è la principale, la maestra in assoluto. «This is the way» direi, se fossi un Mandaloriano. E tra tutte le esperienze di dolore, nessuna più del cospetto della morte, della sua consapevolezza viscerale, lascia il segno, cambiando la struttura molecolare di chi siamo, inducendoci a essere partoriti di nuovo, accelerando il cambiamento con la propulsione d’un razzo, bruciando ogni sterpaglia che c’è attorno e lasciandoci nudi e adulti al tempo stesso. Ecco perché, pur se trascorriamo tutta la vita cercando di evitarla, è soltanto incontrandola che cresciamo del tutto ed è solamente attraversandola che la superiamo. E voler bene ai propri figli, desiderare che diventino adulti, comporta non metterli al riparo da quel dolore, negarlo o tentare di rimuoverlo, bensì sedersi loro accanto nell’eventualità che si presenti alla porta, dimostrando nei fatti che sopravvivere allo strazio si può, che esiste luce dopo ogni buio.

martedì 11 agosto 2026

Tra due eclissi (Una vita)

L’ultima è stata ventisette anni fa e ricordo di averla vista in giardino.
Tra un’eclisse e l’altra c’è un dirupo, una seconda vita, proprio. Tanto per cominciare c’era ancora mio padre e soltanto un figlio su quattro, Giacomo, con i suoi due anni e mezzo, mentre Giorgia sarebbe nata di lì a poco. Anch’io ero diverso, parecchio. Meno della metà dei miei anni attuali, due lavori, molte certezze in più e i primi dubbi esistenziali, quelli che trasformano in adulto ogni essere umano. Mi sentivo il padrone del mondo, ignorando che il mondo non lo governa nessuno, al massimo ci scivoliamo sopra, sperando di non inciampare ed evitando di guardare dritto nel baratro che si spalanca inesorabilmente innnanzi, incrociando le dita affinché abbia un futuro, oltre che un senso.

P.S. Se la memoria non mi inganna avvenne sempre nei giorni di agosto, verso mezzogiorno. Ci radunammo tutti nel prato di fronte la casa dei miei genitori, quella dove attualmente abito e c’erano pure i vicini, Ambrogio, Giulio. Due dettagli ho stampato in mente: la luce irreale, fredda, che si creò nel momento esatto in cui la luna velò quasi completamente il sole; il senso di tempo sospeso e memorabile, con il desiderio di trattenere quell’istante, di farlo diventare eterno. Invece passò, svelto, come passa sempre, tutto. Ma se non fosse così io sarei ancora quel Giorgio, immobile quanto una statua di sale, insetto curioso ed inutile, imprigionato nella goccia d’ambra del cosmico nulla.

domenica 9 agosto 2026

La compagnia (Diciamocelo, in amicizia)

«Amicizia» è parola vasta, che abbraccia relazioni facendone un unico mazzo, pur se diverse, una ad una.
Che conta, più del nocciolo, è il grado, l’intensità che la distingue e varia, da persona a persona. Di certo un’amicizia non capita, si sceglie. Una decisione senza tornaconto, per quelle sincere, le uniche che considero autentiche, rispondendo ad un’affinità elettiva che prescinde appunto il calcolo, le cui logiche non hanno logica.
Al pari dell’amore, essa nasce per istinto o coincidenza, ma si alimenta di sostanza, di una decisione convinta e rinnovata. A volte si spezza, specie nell’età della formazione, altre si ricuce non restando però la stessa, altre ancora è un filo robusto, che unisce oltre le stagioni e gli spazi, definendo nell’altro o nell’altra ciò che siamo, restituendo senza bisogno di parole l’immagine di noi che più ci somiglia.

P.S. Si sono fermati da noi una sera, al ritorno dall’ennesima vacanza comune, credo la sesta o la settima. Gli amici e le amiche di Giovanni sono un’eccezione poiché spostano ogni anno più in là l’asticella di qualcosa destinato ad estinguersi ossia l’amicizia di gruppo, le compagnie che si creano di ragazzi e ragazze e per qualche anno sono un incubatore di formazione della personalità sociale ed umana. Poi, esaurito il compito, si spezzano, si disgregano, si riformulano su base più stretta, sovente coincidendo con le prime relazioni di coppia o l’inizio della carriera lavorativa. La maggior parte s’infrange sugli scogli del passaggio tra adolescenza e giovinezza, qualche altra brigata ha coda lunga, in molti casi da una costala di esse nascono le amicizie più profonde, per alcuni, una sorta di fratellanza. In ogni caso le amicizie combattono e spesso vincono una buona battaglia: farci sentire meno soli, in questo spicchio di universo dove la luce taglia lo sterminato buio e l’istante si dilata fino a far sembrare tutto il nulla.

sabato 1 agosto 2026

Come foglie di primavera (Fortune e rischio)

Come sto. Me lo chiedono spesso, con una premura che a volte imbarazza e sempre mi commuove.
Sto come in primavera sugli alberi le foglie.
Inutile nasconderlo, grottesco sarebbe negare ciò che è evidente, ingratitudine dimostrerebbe minimizzare per celia il dono che m’è capitato.
Se penso a me stesso, pur senza averne allora piena coscienza, è da quando ho sognato questo mestiere che mi sono immaginato qua, nel posto che occupo, che sento giusto addosso quanto una camicia di quelle che non si stirano.
A guardarmi indietro, mi vedo in cima a una torre altissima, con scalini infiniti, saliti uno ad uno, talvolta con slancio, altre d’un balzo, in molte occasioni con fatica infinita, ma per la maggior parte limitandosi a dovere, perseveranza e metodo.
Il sentimento che provo è un misto di gioia e gratitudine, in contrapposizione a quanto mi sentivo frustrato e trasparente tre anni addietro: un auto sportiva parcheggiata in garage, mentre avrei voluto correre, come viaggio adesso.
La sorte m’ha portato in dono un’opportunità e ho consapevolezza di dover tutto alla fortuna, convinto anche che essa consiste nell’abilità all’incrocio dell’occasione. Così come disgrazia intravedo all’orizzonte, se superbia e tracotanza si insinueranno, prendendo il posto dell’umiltà di chi sente primo soltanto nell’essere degli altri al servizio.

P.S. C’è un altro ma, un rischio che avverto tangibile, come nuotare nel fiume e sapere che un mulinello potrebbe risucchiare senza possibilità di scampo. Il pericolo è che avendo atteso a lungo questo momento finisca per farlo diventare tutto, smettendo di alimentare quei pozzi vitali che sono le amicizie, le relazioni, le distrazioni, i passatempi, tutto ciò che è “altro” rispetto al lavoro. Un’eventualità non peregrina, favorita dalla natura stessa del mestiere che ho scelto, non limitato a una prestazione, bensì perfettamente aderente a una missione di vita, allo scopo stesso per cui si è al mondo. Nel primo mese me ne sono reso conto, attribuendolo alla novità, giustificandolo con il primo periodo necessariamente di turbinio, un vortice che avviluppa e occupa ogni singolo frammento. Molto ho già perso, qualcosa potrò recuperarlo, amici e amiche vere capiranno continuando a tendermi la mano, qualche persona cara sarà rimasta delusa o preoccupata, qualcuno confido porti pazienza e mi conceda ancora credito. Equilibrio è sempre un moto, mai uno stato. Ed è pedalando che se ne esce, poco importa se trascinato o spinto.

domenica 26 luglio 2026

Un (nuovo) matrimonio

I giovani hanno verso il futuro come un istinto, sono come le rondini «che nel petto hanno una bussola per la primavera».
La conferma più bella è stata al matrimonio di Silvia e Matteo, il primo in cui mi sono accorto che è cambiato il modo di intenderlo come celebrazione, l’ennesimo rinnovamento da fenice di un rito che i numeri dicono in crisi, forse però è talmente radicato dentro l’essere umano che soltanto la nostra miopia (la miopia di chi pensa che i pochi suoi anni siano tutto) giudica ormai superato.
Se è così, se assisteremo a una prossima ripresa delle unioni formali - magari sotto nuove vesti, identica però nel nocciolo - lo dirà soltanto il tempo.
Io mi limito a rigustare di tanto in tanto quel giorno, trascorso in armonia, con una presenza di adulti ridotta all’osso e decine e decine di ragazzi e ragazze, protagonisti, non spettatori di qualcosa da altri atteso e voluto o imposto.
Non sono ingenuo, l’età m’ha reso anzi cinico, per cui sul «per sempre» non metterò mai più la mano sul fuoco per nessuno, perché le unioni si disfano esattamente come si fanno e il «vissero felici e contenti» non è detto che sia insieme, bensì una ad uno. Ciò non toglie che nel presente l’amore fosse tangibile, non millantato, non recitato, bensì debordante come soltanto l’amore sa essere, sfarzoso finanche quand’è nudo. Un amore non figlio dell’illusione, piuttosto spremuto goccia a goccia da tanti istanti di sole passati già insieme e pure dalle nubi e dai temporali vissuti fianco a fianco, cozzando fino a farsi male, ritrovando però ogni volta il bandolo per uscirne, a conferma dell’unica ricetta che funziona, che conosco, per superare ogni divisione e il logorio del tempo: un atto di volontà, decidere di scegliersi, ogni giorno.

P.S. Lui c’era. Ricordandoci qualcosa di intimo, profondamente vero, anche se quasi sempre lo scordiamo: gioia e dolore, risate e lacrime, sono un intreccio. Voler escludere le une o le altre fa perdere bellezza, ma soprattutto autenticità, a qualsiasi rito di passaggio.

sabato 11 luglio 2026

Il cruccio (Tu ci sarai)


Una settimana esatta. È quella che manca al matrimonio di tua figlia, un giorno in cui saresti stato elegante e radioso, di quel sorriso ampio che accende i volti di chi solitamente ha sguardo serio e l’espressione dei duri com’erano duri una volta.
So che dovrei essere soltanto contento, so che Silvia una contentezza piena se la merita, so anche che l’avrà, perch’è da quand’è nata semina dolcezza e a quel giorno con Matteo s’è preparata in piena regola, con quel puntiglio che ha e che ti somiglia. So anche che Roberta e Alberto e tutti noi e gli amici riempiranno ogni spicchio di giornata, lasciando punto spazio per altri pensieri che non siano di festa. E so infine che il cruccio che diventa stretto quanto un groppo, ora, quel giorno si dissolverà, trasformando il tuo bene in presenza, non volendo noi darti un dispiacere così grande da rovinare anche soltanto di striscio la giornata più attesa dalle persone che amavi di più e che ami tuttora. Oggi però lasciati abbracciare stretto, come quando segnava la Juventus all’ultimo minuto e vincevamo la partita, e permetti che la fitta al cuore che sento mi attraversi da parte a parte e mi si chiuda in un singhiozzo la gola, mentre tengo chiusi gli occhi per non far scendere lacrima e ti vedo, ti sento, senza bisogno che tu dica una parola.
Tutto passa, è vero, e anche il dolore si trasforma, non il ricordo di te, che non conosce morte, ch’è soltanto cosa viva.

P.S. Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per ricordarti, tra una settimana. Ma io non so, Loris, se posso farcela. In ogni caso, manca qualche giorno e il tempo per convincermi o per dissuadermi definitamente ce l’hai. Io prometto che nonostante il turbinio del lavoro e degli impegni presterò attenzione e mi metterò in ascolto, certo che - come sempre - mi consiglierai la strada giusta.

mercoledì 1 luglio 2026

Voltiamo pagina (Compagni di viaggio)

«I direttori passano» scrissi anni fa, congedandomi dal Cittadino di Monza.
A volte però tornano, anche se il luogo è diverso e pure io non sono lo stesso.
Sta di fatto che tra i tornanti stretti affrontati nella vita quello imboccato oggi è il più panoramico, alla guida del Giornale di Brescia, Teletutto e Radio Brescia Sette, un piccolo grande ecosistema editoriale, che anche per proprietà societaria rappresenta in Italia qualcosa di unico.
Ciò che dovevo dire di ufficiale l'ho scritto, nel primo articolo di fondo, mentre qui vorrei lasciar traccia di qualcosa di più personale, intimo. 
Quando ho iniziato a scrivere su un giornale, più di quattro decenni fa, mi pareva già un sogno ritagliarmi pochi centimetri quadrati, nero su bianco. Se mi guardo dentro, l'emozione è identica adesso, uno stupore da bimbo in un corpo adulto e soprattutto la sensazione di non fare semplicemente un lavoro, bensì di adempiere a una missione, qualcosa di alto, che riguarda lo star bene delle persone, la convinzione profonda che informare renda migliore uno spicchio di mondo.
«Che sconfinata presunzione, quanta sicumera» commento a me stesso, tuttavia mentirei se con finta modestia sostenessi che scriviamo oggi ciò che domani non ricorderà nessuno. È vero, siamo poco più di un alito di vento, ma c'è nulla che sotto il cielo vada perso, di questo sono convinto.

P.S. È un grazie mastodontico quello che dovrei indirizzare a un numero smisurato di persone, a cominciare da parenti e amici e dai direttori che a mia volta ho avuto e ai mentori che hanno creduto in me, permettendomi di arrivare dove sono. Di qualcuno ho tenuto nota quasi vent'anni fa, altri ancora dovrei nominarli una ad uno, oggi. Preferisco passare la mano e puntare lo sguardo su chi passa da qui, in questa sorta di portolano di vita che tengo aggiornato con una perseveranza che sorprende per primo il sottoscritto. Siete voi il mio rifugio e il mio specchio, compagni fedeli di ogni viaggio, compreso quello appena iniziato.

sabato 27 giugno 2026

Perfetto sarà lei (Io ci provo)

Un piccolo sbrego, nella carta “Varese” in cui è avvolto un libro che sta in cima allo scaffale che ho accanto al letto.
L’ho notato stamani, con quel senso di disagio che danno i dettagli fuori posto, la sensazione di trascuratezza e disordine che aborro. Non che quell’angolo di casa prima fosse perfetto, tutt’altro, ma un conto è quello strappo, un altro sono i libri appicciati alla rinfusa o la polvere che si accumula e che togliere è sempre una battaglia persa, una di quelle che si ha il dovere di combattere, sul campo, ma si sa che la guerra la vincerà lei, quell’infinità di particelle, quell’insieme di cellule, fibre finissime, acari, batteri, minerali che scompare mai, al massimo si sposta, colonizzando ogni punto del luogo che abitiamo.
Il nocciolo della differenza di percezione è questo: il disordine dei libri si riesce sistemare, la polvere - almeno provvisoriamente - si può spazzar via, lo sbrego invece rimane, è un guasto irreparabile. Sì, d’accordo, con un pezzetto di scotch il grosso del danno non si vede, ma la perfezione di quella confezione è persa per sempre, il senso di bello, di nuovo, di prezioso, è leso mortalmente.
È così me ne sto con il naso all’insù, perso in questi pensieri, appesantiti da un’aggravante, che poi è il vero motivo di quanto l’ho presa male: quel libro avrà almeno dieci anni, me l’hanno regalato dopo aver moderato un convegno ed era tanto bello che non l’ho mai scartato, dicendomi ogni volta: «Aspetta, magari lo regali a tua volta, oppure lo apri un giorno in cui hai voglia di qualcosa di bello e sei curioso di scoprire che libro è, non farlo adesso, sarebbe sprecato».
Sarebbe sprecato. «Sarebbe sprecato» è la ragione per cui alla fine l’ho sprecato davvero.
È così che quel minuscolo squarcio rimanda a qualcosa di infinitamente altro, all’unico, vero peccato da cui ammonisce il Vecchio come il Nuovo Testamento: nascondere il tesoro nel campo, non vivere appieno l’esistenza, non dare valore al talento, non cogliere le opportunità che di volta in volta la sorte porta in dono.

P.S. Oggi una persona cara è chiamata a chiudere una parentesi che immaginava luminosa, invece s’è conclusa al contrario, in quello che noi umani, in modo spiccio e perentorio, siamo soliti definire “un fallimento”. Sbagliando. Sì, perché il vero fallimento sarebbe stato nemmeno tentarci, evitare - per paura o per pigrizia - di mettersi in gioco, trasformando la nostra vita in quel libro in cima allo scaffale, che il tempo passa e non è utile a nessuno.

sabato 13 giugno 2026

Contro la tirannia (Anche del bene)

Disegniamo a mente il mondo perfetto, dipinto a tinte pastello, in cui tutto riluce, omettendo che sono le ombre a dare profondità, spessore, risalto.
Abbiamo confuso idea e realtà, il desiderio s'è fatto peso e il bene tiranno, non accettando che al tavolo dei commensali sieda chiunque al di fuori di sé medesimo.
Siamo diventati moralmente esigenti, duri nel giudizio, niente affatto indulgenti, sia che si tratti di noi stessi, sia dell'altro.
Lo scrivo a mo' di provocazione, credendoci però davvero: il "come dovremmo essere" sta occupando tutto lo spazio del "chi siamo". Ed è così che rifiutiamo di fatto un’umanità piena, dove nel "piena" sono compresi l'errore, la debolezza, il fallimento, l'ostacolo.
Tutto o niente, bianco o nero, buono o cattivo.
Eppure nel dominio degli opposti basterebbe cambiare la congiunzione per riportare equilibrio: niente e tutto, nero e bianco, cattivo e buono.
Hanno ragione Miguel Benasayag e Angélique Del Rey in “Elogio del conflitto”: «Non si può mettere fine a ciò che riteniamo barbarie facendo ricorso a una barbarie buona».
Ciò non significa condividere la posizione del male, ma la sua esistenza non può ridursi a un'anomalia da correggere, una macchia da cancellare.
L'altro, il diverso, persino il cattivo, che lo si voglia o meno, è sempre una parte di noi. Accettiamolo.

P.S. Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei, dittatori, autocrati, signori della guerra, terroristi, narcotrafficanti, criminali, faccendieri, ma pure personaggi non illustri, assai più vicini a noi, coloro che incrociamo volenti o nolenti ogni giorno... L'elenco purtroppo è lungo e so benissimo che basta accennare a questo o quel nome per far vacillare ogni proposito intellettualmente onesto. Eppure tenere la barra dritta, non considerarli mai come male assoluto, astenersi dalla tentazione di annientarli, è ciò che ci può distinguere e fare restare umani, nel profondo. Ciò non significa essere apatici, indifferenti, semmai il contrario: vivere pienamente la propria stagione, consapevoli che a ogni epoca oscura ne segue sempre una luminosa e che a noi è dato il compito di lottare e resistere, nell'orizzonte di questo spicchio di tempo.

sabato 30 maggio 2026

Tre benedizioni (E una qualità)

Ho salito, senza quasi accorgermene, un milione di scale. E mi ritrovo tuttora, ad ogni pianerottolo, sospeso tra il desiderio di sostare e la trepidazione di ripartire, tra lo stupore per quanto percorso e il timore di ritrovarmi in bilico, a sbalzo, senza certezze.
Mi rincuora un dettaglio, un atteggiamento che potrei definire ciò che mi fa sentire saldo e mi distingue ai miei stessi occhi: la consapevolezza che ogni scoglio può fare da trampolino, che ogni limite porta con sé un'opportunità.
Una questione innanzi tutto di prospettiva: persino l'evento più negativo, a saperlo osservare attentamente, a costo di ruotarlo sopra e sotto, di fianco e da parte, presenta una lama di luce, esattamente come i brillanti al chiarore delle lampade.
Non è teoria, bensì prassi. Il buono dell'uomo che sono lo debbo alle mancanze che ho saputo colmare, alle debolezze con cui ho dovuto fare i conti, ai fallimenti diventati occasioni. Una ragione sufficiente per non farsi eccessivo cruccio quando qualcosa va male ("Che sarà mai" sentenzierebbe la protagonista femminile del libro di Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti"). Anzi, è proprio quella pietra scartata dai costruttori a fare da base per altezze ritenute altrimenti inimmaginabili.

P.S. Un'altra buona pratica che tento sempre di applicare è la legge del tre, un esercizio di psicologia (noto come "The Three Blessings", "Le tre benedizioni") che consiste, al verificarsi di un evento negativo, nel pensare almeno tre aspetti positivi. Ad esempio, ieri dovevo andare in vacanza e ho scoperto di aver sbagliato a prenotare il volo di destinazione? Pazienza. Intanto è stata una fortuna averlo scoperto la sera prima e non direttamente in aeroporto; poi, esiste la possibilità di cambiare il volo, con una cifra non indifferente, ma comunque accettabile; infine, sì, costa di più, ma il denaro dopo tutto serve a questo, a risolvere problemi. 

sabato 23 maggio 2026

A misura d'umano (Euro zero)

Lo debbo a te, ai tuoi ventisei anni e alle battaglie che hai già fatto, ma pure alle donne che ti hanno preceduto e a quelle che vivono tuttora un'ingiustizia da mondo capovolto.
Molti, forse anche tu, danno la colpa al patriarcato, al maschilismo. Io do responsabilità a qualcosa dal nome diverso, alla concezione economicista che ha preso sempre più piede nel luogo che abitiamo, al "denaro causa di tutto".
Mi riferisco alla mortificazione che subisce chi non porta a casa uno stipendio o ha un reddito comunque marginale in paragone a quello dell'altro.
La spia mi si è accesa sentendo una persona amica, accusata per l'ennesima volta di avere ansie inutili considerato il contributo che dà al sostegno finanziario. Le parole che si è vista scaraventare contro sono state più o meno queste: "Ma come stressata tu? I tuoi sono solo passatempi, svago. Stressato piuttosto dovrei essere io, che mi occupo di mandare avanti la famiglia guadagnando".
Ora, al netto dei toni, comprendo come una frase del genere, formalmente ineccepibile, faccia più male di uno stiletto nelle costole e induca alla resa immediata, mani in alto.
No. Non è così. Lo scrivo con cognizione di causa, vivendo una simile asimmetria di coppia, ma consapevole che - tra i due - a essere in debito sono io.
Non lo ammetto per piaggeria o per buonismo. Né mi metterò a fare il conto di quanto costerebbero le faccende - domestiche, di pulizia, giardinaggio, trasporto, accudimento, smaltimento burocratico, approvvigionamento... - che l'altro sbriga senza prendere un soldo: se lo facessi riporterei in equilibrio la bilancia tabellare dei pagamenti, ma fallirei in ciò che ritengo giusto: chiamare per nome e dare valore a quanto valore ha davvero. Penso invece al supporto emotivo, al sostegno morale, alla ricchezza relazionale, al bilanciamento costante, alla carica di fiducia, allo sprone silenzioso, alla tranquillità infusa che permette a uno dei due (quasi sempre l’uomo) di spiccare il volo sapendo di contare su un paracadute sempre aperto. Questo e molto altro ancora, la cui portata è inestimabile se l'unica categoria che conosciamo è quella dei cinici, che ignorano il valore e hanno per unità di misura soltanto il prezzo.

P.S. Vengo da una famiglia in cui entrambi i genitori lavoravano e sono convinto che per ciascuno sia un bene avere un lavoro, poter contare su un'autonomia economica e soprattutto tentare di realizzarsi attraverso un mestiere, qualsiasi esso sia. Ma il fatto di non averlo - temporaneamente o definitivamente - non può equivalere a una macina al collo, pagando dazio doppio e sentendosi due volte a disagio. Così come purtroppo trovo vero e al contempo ingiusto, spietato, il fatto che tutt’oggi, in una coppia, occorra avere autonomia economica per essere sicuri del rispetto dell’altro (sottinteso: «Così non può impuntarti nulla, così puoi vantare i tuoi diritti, così non hai bisogno di nessuno, così meriti rispetto).
Credo davvero sia tempo di ammettere che rispetto lo si meriti - e si debba pretendere - a prescindere, così come la realizzazione può avvenire fuori dall’alveo delle professioni classiche, quelle basate sullo scambio "tempo" ed "energia" in cambio di "denaro". Ma affinché avvenga tutto ciò occorre allenarsi, affinare una sensibilità,  definire dei contorni, fornire polpa e sostanza alle intuizioni, imparare a dare nome a quanto ora non lo ha, dotarci di un vocabolario nuovo e di un metro differente, a misura di umano.

domenica 17 maggio 2026

Coraggio (Io ti capisco)

Ha rimesso foglie, anche quest’anno, e domina il prato di casa d’un verde acceso, in principio chiaro, quasi luminescente, ora scuro. Giorgia sorride, ricordando che l’ho definito “timoroso”, perché si schiude alla primavera in ritardo rispetto ai suoi simili, alle piante di faggio pendulo che fanno bella presenza di sé nei giardini qua attorno. Di recente però ho letto un articolo che lo riscatta, spiegando che alcuni alberi ritardano appositamente di qualche giorno l’apertura dei germogli rispetto all’anno precedente, ingannando così le larve di insetti che se ne nutrono. I bruchi infatti si schiudono tarandosi sul calendario dell’anno precedente, ma vengono spiazzati dal non trovare nutrimento e nel volgere di poche ore muoiono. In questo modo, è stato calcolato, viene risparmiato oltre la metà del fogliame, non pregiudicando la salute e talvolta la sopravvivenza stessa dell’albero.
Ora, non so se sia per questo oppure per il motivo che già conoscevo, cioè per evitare di incappare nei temporali di inizio primavera e fine inverno, talvolta talmente violenti che se trovano rami frondosi a fare da vela son capaci di sradicare esemplari giganti, schiantandoli al suolo. In ogni caso, tanto di cappello a una forma di intelligenza che i vegetali hanno, a dispetto della nostra supponenza animale e della visione ridotta che abbiamo.

P.S. Devo fare ammenda pure di altro: il nostro non è il faggio più pavido del circondario. Ne ho trovato uno ancor più timido, nel giardino di una casa in via Monterotondo, poche centinaia di metri più in basso, nella collina dove abitiamo. Peccato che la recinzione con cui da qualche decina d’anni anche dalle nostre parti siamo soliti circondare le abitazioni mi abbia impedito di avvicinarmi, poiché passandovi avrei voluto appoggiarvi il palmo aperto della mano sulla corteccia e sussurrargli ciò che dovremmo dirci più spesso, anche tra noi esseri umani, come persone: «Coraggio, io ti capisco». 

venerdì 8 maggio 2026

Tu sorridi (Per primo)

Ci sono persone che ghermiscono senza muovere un dito, limitandosi alla limpidezza di sguardo accompagnata da un sorriso.
Me ne accorgo all’istante, anche se poi quel seme può impiegare giorni, settimane a trasformarsi in germoglio, specialmente con me, che non sono un calcolatore di incroci né ho la costanza di risalire il corso del fiume, seguendo le impronte per capire qual è stato l’istante preciso in cui un’immagine tra tante è diventata punto fisso.

Credo molto nel destino, agli uomini e alle donne che incontriamo con uno scopo, per un motivo, tuttavia ho imparato che esiste “un resto”, una cifra d’umanità che entra ed esce di scena senza colpo ferire, come certe carte da parati che nemmeno si notano.

Stabilire la categoria alla quale appartengono, se fili destinati ad annodarsi o impronte sulla sabbia che alla prima onda svaniscono, è impossibile in anticipo. È come per le briciole lasciate nel bosco da Pollicino: soltanto percorrendole a ritroso se ne comprende il tragitto. Ed è per questo che, ogni volta incontro qualcuno, ne incrocio gli occhi curioso, conscio della possibilità che quel momento da nulla sia in realtà un principio memorabile, la meraviglia di un atto in divenire, l’insospettabile scintilla di un contatto cosmico.


P.S. In montagna o lungo strade poco affollate, mentre cammino o corro, a volte semplicemente passeggiando, saluto sempre le persone che incrocio. E sorrido. Per primo. Un gesto di cortesia che mi viene istintivo e per il quale i miei figli mi somigliano, tutti. Forse il dettaglio che sono più orgoglioso di avergli trasmesso.


venerdì 1 maggio 2026

Se (Ascolterai il tuo cuore)

Se mi aiuterai ad avere cura di te…
Se mi guarderai dritto negli occhi e dritta negli occhi ti lascerei guardare…
Se avrai pazienza e mi terrai abbracciato, pelle a pelle, prendendoci il tempo per respirare…
Se sentirai corpo e mente in sincronia, come un batter di timpani e tamburi…
Se avrai curiosità, desiderio di esplorare…
Se lascerai fuori dalla porta esitazioni e pregiudizi…
Se ti abbandonerai per almeno un istante ai sensi, alla parte più istintiva, quella radicata in noi e che sopravvive, da milioni di anni…
Se vivrai l’attimo, senza null’altro contare…
Se ascolterai il tuo cuore e l’unica bussola sarà lo stare bene…
Allora e solo allora sarà un dono e una fortuna memorabile questo giorno che viene, in cui ci apriremo uno all’altra, dentro una parentesi.

P.S. Se avessi due vite in dono, sussurrerei all’orecchio queste parole, che prendono spunto e ritmo da una poesia che adoro (“If” di Rudyard Kipling), immaginando però di dedicarla non a un figlio, bensì qualcuno che si è scelto, vestendo per una volta panni che non m’appartengono: quelli di scrittore.

lunedì 27 aprile 2026

Geōrgios (Il valore del disaccordo)

Di differente, tra noi, c’è soltanto una vocale nel nome e tutto il resto del mondo.
Sei nata all’alba del millennio e stendi i tuoi anni come panni da asciugare al sole: ognuno un colore e un tessuto diverso, ma tutti che odorano di bucato.
Oggi ti sei laureata magistralmente, avverbio impegnativo, con massimo dei voti e lode per una tesi scritta e discussa su “Method and Disagreement in Analytic Philosophy” (Metodo e disaccordo nella filosofia analitica), che pare un titolo difficile già in italiano e in effetti lo è. Anche se il mio collega Carlo, quando gliel’ho accennato, l’ha ridotto a un concetto semplice: «Se ci pensi, è ciò che distingue il pensiero occidentale e scientifico: non soltanto la possibilità di dissentire, bensì il valore del disaccordo e, in fin dei conti, della diversità».
Sono così fiero di te che neanche vorrei dirtelo. Il rischio di risultare stucchevoli è altissimo e quel che conta davvero, tra padre e figlia, trova voce nel silenzio. E negli occhi limpidi che lo sostengono.

P.S. Qualche giorno fa era il nostro onomastico. So di sembrare melenso dicendo che nel nome di ciascuno è custodito, come in un gheriglio di noce, un destino.
Il nostro, “geōrgios”, è quello di coltivare, cominciando dalla semina e dal mettere a dimora, continuando con il prenderci cura di chi ci sta attorno, come fosse un giardino.

sabato 18 aprile 2026

Attenti al sole (Il rischio di chi affascina)

Ispirazione. Ci sono persone che sono così, secernano sicurezza e danno fiducia, alimentando desideri, speranze, ambizioni… A volte si ha la fortuna di incrociarne i passi, altre semplicemente lo sguardo o la voce. Sempre se ne resta affascinati, quasi avessero qualcosa di magnetico, che attira. È un segnale che emettono, soprattutto qualcosa che in loro cogliamo, una proiezione su noi stessi di un nocciolo che realizziamo importante e fa da lievito, indicando una via e la bellezza di percorrerla.
Alcune di queste persone ho avuto la fortuna di incontrarle, nella vita, imparando una regola: per goderne appieno occorre tenerle alla giusta distanza, esattamente come il sole, che se si mantengono troppo lontane la loro luce rimane fioca, non scalda, ma da eccessivamente vicino è l’opposto, con alto rischio di bruciarsi, sprecando con la disillusione pure la scintilla che si era innescata e che avrebbe potuto cambiarci - in meglio - la vita.

P.S. Ho sempre diffidato della perfezione, così come mai rimango affascinato da qualcuno al punto da trasformarlo in ciò che non è, un idolo, un’idea piuttosto che un corpo pensante, con pregi ma anche limiti, difetti. Semmai, ad essere preciso, colgo ciò che potremmo chiamare una “ispirazione diffusa”: non una somma di qualità in un’unica persona, bensì tante persone con ciascuno una qualità che ispira.